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Discussione: L'Angolo del Cinefilo - 2016 (1 semestre)

  1. #251
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2016 (1 semestre)

    bah

    c3 - Morte a Venezia ?

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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2016 (1 semestre)

    buongiorno

    Citazione Originariamente scritto da keyser_soze60 Vedi messaggio
    b4 - Uccellacci e uccellini ?
    Citazione Originariamente scritto da wrongway Vedi messaggio
    B1 - Creature del cielo
    Citazione Originariamente scritto da keyser_soze60 Vedi messaggio
    d3 - Witness - Il testimone ?
    questi sono giusti

    e abbiamo anche il POKER di wrong

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    mancano solo A2 e C3 su cui vi aggiungo altri indizi e vi ricordo che i tentativi sono liberi




    A2 - anni '60/Film Usa/E' un remake/Tratto da un racconto di un famoso scrittore/Genere "Crime"/Film a colori/attore protagonista vincitore di Oscar (non per questo film)/regista famoso nel genere "poliziesco"

    C3 - anni '70/coproduzione europea/Regista candidato all'Oscar (non per questo film) e premiato in due importanti festival europei/Tratto da un romanzo di uno scrittore italiano/l'attore coprotagonista ha avuto 3 nomination all'Oscar in carriera (non per questo film)/l'attore protagonista stato premiato, in carriera, nei tre principali festival europei/il film un dramma politico ispirato ad un famoso personaggio pubblico italiano, realmente esistito e non pi vivente



    a dopo pranzo
    "Per quel che mi riguarda Morricone il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

  4. #253
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    trovato A2: Contratto per uccidere


  5. #254
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    C3 - Todo modo ?

  6. #255
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    bene! abbiamo chiuso, bravi!

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    credo che gli aiuti non necessitano di spiegazioni con due esperti cinefili come voi

    stasera, sul tardi, faccio con calma la proclamazione ufficiale, ma wrong, se vuole, pu gi iniziare a pensare alla prossima

    a dopo
    "Per quel che mi riguarda Morricone il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

  7. #256
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    la prox manche la preparer nel weekend

    presupponendo che saremo ancora solo noi tre a giocare, vedr di escogitare qualcosa che possa essere divertente e scorrevole...

  8. #257
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2016 (1 semestre)

    'sera

    andiamo dunque a concludere ufficialmente la manche, sperando che vi sia piaciuta

    questa la griglia finale:


    questi i titoli indovinati:

    A1 - Broadway Danny Rose (Broadway Danny Rose, 1984) di Woody Allen (wrong)
    A2 - Contratto Per Uccidere (The Killers, 1964) di Don Siegel (wrong)
    A3 - Eraserhead - La mente che cancella (Eraserhead, 1977) di David Lynch (wrong)
    A4 - Furore (The Grapes of Wrath, 1940) di John Ford (wrong)
    B1 - Creature del cielo (Heavenly Creatures, 1994) di Peter Jackson (wrong)
    B2 - L'odio (La Haine, 1995) di Mathieu Kassovitz (wrong)
    B3 - The Prestige (The Prestige, 2006) di Christopher Nolan (wrong)
    B4 - Uccellacci e uccellini (Uccellacci e uccellini, 1966) di Pier Paolo Pasolini (Key)
    C1 - Il pianista (The Pianist, 2002) di Roman Polanski (wrong)
    C2 - M*A*S*H (M*A*S*H, 1970) di Robert Altman (Key)
    C3 - Todo modo (Todo modo, 1976) di Elio Petri (Key)
    C4 - Vita di Pi (Life of Pi, 2012) di Ang Lee (Key)
    D1 - L'asso nella manica (Ace in the Hole, 1951) di Billy Wilder (wrong)
    D2 - Melancholia (Melancholia, 2011) di Lars von Trier (wrong)
    D3 - Witness - Il testimone (Witness, 1985) di Peter Weir (Key)
    D4 - Zabriskie Point (Zabriskie Point, 1970) di Michelangelo Antonioni (wrong)


    e questi sono i punteggi che decretano wrong vincitore della manche, ma anche il buon Key si fatto onore


    wrong ---> 11 caselle + poker (32 punti)
    Key ---> 5 caselle (10 punti)


    onestamente non sapevo valutare quanto fosse difficile la manche, come al solito ho scelto titoli di vario tipo in base ai miei gusti, ho privilegiato il cinema d'autore ma ho inserito anche qualche titolo famoso e mainstream

    ma vedo che ve la siete cavata bene quindi i miei timori erano infondati

    e prima di salutarvi vi lascio il mio solito commento ai titoli prescelti

     

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    Furore (The Grapes of Wrath, 1940) di John Ford

    Durante gli anni della grande depressione americana la famiglia Joad, composta da umili contadini e caduta nella miseria pi nera, intraprende un lungo e disperato viaggio a bordo di un vecchio camion, dall’Oklahoma verso la California, “terra promessa” dove si dice che ci siano lavoro e campi fertili in abbondanza. Guidati dall’ardimentoso Tom (Henry Fonda), appena uscito di prigione, attraverseranno un paese in ginocchio, affamato, avvilito, in cui l’indigenza generale ha prodotto un esercito di reietti, crudeli, violenti, disposti a tutto per sopravvivere. Sfruttati e vilipesi, i Joad dovranno lottare duramente, ma quando Tom provoca accidentalmente la morte di un agente, che aveva ucciso un suo amico, sar costretto a separarsi dalla famiglia, per non privarli dell’ultima di speranza di un futuro migliore. Tratto dall'omonimo romanzo di John Steinbeck, uno dei massimi capolavori della storia del cinema ed il miglior film del leggendario John Ford, che, paradossalmente, raggiunge l’apice assoluto della sua grande carriera con un’opera non western. E’ uno straordinario affresco storico, che non solo restituisce in pieno le atmosfere di cupa disperazione del libro ispiratore, ma ricostruisce perfettamente, attraverso immagini magistrali nella loro rigorosa essenzialit, lo spirito di un’epoca oscura della storia americana, quella grande depressione che viene attraversata dai Joad in un viaggio non solo fisico, ma, principalmente, morale. La straordinaria fotografia in bianco e nero di Gregg Toland ha la potenza formale delle vecchie foto d’epoca, alle quali si ispira con severo rispetto. L’assoluto realismo delle immagini, che trasudano sporcizia e degrado, unito alla drammaticit di alcune scene memorabili, rendono quest’opera un prezioso documento storico di valore assoluto, al quale lo sguardo di ampio respiro epico, tipicamente fordiano, conferisce la statura di un’imponente epopea degli oppressi, che vira nel mito per la sua alta connotazione tragica. Con uno stile asciutto e lucido, il grande regista cattura abilmente l’asperit dei luoghi, il dolore dei volti lerci, sudati, segnati per sempre dalla miseria e dalle umiliazioni, occhi spenti in cui si rispecchia, cinicamente, una delle maggiori vergogne sociali della storia americana, fonte costante d’imbarazzo per le classi politiche. Il viaggio, elemento tipico del cinema fordiano, stavolta rappresenta un passaggio, epocale, dalla societ contadina a quella industriale, un passaggio che per imposto da cause di forza maggiore, dettato dall’istinto di sopravvivenza e non da una libera scelta. Come sempre sono gli umili a pagare, e a subire, gli errori commessi dai poteri istituzionali, vittime sacrificali ed anonime sul cruento altare dell’ingiustizia sociale. La censura, troppo forte a quei tempi, impose al regista di modificare alcune scene dell’epilogo, giudicate troppo crude e violente, e la produzione lo spinse ad un finale meno negativo, in base alla moda dell’epoca. Ma, anche cos, la forza devastante della denuncia storica ci viene restituita intatta dalle imponenti immagini dell’opera. Candidato a sette Oscar ne vinse soltanto due: Ford alla regia e Jane Darwell attrice non protagonista, ma anche Fonda lo avrebbe meritato. Questa superba opera capitale, che ebbe anche un grande successo di pubblico, rappresenta la magnifica risposta artistica dell’autore a coloro che lo accusavano di idee reazionarie.

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    L'asso nella manica (Ace in the Hole, 1951) di Billy Wilder

    Charlie Tatum un giornalista senza scrupoli, alla disperata ricerca di uno scoop che possa risollevarne la carriera in declino. L’occasione arriva quando un malcapitato, Leo Mimosa, resta bloccato in una grotta per colpa di una frana. Il diabolico reporter mette in piedi una perfida macchinazione per ritardare i soccorsi, assicurandosi il colpo giornalistico con la massima visibilit possibile. Divenuto amico di Mimosa, usa la situazione a suo vantaggio per garantirsi la gestione completa delle operazioni mediatiche e diventa persino l’amante della subdola moglie. Finale tragico. Tra i tanti capolavori di Wilder questo , senza dubbio, il pi cinico, il pi amaro ed il pi spietato, con uno dei cattivi pi spregevoli in assoluto della storia del cinema hollywoodiano. Interpretato dal divo Kirk Douglas, la cui carriera ebbe un non casuale stallo dopo questo ruolo controverso, il luciferino Charlie Tatum gener sconcerto nel pubblico, fece infuriare l’opinione pubblica e determin il flop commerciale della pellicola, indubbiamente troppo dura per la societ statunitense dell’epoca, vessata dallo spettro del maccartismo e intimorita dall’incubo della guerra atomica. Eppure l’esperto Douglas fece di tutto per convincere il grande regista a rivedere qualcosa, a smussare qualche angolo, per rendere il suo protagonista un po’ meno odioso, ma Wilder, lungimirante come tutti i geni, aveva le idee chiare e non arretr di un passo. Il tempo gli ha dato ragione, consentendo la meritata rivalutazione di questo melodramma nero, senza speranza, senza morale, senza rimorso, senza redenzione, che non d tregua allo spettatore e quasi lo attanaglia nella sua cruda analisi sociale. Il film si erge, con largo anticipo sui tempi ma con lucido senso critico e con profetica precisione, a sinistro apologo della spietatezza cinica dei mass media, disposti a tutto in nome dell’audience. Ma l’accusa dell’autore non si rivolge solo al giornalismo scandalistico d’assalto, e a quegli imbonitori mediatici disposti a vendere l’anima al diavolo in nome del successo personale, ma anche al pubblico credulone, morboso, che si rende complice di questo perverso meccanismo che spettacolarizza il dolore infischiandosene della vittime, e, quindi, parimenti colpevole. Il dark side del sogno americano ci viene, quindi, svelato in tutta la sua abominevole potenza: la societ dello spettacolo infame che, sotto l’egida del diritto di cronaca, prolifera sul sangue e sulla dignit delle povere vittime. Altro aspetto non meno importante della requisitoria di Wilder, il denaro visto come controvalore della vita umana e come motore supremo della societ moderna. L’altra faccia del regista, quella iconoclasta, sempre ben mascherata sotto la sua tagliente satira sardonica, trova supremo compimento in questo film rivelazione, duro ma ineccepibile nella sua spietata analisi antropologica, che seppe cogliere per primo i venti di quella crisi morale, collegata ai mezzi d’informazione e al loro nefasto potere coercitivo, che poi esploder vent’anni dopo. Questo film magistrale fondamentale, e fondante, per tutta la cinematografia successiva sui lati oscuri del “quinto potere”, un assoluto antesignano d’autore. Visto l’insuccesso della pellicola la produzione prov a mescolare le carte, cambiando il titolo in The Big Carnival, ma senza alcun risultato concreto. Kirk Douglas, nonostante il disagio, forn comunque un’interpretazione eccellente, rendendo il suo personaggio un villain di memorabile statura malvagia, un monumento alla disumanit che solo il boicottaggio generale dell’opera non ha reso di pubblico dominio.

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    Contratto Per Uccidere (The Killers, 1964) di Don Siegel

    Remake di uno dei grandi classici del cinema noir degli anni '40, "I gangsters" (The Killers, 1946) di Robert Siodmak, a sua volta tratto da una breve novella di Ernest Hemingway, inserita nella famosa raccolta "I 49 racconti". Sceneggiato dal poco noto Gene L. Coon, "Contratto per uccidere" un film fondamentale per gli sviluppi del cinema noir: questo genere, nato negli anni '40 e contrassegnato da toni cupi e disperati, da ombre inquietanti, da paesaggi urbani notturni e da personaggi equivoci, sembrava legato agli stilemi del bianco e nero ed inesorabilmente avviato al tramonto alla fine degli anni '50, con il prevalere dei film a colori. Infatti il periodo classico (e aureo) del genere viene fatto convenzionalmente iniziare nel 1941 con "Il mistero del falco" di Huston e terminare con "L'Infernale Quinlan" di Welles nel 1958. Questo film di Siegel ebbe il merito, probabilmente involontario (ma i grandi registi riescono ad essere creativi anche nelle condizioni pi improbe e nelle circostanze pi imprevedibili) di inventare un nuovo modello di noir a colori, affrancando il genere dalle convenzioni che l'avevano caratterizzato e che ora rischiavano di imbalsamarlo. Stilisticamente il film meno ricercato di quelli classici, ma dimostra la possibilit di utilizzare ambienti luminosi e colori vivaci per una storia di delitti e violenza, accentuandone anzi, per contrasto, l'impatto emotivo. Interessante, in tal senso, il confronto tra le scene di apertura dei due film: quello di Siodmak ha tutte le caratteristiche del noir classico, ambientazione notturna, giochi di ombre e luci, forte risalto espressionistico della fotografia in bianco e nero, movimenti della macchina da presa e angolazioni delle riprese tese da aumentare un clima di angoscia soffocante. Nel remake tutto avviene alla luce del giorno, i colori sono netti e precisi, solo gli improvvisi scoppi di violenza dei killers (e di ci debitore Tarantino) e qualche ripresa appena sbilenca comunicano la minaccia incombente. Rispetto al film di Siodmak, poi, quello di Siegel elimina i personaggi positivi dell'investigatore assicurativo e del poliziotto, eleggendo i killers del titolo originale a protagonisti assoluti di una vicenda dominata dalla violenza e dall'avidit. Raro caso di remake all'altezza dell'originale, il film si segnala anche come modello di "rifacimento", nel rispettare lo spirito della pellicola d'origine, operando per cambiamenti tali da essere opera autonoma e perfino innovativa (e, in un'epoca di remakes forsennati e dissennati come l'attuale, forse a Hollywood farebbero bene a riguardarsela). Spietato e pragmatico, come i due assassini nerovestiti e con gli occhiali scuri (il look delle "iene" di Tarantino non viene solo dai "blues brothers" ma soprattutto da questo film), "Contratto per uccidere" ha sequenze di violenza che hanno fatto scuola ed un modello di concisione e di ritmo (notevole anche il commento musicale). Tra i protagonisti, formidabile Marvin (che, come Siegel, fu in qualche modo "lanciato" da questo film), ma da ricordare anche Cassavetes (regista importante ed elitario, che faceva l'attore per finanziare i propri film) e soprattutto Ronald Reagan, alla sua ultima interpretazione nella parte di infido e subdolo capogangster (quando poi divent presidente USA molti ricordavano tale ruolo, divertendosi con abbinamenti satirici).

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    Uccellacci e uccellini (Uccellacci e uccellini, 1966) di Pier Paolo Pasolini

    Un padre e un figlio, Tot e Ninetto, vagano per la periferie romane e le campagne circostanti. Durante il loro peregrinare gli appare un corvo parlante, eloquente e forbito, che gli racconta, tra le altre cose, la storia di frate Ciccillo e di frate Ninetto, due francescani a cui il santo di Assisi, fondatore dell’ordine, aveva affidato l’arduo compito di far coesistere in pace falchi e passeri, ponendo fine all’eterna rivalit. I due uomini fanno vari incontri nel loro vagare: una prostituta, dei reietti disperati, un gruppo di attori, incrociando persino il funerale di Palmiro Togliatti, mentre il corvo non smette mai di parlare, con la sua prolissa oratoria. Ma quando Tot e Ninetto avranno l’incombente problema della fame, se lo mangeranno senza esitare. Favola filosofico allegorica di significato politico, con punte di grottesco, momenti lirici, riflessioni sociali ed inserti visionari di fantasia superiore, che la rendono unica nella filmografia dell’autore e, probabilmente, nella storia del cinema italiano. I protagonisti, interpretati da Tot e Ninetto Davoli, sono personaggi stravaganti ed umani, teneri e cinici, leggeri e gretti, allegorie poetiche, evidentemente distorte dalla dimensione favolistica dell’opera, di quelle classi proletarie tanto amate dal regista bolognese. Pasolini scelse come protagonista Tot, celebre icona di quel cinema popolare tanto amato dal pubblico quanto perennemente bersagliato dalla critica, attratto dalla sua maschera comica e triste, in grado di dar vita, con naturalezza, alle forti contraddizioni che convivono nelle classi pi disagiate, capaci di passare, in un attimo, dall’efferata brutalit alla pietosa dolcezza. Il famoso attore comico napoletano trasse un inaspettato, e postumo, consenso critico dall’incontro con il regista poeta, ricevendo un premio speciale al Festival di Cannes ed ottenendo, finalmente, quella visibilit “colta” che solo il cinema d’autore pu garantire. Il corvo una chiara metafora dell’intellettuale di sinistra al tempo di Togliatti, del suo ruolo di “educatore” delle masse dopo il boom economico e le trasformazioni sociali che hanno mutato le classi contadine in operaie, con conseguente nascita di squallidi ghetti urbani nelle periferie metropolitane. Il corvo pasoliniano contiene tutte le contraddizioni e la crisi del vecchio modello marxista, che, dopo le glorie della Resistenza e degli anni ’50, non ha saputo adattarsi ai rapidi cambiamenti sociali, alle nuove esigenze del proletariato, diventando anacronistico, prolisso, paternalistico, pedante nel suo sofisma intellettuale povero di senso pratico, e, quindi, lontano dai bisogni del popolo. L’atroce fine riservata al corvo una metafora chiarissima del pensiero dell’autore in merito alla sorte dell’ideologia marxista sul finire degli anni ’60: destinata a soccombere perch inadatta a soddisfare le reali esigenze della gente. E anche la sequenza surreale del funerale di Togliatti in evidente sintonia con questo impianto “a tesi”. La sorte del corvo segna, anche, la mancanza di una guida autorevole nella sinistra italiana, una voce capace di arrivare alle masse, a quel popolo incolto ma “innocente”, amato dal regista ed egregiamente incarnato da Tot e Ninetto. In questo capolavoro pasoliniano, forte di quell’umilt e di quella leggerezza tipica delle opere di grande statura morale, troviamo condensati, in 90 minuti, politica e storia, poesia e religione, sociologia e lirismo, miseria e incanto, il tutto amalgamato in una dimensione trasognata, onirica e idealista, che ha pochi eguali nel nostro cinema, a meno di scomodare mostri sacri come Fellini. Da segnalare la suggestiva colonna sonora di Ennio Morricone e la splendida fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli e Mario Bernardo, che conferisce alle periferie romane in costruzione un etereo risalto espressivo, una sorta di moderno “deserto” sospeso ai margini della civilt borghese.

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    M*A*S*H (M*A*S*H, 1970) di Robert Altman

    Nelle retrovie della guerra di Corea, in un ospedale da campo americano, tre ufficiali chirurghi, burloni ed insofferenti alle regole militari, creano un loro personale angolo di evasione goliardica, fatto di burle irriverenti e scherzi atroci nei confronti dei colleghi, delle belle infermiere e senza risparmiare neppure i superiori. Nonostante le frequenti ramanzine e punizioni, i tre giocherelloni non cambieranno mai e toccheranno l’apice derisorio durante un torneo di football americano organizzato da un generale: per vincere la partita decisiva inietteranno tranquillanti agli avversari. Capolavoro di geniale irriverenza dissacratoria, irresistibile, mordace, spudorato, sboccato, stralunato. Distrugge, con la sua corrosiva derisione, la retorica dell’eroismo patriottico ed il dogmatismo fanatico del militarismo, cambiando per sempre il modo hollywoodiano di raccontare la guerra, come una sorta di “peccato originale” della satira militare. Dal vulcanico magma di personaggi fuori di testa e situazioni irriverenti, emerge l’ironia tagliente e beffarda del regista, che, come un uragano iconoclasta, trascina tutto con s nella sua corrente demistificatrice, senza risparmiare nemmeno i miti istituzionali quali religione, moralismo e persino il football americano, lo sport nazionale. Diede il successo mondiale al “diabolico” contestatore Robert Altman, che qui, forte dell’energia degli “esordienti”, ha raggiunto l’apice della sua vena dissacratoria. Sebbene il film sia ambientato in Corea, sembr a tutti evidente, che l’autore intendesse parlare del Vietnam, senza per mai nominarlo, sia per esorcizzarne, a livello inconscio e con assoluto coraggio, l’impatto angosciante che aveva sull’opinione pubblica del tempo, sia per attuare il suo lucido progetto di caustica denuncia attraverso il linguaggio pungente della farsa. Malgrado le pressioni produttive il grande regista non rinunci a nessuna delle sue provocazioni, dal linguaggio scurrile alle scene cruente in sala operatoria, dalle battute politicamente scorrette (quelle sessiste sono celeberrime) fino alla parodia dell’ultima cena, che fece arrabbiare i cattolici. Ma i meriti dell’opera risiedono anche negli alti valori tecnici e nella sua assoluta originalit stilistica: la sintassi libera, anarchica, debordante, le sperimentazioni sono numerose, come la sovrapposizione dei dialoghi e dei punti di vista, che poi troveranno magnifico compimento artistico nel famoso Altman “corale” degli anni migliori. Lo sberleffo supremo gi nella canzone che apre il film sui titoli di testa, composta dal figlio quattordicenne del regista ed inneggiante al suicidio. Sotto la patina demenziale e grossolana, sulla quale si soffermeranno i meno attenti, si nasconde uno dei pi potenti ed anticonvenzionali attacchi al militarismo mai compiuti dal cinema americano. Nell’ambito delle satire contro la guerra superato solo dal Dottor Stranamore di Kubrick e da Vogliamo vivere! di Lubitsch. Del grande cast citiamo Sally Kellerman, Donald Sutherland, Elliott Gould, Robert Duvall, Tom Skerritt, tutti bravissimi. Il film ebbe un grande successo di pubblico, vinse la Palma d’Oro al Festival del Cinema di Cannes e l’Oscar alla migliore sceneggiatura. Ne fu tratta una fortunata e celebre serie televisiva omonima, andata in onda, per 11 stagioni e 251 episodi, dal 1972 al 1983. Il titolo l’acronimo di “Mobile Army Surgical Hospital”.

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    Zabriskie Point (Zabriskie Point, 1970) di Michelangelo Antonioni

    Mark, giovane studente ribelle, ricercato dalla polizia di Los Angeles per la morte di un agente, avvenuta durante gli scontri scoppiati al seguito di una rivolta studentesca in un campus. Braccato, ruba un piccolo aereo e fugge a Zabriskie Point, in pieno deserto californiano. Qui incontra Daria, giovane segretaria in viaggio verso Phoenix per una vacanza. I due si amano appassionatamente nel panorama desolato della Death Valley, prima di separarsi. Mark, pentito delle sue azioni, si dichiara innocente dell’omicidio del poliziotto e torna indietro per riconsegnare l’aereo rubato, ma il finale sar tragico. Lo Zabriskie Point il punto di massima depressione geologica degli Stati Uniti, situato nella desertica “Valle della Morte” californiana. Un luogo ostile, lunare, inseminato, dove non pu crescere la vita, che Antonioni ha scelto, emblematicamente, come affascinante ambientazione del suo primo film “americano”. Realizzato con un alto budget, con attori non professionisti ed una lunga e travagliata lavorazione, il film, indubbiamente pretenzioso, fu un flop assoluto al botteghino, venne distrutto dalla critica americana e lasci perplessa quella italiana, trovando ben pochi estimatori. Il tempo gli ha garantito lo status di cult movie, concedendogli la meritata rivalutazione artistica. Ambizioso e provocatorio, Zabriskie Point un’opera potente e psichedelica, che intende condensare, in meno di due ore, le utopie delle rivolte giovanili degli anni ’60 e gli ideali della controcultura: le contestazioni studentesche, gli scontri con la polizia, la fuga come idea mitica di rinuncia alle regole della societ reazionaria, l’amore libero come atto supremo, e politico, di affermazione della propria indipendenza, i vagheggiamenti della rivoluzione pacifista ed il sogno di abbattimento delle barriere sociali. Probabilmente troppo per un film solo e per un regista come Antonioni, storicamente pi a suo agio con tematiche inerenti alla crisi esistenziale, all’incomunicabilit tra esseri umani con relativo coinvolgimento dei rapporti sentimentali di coppia. Ma Zabriskie Point anche un film sul vuoto, sulla sconfitta del modello capitalistico, sul fallimento delle repressioni civili di fronte al crescente disagio giovanile, tematiche politiche scottanti, affrontate per in maniera frettolosa, e con un farraginoso dogmatismo ideologico di base, dal regista ferrarese, che qui tende a smarrire la rotta creando una divergenza tra il sostrato psicologico e l’ingombrante sovrastruttura intellettuale. Chi ci ha voluto vedere un film sull’America non ne ha colto il senso reale, peccando della medesima superficialit contestata all’autore. Zabriskie Point , ancora una volta, un film sulla crisi, applicata per ad un contesto sociale, politico e filosofico ben pi vasto, di cui la desolata ambientazione desertica rappresenta il contraltare beffardo, oltre che il simbolo pregnante di una ricerca di purezza assoluta. Ma, al di l delle ellissi concettuali, questa surreale “favola” astratta, che vira nell’apocalittico nello stupefacente finale, possiede i suoi punti di forza nei memorabili momenti onirici, che ne riscattano la dignit formale, se non la piena legittimit teorica. Tra le scene di volo alto, che hanno reso il film indimenticabile, vanno sicuramente citate quella, eversiva, dell’amore di gruppo consumato nella desolazione del deserto, con lo sguardo registico metaforicamente “distante”, e l’epilogo anarchico, con la mega villa che esplode in mille pezzi, la visione della sconsolata Daria che immagina la distruzione di quei modelli consumistici responsabili del tragico destino di Mark. La sequenza dell’esplosione, ripetuta fino allo sfinimento, e filmata da ben 17 macchine da presa in simultanea, sulle splendide note dei Pink Floyd, entrata nella storia del cinema e vale, gi da sola, come si suol dire, il prezzo del biglietto. Quest’opera dissonante, irrisolta, magniloquente e disomogenea, uno dei manifesti di quel cinema, poetico e “maledetto”, che oggi sarebbe impossibile anche solo da immaginare. Una menzione speciale per la colonna sonora altisonante, che annovera tra i suoi crediti i Pink Floyd, i Kaleidoscope , i Grateful Dead , Jerry Garcia e John Fahey. Antonioni scart alcuni temi appositamente composti dai Pink Floyd per il film, uno dei quali sar poi usato dalla celebre band inglese per il leggendario brano “Us and them” dell’album “The dark side of the moon”.

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    Todo modo (Todo modo, 1976) di Elio Petri

    In un’atmosfera da apocalisse urbana, con il paese allo sbando sotto gli effetti di una grave epidemia, alcuni alti esponenti del partito che detiene il potere da decenni, guidati dal Presidente M, si riuniscono in una sorta di lugubre albergo convento, diretto dal gesuita don Gaetano, per un ritiro spirituale comunitario, che porti ad una proficua riflessione sul momento politico attuale. In realt il vero scopo, non dichiarato ma a tutti evidente, quello di realizzare una nuova spartizione dei poteri, cercando un equilibrio tra le diverse forze in campo. Ma quando i convenuti inizieranno a morire l’uno dopo l’altro, uccisi da un assassino misterioso, scoppier il caos e tutti sospetteranno di tutti. Liberamente tratto dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia, questo metafisico apologo sul potere segna l’ultima collaborazione tra il regista Elio Petri ed il grande attore Gian Maria Volont. Un connubio, artistico ed umano, straordinario, che ha reso grande il cinema politico italiano degli anni ’70. In quest’opera astratta, dai tratti surreali e grotteschi, nata non a caso negli anni del cos detto “compromesso storico”, l’autore intende tracciare un’evidente metafora della decadenza della DC, ispirandosi all’allegoria del “palazzo” utilizzata da Pasolini per raffigurare l’atteggiamento monolitico e corporativo dei galoppini del potere, che operano sempre e comunque per preservare il loro status quo di privilegio. Il personaggio del Presidente M, interpretato, come al solito, in modo straordinario da Volont, chiaramente modellato sulla figura di Aldo Moro, che, all’uscita del film, era presidente del consiglio. La caratterizzazione di M, oltre all’incredibile somiglianza fisica con il vero Moro, ne ricalca i modi, gli atteggiamenti, le espressioni, lo stile, attuandone per una distorsione allegorico surreale, una maschera caricaturale, per non incappare in problemi di censura. Dopo la prematura e tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale scomodo per eccellenza, Petri ne prende, idealmente, il posto in questo film di denuncia, che ambisce ad essere una sorta di “processo” pubblico, in forma derisoria e farsesca ma con toni di cupa amarezza, alla classe politica dirigente democristiana che ha governato il paese per un trentennio. Tutti i personaggi hanno una connotazione ambigua a sfondo negativo, tutti dimostrano la medesima rapacit nell’ottenimento o nella conservazione della rispettiva “poltrona”. Lo stesso M, dai modi raffinati, affabili e conciliatori, nasconde molti lati oscuri che si disvelano nel corso della pellicola. Il marcato utilizzo del grottesco e lo straniamento espressionista che pervade l’opera, conferendogli un’allucinata atmosfera onirica, rispondono all’esigenza del regista di voler realizzare una denuncia della corruzione e dei malcostumi democristiani, evitando opportunamente gli strali censori grazie all’uso dell’iperrealismo. In questo caotico pamphlet di fantapolitica trovano spazio e spessore elementi eterogenei come le suggestioni sadiane (nell’aula bunker sotterranea dell’albergo-fortino si consuma un’autentica orgia di sadomasochismo politico), le allegorie sessuali (il democristiano eunuco impotente sia sessualmente che politicamente), le profezie apocalittiche (l’autodistruzione di una dirigenza politica arrivata al culmine del suo delirio decadente), le metafore religiose (l’autoflagellazione mortificatrice di uomini che hanno tradito i principi religiosi furbescamente sbandierati e dietro al cui stemma hanno costruito il loro stesso potere temporale, ma anche l’evidente connotazione rituale della cerimonia blasfema con cui i miserabili funzionari scelgono di auto-terminarsi). Quest’opera importante, pretenziosa e, senza dubbio, ermetica, voleva essere la summa dell’arte di Petri, il manifesto definitivo della sua estetica ed il simbolo solenne del suo cinema politico. Ma, con tutti i suoi indubbi meriti satirici e stilistici, non riesce a raggiungere lo status di capolavoro perch manca di equilibrio, di sintesi concreta, ed troppo rancorosa nella sua programmatica critica distruttiva che finisce per scadere nella retorica di un’agiografia negativa, perdendo, quindi, sia in lucidit che in capacit di sublimazione universale, che sappia elevarsi al di sopra delle beghe meschine della nostra “italietta”. Alla sua uscita il film scaten furibonde polemiche e venne aspramente criticato sia dalla Democrazia Cristiana che dal Partito Comunista, trovando nel solo Sciascia un veemente difensore. Dopo il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, del cui tragico epilogo quest’opera sembr dare una sinistra anticipazione profetica, il film fu puntualmente “oscurato” dal potere censorio, finendo nel dimenticatoio per molti anni, come un ingombrante documento di un periodo oscuro che la ragion di stato preferisce far scivolare nell’oblio per una sorta di pavida “decenza”. Al di l di ogni faziosit politica, si pu riconoscere, col senno di poi, che la previsione di Petri sulla capitolazione implosiva di DC e PCI si rivelata del tutto esatta. Nel grande cast spiccano, oltre al protagonista Volont, Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Mariangela Melato, Franco Citti e Ciccio Ingrassia. Una menzione speciale va data alle inquietanti scenografie visionarie di Dante Ferretti, sospese tra l’incubo espressionista e la distopia surreale.

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    Eraserhead - La mente che cancella (Eraserhead, 1977) di David Lynch

    Henry un giovanotto impacciato che vive in una strana citt, tetra e fumosa, e scopre che la sua ragazza, Mary, che soffre di epilessia, aspetta un figlio da lui. Mary dar alla luce un essere deforme, un feto che ricorda in parte un rettile e in parte un coniglio, che poi abbandoner lasciando Henry da solo con il mostruoso nascituro ed una serie di incubi agghiaccianti che attanagliano la sua mente e si confondono con la realt. Il primo lungometraggio di David Lynch un’opera seminale e, a suo modo, capitale perch contiene gi tutti gli elementi che poi renderanno famoso il grande Maestro del Montana. Film di culto e pietra miliare della cinematografia underground, , probabilmente, il pi famoso ed il migliore esponente della filmografia “weird”. La sua lavorazione fu lunga e travagliata e si protrasse, in modo non continuativo, per quasi cinque anni a causa di problemi produttivi e finanziari. Impaginato in un bianco e nero magnifico che guarda al cinema espressionista, un horror allucinato di forte valenza simbolica e di maestosa suggestione, che utilizza immagini e situazioni disturbanti per immergerci in mondo d’incubo, un viaggio astratto nell’inconscio che genera mostri. Probabilmente influenzato dal manifesto storico del surrealismo di Buuel (Un Chien Andalou), lo rinvigorisce con nuova potenza onirica e rinnovato estro figurativo che pu risultare ostico, sgradevole, incomprensibile ma di cui non si pu negare il genio visionario. Molti si sono a lungo interrogati sul significato recondito dell’opera: chi ci ha visto una metafora orripilante della fecondazione, chi una patologica ossessione sulla paternit, come fattore limitante della propria libert espressiva e chi, invece, una paura compulsiva della sterilit. Lynch, che ha sempre negato ogni riferimento intenzionale a Buuel, non si mai espresso in merito ma si limitato a definire la pellicola come "un sogno di cose oscure e inquietanti", preferendo che fosse il singolo spettatore ad interpretarlo in base alla sua capacit emotiva e percettiva. Va anche detto che il film possiede una struttura abbastanza “lineare” e non scardina mai completamente il rapporto di empatia con lo spettatore, garantendo, quindi, un margine di fruibilit tollerabile anche per un pubblico mainstream. Al di l di ogni disquisizione o gusto personale, quello che certo che raramente si assistito ad un esordio cinematografico tanto potente, tanto straordinario e tanto inquietante. Secondo la leggenda questa era una delle pellicole preferite di Stanley Kubrick che il grande regista mostrava agli attori sul set di Shining per calarli nella giusta atmosfera horror. Lynch non ha mai voluto svelare come ha ottenuto il realistico effetto del bambino mutante; quello che certo che il risultato orripilante, oggi come allora.

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    Broadway Danny Rose (Broadway Danny Rose, 1984) di Woody Allen

    Un gruppo di vecchi attori di variet, seduti intorno al tavolo di un ristorante, rievocano vecchie storie, tra cui quella di Danny Rose, piccolo impresario e talent scout di Broadway, che, nei primi anni ’80, cercava di sistemare una serie di improbabili artisti di terz’ordine, condannati all’anonimato. Coinvolto in vicende paradossali, tra una procace femme fatale ed un gangster geloso, Danny riusc a rilanciare la carriera stagnante di Lou Canova, cantante melodico italoamericano molto famoso negli anni ’50, per poi venire da questi professionalmente abbandonato. Elegante commedia di Allen, sospesa tra malinconia e tenerezza, ironia ed amarezza. Viene generalmente considerato un film “minore” nella smisurata produzione dell’autore, eppure ha garbo, intelligenza, un ritmo scattante, situazioni esilaranti, dialoghi di irresistibile forza comica ed una freschezza narrativa ancora oggi immutata. Raccontato interamente in flashback, uno dei pi divertenti Allen degli anni ’80, con un protagonista atipico: edificante, fragile e compassionevole, determinato nel suo lavoro e profondamente rispettoso di ideali come l’onore e l’amicizia. E’ una riflessione agrodolce sul lato effimero del successo, sui perdenti relegati ai margini del sogno americano, che lottano ad armi impari ma che, nonostante tutto, stabiliscono tra loro un legame profondo e duraturo, quella sorta di magico cameratismo che accomuna gli sventurati. La vis comica costruita sul contrasto tra la sofisticatezza intellettuale, tipicamente alleniana, e la verace genuinit degli ambienti italoamericani, descritti con trascinante ironia, sebbene utilizzando tutti gli stereotipi e le figure caricaturali del caso, gangster e “maccheroni” compresi. Straordinaria la sequenza dello spaesato Danny Rose/Woody Allen coinvolto, suo malgrado, in una festa italiana. Eccellenti, come al solito, la direzione degli attori, le atmosfere nostalgiche che indulgono nel retr e la colonna sonora jazz. Nel cast svettano i protagonisti, Woody Allen e Mia Farrow, e l’italoamericano Nick Apollo Forte, vera sorpresa della pellicola. E’ un’opera delicata e gradevole, realizzata in totale libert artistica e con dei personaggi splendidi.

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    Witness - Il testimone (Witness, 1985) di Peter Weir

    La giovane vedova Rachel, appartenente alla setta religiosa degli Amish, in trasferta a Philadelphia con il piccolo figlio Samuel. Per un tragico scherzo del destino il bambino assiste all’omicidio di un poliziotto nei bagni della stazione e sar coinvolto nelle indagini dallo zelante ispettore John Book. Ma le cose prenderanno una piega pericolosa quando il piccolo Samuel riconosce l’assassino in un agente del distretto, mettendo cos in pericolo la sua vita e quella di sua madre. Book scopre una sporca storia di sbirri corrotti e, sentendosi anch’esso minacciato, si rifugia nella comunit rurale degli Amish insieme a Rachel e suo figlio. Tra l’uomo e la donna nascer una storia d’amore, ma i loro inseguitori riusciranno a trovarli anche in quel rifugio remoto, con l’intenzione di ucciderli per mettere tutto a tacere. Da Peter Weir un eccellente thriller d’autore, che rinnega l’azione tipica di questi prodotti, limitandola alla prima parte introduttiva, in favore di una sapiente riflessione sullo scontro tra due culture opposte: quella degli Amish, appartata, naturalistica e spirituale, e quella americana, aggressiva, pugnace e capitalistica. La forza maggiore del film risiede nelle affascinanti ambientazioni rurali, una sorta di paradiso perduto, un idillio di innocenza primitiva che vira nel mistico, posto in antitesi alla corruzione e alla violenza della grande metropoli. L’idea della fuga dal mondo “civilizzato” per disperdersi nella natura, il cardine dell’estetica del grande regista australiano, che, in questo suo primo film americano, la traspone con una superba eleganza espressiva, una fotografia luminosa ed una pulizia formale che trova il suo tripudio nell’esaltazione della cultura Amish. La vicenda poliziesca, raccontata in modo classico, si pone come l’elemento perturbante, la forza deteriore che arriva a profanare il giardino dell’eden, contagiandolo irreversibilmente con i germi dell’immoralit. Il tema della tentazione corruttrice reso in maniera splendida nella scena in cui il piccolo Samuel guarda la pistola di Book, provando per essa un pericoloso senso di attrazione. Gli amanti del poliziesco tradizionale sono rimasti interdetti di fronte a questo thriller atipico, costruito sulle atmosfere e sulla bellezza delle immagini, volto a rappresentare un conflitto ideologico assoluto e, a suo modo, definitivo, in accordo agli stilemi tipici dell’autore. Nel cast spiccano un intenso Harrison Ford, alla sua prima e unica nomination all’Oscar, e la dolcissima Kelly McGillis, i cui occhi limpidi esprimono perfettamente la serenit interiore dell’ideologia Amish. Il film ebbe un buon successo di pubblico, fece conoscere al mondo occidentale il talento di Weir ed ebbe 8 nomination agli Oscar, vincendone due: sceneggiatura e montaggio. E’ uno dei rari esempi di thriller spirituale, con momenti di assoluta poesia.

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    Creature del cielo (Heavenly Creatures, 1994) di Peter Jackson

    Nuova Zelanda, anni ’50: Juliet e Pauline sono due adolescenti compagne di scuola, che vivono un’amicizia intensa ai limiti del morboso, con evidenti segnali di attrazione sessuale. Vessate da una societ bigotta e perbenista, da donne algide ed arcigne che ne tarpano l’esuberanza e ne mortificano la ribellione, le due ragazze si rifugiano in un mondo di fantasia, un universo fantastico popolato da figure mitiche ed emblematiche, attraverso il quale fuggire dalla scomoda realt per vivere il proprio rapporto “pericoloso”. Ma quando la madre di Pauline minaccia di separarle, la ragazza non esita ad ucciderla, pur di proseguire il suo idillio immaginario con l’amica del cuore. Ispirato ad uno scioccante e reale fatto di cronaca nera, che sconvolse l’opinione pubblica neozelandese negli anni ’50, questo dramma “proibito” e visionario di Peter Jackson, che lo fece conoscere al mondo molti anni prima di sbarcare nella Terra di Mezzo, una tragica storia d’amore adolescenziale sospesa tra iperbole e impudenza. Acclamato dalla critica e premiato al Festival del Cinema di Venezia con il Leone d’Argento alla regia, una triste vicenda di delitti “innocenti”, raccontata con coraggio ed enfasi stilistica tra brutale e surreale, follia ed incanto, violenza e magia. Gli inserti fantastici del mondo immaginario delle due protagoniste sono notevoli e dimostrano l’estro visionario del regista, che, non a caso, stupir a breve il pubblico per la potenza del suo sguardo nella saga dell’Anello. Ma lo stile sovraeccitato e la forsennata ridondanza formale, anch’essa tipica dell’autore neozelandese, non giovano all’equilibrio complessivo, provocando costanti oscillazioni tra originalit e cattivo gusto. I momenti migliori tra le sequenze ambientate nel mondo reale, sono quelli inerenti ai rapporti familiari ed alla tensione erotica tre le due amiche, raffigurati con estrema finezza di sfumature e con lucido rigore psicologico. Tra derive horror, che sono nel DNA del regista, ed omaggi al mito Orson Welles, Jackson ci regala un film imperfetto ma importante, sgradevole e audace, focalizzato sul rapporto psicologico tra le due adolescenti e che denota una notevole personalit artistica ed un originale senso lirico, che regala brividi e non lascia indifferenti. Il film ha riacceso i riflettori su un caso ormai dimenticato (e gi portato al cinema, ma con taglio pi giudiziario, nel 1971 dal francese Jol Sria), rivelando anche un dettaglio scottante probabilmente sfuggito ai pi: ovvero che la complice del delitto, Juliet Hulme, poi diventata, sotto pseudonimo, una scrittrice di romanzi gialli, estremamente prolifica e di discreto successo. Lo sguardo sfacciato del regista non fa sconti e se, da un lato, critica aspramente la sterile rigidit di una societ retrograda, dall’altro finisce per condannare, altres, l’insana follia delle due giovani ribelli, che non si sono dimostrate migliori delle loro intolleranti madri. E’ stata la pellicola d’esordio di una giovane Kate Winslet, intensa e sorprendente nel ruolo di Juliet, che rivel cos al mondo il suo grande talento, prima di salire a bordo del Titanic.

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    L'odio (La Haine, 1995) di Mathieu Kassovitz

    Giorni di ordinario squallore in una sordida banlieue parigina: Vinz, ebreo e bianco, Said, maghrebino, e Hubert, nero, sono tre sbandati in pena per il giovane Abdel, un loro compagno in fin di vita dopo un brutale pestaggio subito dalla polizia. Il violento Vinz ha preso la pistola di un agente durante gli scontri di strada contro le forze dell’ordine, che hanno visto soccombere il malcapitato Abdel, ed intende usarla per la sua vendetta. Fulminante e feroce opera di denuncia di Kassovitz sul degrado urbano delle periferie metropolitane francesi, teso e lucido, brutale e spietato, impaginato in un bianco e nero allucinato che non concede alibi. Abbraccia la logica brutale e manichea degli alienati protagonisti, “noi contro loro”, senza compiacimenti, senza enfasi retorica, senza giudizio morale, senza condanna n assoluzione, senza conformismo sociologico, ma limitandosi ad un asettico realismo che lascia atterriti e che ci immerge completamente nel mondo barbaro della banlieue. Con numerosi omaggi alla Nouvelle Vague ed al cinema americano del primo Scorsese, l’autore ci consegna un intenso e lucido spaccato sociale con la distanza della cronaca e l’adesione coraggiosa di chi intende andare al cuore del problema, anche a costo di sporcarsi le mani. L’alto rigore stilistico, l’estrema verosimiglianza delle ambientazioni, la durezza dei temi trattati senza filtri, i dialoghi selvaggi e le eccellenti interpretazioni di un cast perfetto, in cui svetta uno straordinario Vincent Cassel, in una performance di alto vigore fisico ed emotivo, rendono questo film un manifesto scioccante e scomodo di una giovent allo sbando, ma anche di un grave problema sociale che il potere evita accuratamente di affrontare in modo serio. Il montaggio incessante, che procede a ritmo del rap eversivo che aleggia nella banlieue, ed i movimenti di macchina frenetici, garantiscono la perfetta rappresentazione di un universo ai margini, sotterraneo rispetto alla borghesia dei quartieri alti, nel suo procedere a velocit diversa, con una costante accelerazione iperattiva, rispetto al resto di quel mondo verso cui prova disprezzo. La splendida metafora, alla base del film, dell’uomo che cade da un palazzo di 50 piani e che, ad ognuno di essi, si ripete “tutto bene fino a qui”, quella di una societ di emarginati condannati a precipitare, costretti a vivere la loro vita, inevitabilmente segnata, a brevi tappe fittizie, senza domani, nella generale indifferenza della gente “perbene” che preferisce voltarsi dall’altra parte. Il finale ambiguo e sospeso un ulteriore valore aggiunto, che dimostra il carisma e la personalit del regista nell’affrontare un tema tanto scottante, col piglio del grande narratore, che non si pone n su un piedistallo n nel fango dei suoi protagonisti e che distribuisce vizi e virt da entrambi i lati della barricata. Questa controversa opera di culto degli anni ’90 fu insignita del premio alla migliore regia al Festival del Cinema di Cannes. Nessun altro film ha esplorato la realt amara delle banlieue con altrettanto rigore ed equilibrio, tramutando la rabbia dei protagonisti in corrosiva denuncia sociale.

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    Il pianista (The Pianist, 2002) di Roman Polanski

    Varsavia, 1939, dopo l’occupazione nazista: le leggi razziali hitleriane portano a misure sempre pi restrittive e disumane nei confronti degli ebrei: la discriminazione, le limitazioni, l’obbligo di portare la stella di Davide sul braccio, la creazione del famigerato ghetto, le deportazioni, lo sterminio. Il pianista Wladyslaw Szpilman, ebreo polacco di grande talento, riesce a sfuggire ai rastrellamenti delle SS e sopravvive nascondendosi nel ghetto, affamato, umiliato, disperato, assistendo ad orrori indicibili, violenze, soprusi, omicidi efferati. Un ufficiale nazista, amante della sua musica, lo aiuta a sopravvivere fino all’arrivo dell’Armata Rossa, che spezzer le catene del giogo nazista. Ma niente sar mai pi come prima per l’artista e l’uomo Szpilman, spezzato nell’animo dall’orrore dell’olocausto. Sul doloroso tema della Shoah stato detto tanto, forse tutto, ma, come si dice in questi casi, non mai abbastanza. Era inevitabile che, prima o poi, un autore come Polanski, polacco, ebreo e testimone diretto di quegli eventi tragici da cui si salvato per miracolo, si confrontasse con l’argomento, offrendoci la sua visione dell’olocausto del popolo ebraico. Adattando il romanzo di memorie autobiografiche del vero Szpilman, e rifacendosi in parte a ricordi personali della sua traumatica infanzia, l’autore ha tratto un film asciutto, calibrato, terribile, attonito come il suo splendido protagonista, mirabilmente interpretato da uno straordinario Adrien Brody, di fronte all’apocalisse che la Storia ha riservato alle vittime innocenti di una lucida follia ideologica, che parte da molto lontano e che non un’esclusiva germanica. Lo sguardo del regista intimo, partecipe, “nudo” come il suo Szpilman, privato di ogni dignit e distrutto nell’animo di fronte a tanta barbarie. La prima parte dell’opera ci immerge nel brutale quotidiano del ghetto, senza risparmiarci nulla, senza nasconderci le aberrazioni, la violenza ed il sangue, sebbene non vi sia mai morbosit o eccesso gratuito, ma solo pudica costernazione dal parte di Polanski. Nella seconda veniamo proiettati nel mondo intimo di Szpilman, il film diventa appartato, alienato, nascosto, proprio come lo spaurito protagonista, maschera triste di un’immane tragedia storica, che vive come un topo, in lerci angoli oscuri, nel pi infimo degrado, cercando di sfuggire all’orrore del mondo esterno. La parte finale quella pi canonica, non esente da retorica nel rapporto “artistico” con l’ufficiale nazista, che intende suggerire l’idea, affascinante ma a sospetto di idealismo, che l’arte possa trionfare, sempre e comunque, sul male, sulla guerra, sull’orrore. Le terribili immagini di distruzione urbana dell’epilogo sono sconvolgenti e si riflettono perfettamente nel volto emaciato del protagonista, a cui Brody conferisce egregiamente il sembiante di uomo devastato, l’incarnazione del dolore e della sofferenza. Seppure non aggiunga nulla di nuovo, artisticamente parlando, alla materia olocausto, un’altra sentita testimonianza, rigorosa e pregnante, indubbiamente importante perch realizzata da un grande autore. Apprezzato da pubblico e critica, ha fatto incetta di premi: Palma d’Oro al Festival di Cannes, con qualche contestazione, e tre premi Oscar: regia, sceneggiatura e Adrien Brody intenso protagonista.

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    The Prestige (The Prestige, 2006) di Christopher Nolan

    Nella Londra di inizio ‘900 Robert Angier e Alfred Borden sono due promettenti illusionisti che lavorano come apprendisti del medesimo maestro prestigiatore. Ma un tragico incidente, avvenuto durante un pericoloso numero di “evasione subacquea”, provoca la morte della giovane moglie di Angier e questi, incolpando Borden dell’accaduto, romper per sempre i rapporti con lui. Da questo momento la loro carriera di “maghi” prender strade diverse, ma i due daranno inizio ad una pericolosa sfida a distanza, che assumer i contorni di un’autentica ossessione, per superarsi a vicenda e dimostrare al pubblico, all’altro ed a se stesso chi sia il pi abile. Il numero pi ambito quello del “trasporto umano”, ovvero l’illusionista che sparisce sotto gli occhi del pubblico per ricomparire, un istante dopo, da un’altra parte. Borden ci riesce per primo ma Angier, folle di rabbia e di gelosia, non lascer nulla d’intentato per scavalcare il rivale e far un lungo viaggio in America per incontrare il geniale scienziato Tesla, che, secondo le dicerie, sarebbe in grado di costruire macchine miracolose grazie alla corrente elettrica. Imponente thriller crudele che vira nel fantastico, raffinato nello stile, sontuoso nella confezione estetica, estremamente curato nei dettagli e diviso dall’autore in tre atti, che replicano, idealmente, le fasi di un numero d’illusionismo: promessa, svolta e prestigio. Attuando questo affascinante parallelismo tra la struttura narrativa e l’esecuzione di un’attrazione magica, Nolan estrae dal cilindro il suo film migliore, insieme a quel gioiello di Memento, il pi concreto ed equilibrato, rendendo la pellicola stessa un’ardita allegoria dell’arte di un prestigiatore e sfidando il pubblico nell’accattivante tentativo di svelarne il trucco, cosa che accadr, e non senza meraviglia, negli ultimi fotogrammi di un efficace finale a sorpresa. La splendida ricostruzione storico ambientale della Londra vittoriana, le interpretazioni vigorose dei due efficaci protagonisti Hugh Jackman e Christian Bale (invero non eguagliate dalle controparti femminili, Scarlett Johansson e Rebecca Hall) e l’ammaliante suggestione magica che pervade l’opera fin dalle prime scene, completano il quadro, regalandoci un film solido e vibrante, rispetto a cui la scelta migliore quella di lasciarsi trasportare, a patto di mantenere una notevole sospensione dell’incredulit. Le ridondanze prolisse e le spettacolarizzazioni eccessive, tipici talloni d’Achille del regista britannico, sono qui ridotte ai minimi termini, in nome di una maggiore asciuttezza espressiva che trova il suo miglior compimento nell’ossessiva sfida psicologica tra i due uomini, che hanno dedicato tutto se stessi e sono disposti a pagare il prezzo pi alto, pur di superare l’avversario. Nolan filma l’ossessione e ce la offre sotto forma di oscuro illusionismo e, proprio come il pi navigato dei maghi, distoglie la nostra attenzione con disparati inganni visivi, per nasconderci il trucco che, invece, proprio l, sotto i nostri occhi, parafrasando il mezzo cinematografico stesso. In fondo che cos’ il cinema se non un grande bluff visuale ? un meraviglioso prestigio che ci nasconde la realt sotto forma di ammaliante illusione, per poi restarti dentro anche dopo che ne hai svelato il trucco. L’autore conferma la regola di saper dare il meglio di s in progetti pi “piccoli” e intimi, rispetto ai grandi blockbuster hollywoodiani, in cui le buone idee si disperdono in un mare di effetti speciali e di spiegazioni cavillose.

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    Melancholia (Melancholia, 2011) di Lars von Trier

    Justine e Claire sono due sorelle, molto diverse ma profondamente legate, che condividono due genitori raffinati, rigidi e distanti nella loro impassibile freddezza. Nel giorno delle sue nozze, Justine, che sorride sempre ma prova un evidente disagio interiore, si comporta in modo strano, allontanandosi spesso dal ricevimento nuziale e finendo addirittura per tradire il marito con uno sconosciuto. Su tutto aleggia l’ombra sinistra di una catastrofe incombente: un pianeta chiamato Melancholia in rotta di collisione con la terra, che potrebbe provocare l’estinzione del genere umano. Potente dramma apocalittico di Lars Von Trier, costituito da uno splendido prologo astratto, di suggestione pittorica, accompagnato dalle sublimi note wagneriane del “Tristano e Isotta”, e due capitoli, dedicati alle due sorelle protagoniste, egregiamente interpretate da Kirsten Dunst e Charlotte Gainsbourg, musa del regista danese. Justine e Claire sono figure emblematiche, facce opposte di una stessa medaglia: la prima solare, istintiva, carnale e anticonvenzionale, sebbene rechi dentro un malcelato tormento che ha radici profonde, probabilmente riconducibili ad una figura materna spigolosa e scostante. La seconda , invece, razionale, rigorosa, maniacale nella sua ossessione di controllo e tende a soffocare Justine con la sua etica raziocinante di matrice protettiva. Entrambe sono aspetti simbolici della complessa e multiforme personalit del regista, che s’identifica in entrambe, immergendole in un clima cupo ed angosciante da fine dei giorni. Con lo schematismo geometrico di un kammerspiel surreale, infinitamente tragico nella sua ineluttabilit, ed evidente fin dalle prime immagini del film, l’autore raggiunge l’apice supremo del suo pessimismo, estendendolo ad una portata cosmica, definitiva e chiudendo, in questo modo, un capitolo della sua cinematografia. Quest’opera viscerale, espressionista, impregnata di suggestioni esistenzialiste e di umori corrosivi antiborghesi, rappresenta, in tal senso, una summa estetica, un punto di non ritorno, un approdo concettuale del cinema di Lars von Trier. Tra evidenti omaggi a Tarkovskij (a cui il film dedicato) e splendide citazioni visive del mito di Ofelia (Justine trasportata dalle acque del fiume), il regista ci conduce al terrificante finale ipnotico, che obbedisce, con estasi funerea, al proprio credo misantropo: la fine del mondo inevitabile quanto “giusta”, perch l’umanit cos turpe da meritare l’estinzione, come si cercato di “dimostrare” nella prima parte (la festa fasulla e decadente). Si pu, ovviamente, dissentire da una visione cos drastica e catastrofica, ma impossibile negare il fascino oscuro di un’opera tanto sinistra quanto ammaliante, che intende replicare, magistralmente, l’influsso malefico e stordente del pianeta che d il titolo al film. La Dunst ha ricevuto il premio alla migliore interpretazione femminile al Festival del Cinema di Cannes per questa sua intensa partecipazione, dimostrando, ancora una volta, il grande talento del regista nella scelta e nella direzione degli attori. Un film di Lars von Trier non mai banale ed , a suo modo, sempre un evento, nel bene o nel male. In questo caso finiremo travolti da una struggente melanconia, una palude morale dalle esalazioni mefitiche, che, con uno stupefacente ossimoro filosofico, si rallegra nella tristezza di riconoscere il ruolo supremo della Natura, giudice imperturbabile ed equanime del nostro irrevocabile destino.

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    Vita di Pi (Life of Pi, 2012) di Ang Lee

    Il giovane Pi Patel costretto a lasciare la sua India insieme alla famiglia (padre, madre e fratello maggiore), imbarcandosi su una nave in rotta per il Canada, perch l’attivit paterna, la gestione di un giardino zoologico, non rende pi come un tempo. Ma, a causa di una tempesta, il natante su cui viaggiano Pi, i suoi familiari e gli animali del loro zoo, affonda nell’Oceano Pacifico ed il giovane riesce miracolosamente a salvarsi su una scialuppa di salvataggio. Ma Pi non l’unico superstite del tragico naufragio e dovr condividere l’esiguo spazio vitale con un orango, una iena, una zebra ed una feroce tigre del Bengala, che deve il suo pittoresco nome, Richard Parker, ad un errore di registrazione. Ben presto gli animali moriranno e Pi rester solo ad affrontare l’oceano, lottando contro la fame, la sete e la letale tigre, il peggior compagno di sventura possibile. Dal romanzo omonimo di Yann Martel, Ang Lee ha tratto un film visivamente stupefacente, sospeso tra grande avventura, misticismo filosofico, romanzo di formazione, favola elegiaca, incanto naturalistico e spiritualit “new age”, con ambizioni di parabola allegorica sulla fede. Probabilmente un po’ troppo per un blockbuster hollywoodiano, perch di questo si tratta, che, seppure di buon livello qualitativo, finisce per essere un po’ schiacciato dall’ingombranza concettuale dei tanti temi affrontati nel sottotesto, risultando invece eccellente nella sua dimensione avventurosa, soprattutto grazie a delle immagini straordinarie, magiche, potenti, tra le pi belle viste al cinema negli ultimi anni, frutto di uno straordinario lavoro di accostamento tra scenari reali ed effetti speciali generati in CGI. Con qualche eccesso spettacolare di troppo, specie nella concezione troppo “disneyana” degli elementi naturali, e qualche prolissit didascalica nel dialogo tra il maturo Pi ed il giovane scrittore a cui viene raccontata la storia in flashback, il film garantisce un valido intrattenimento per famiglie e si concede, nell’ ambiguo finale spiazzante, persino il lusso di una sottile riflessione sulla natura della fede, che poggia, necessariamente, le sue basi sull’accettazione di una “verit” forse fasulla, sicuramente edulcorata. Peccato che, come spesso accade nel cinema mainstream, tutto risulti appena accennato e rimanga semisepolto sotto la miriade di effetti speciali, sia pure superlativi come in questo caso. Il cerchio metaforico, dalla convivenza simbiotica al traumatico distacco tra uomo e tigre, inteso, evidentemente, come turbolenta sinergia di elementi opposti della natura umana, non si chiude, quindi, del tutto e lascia allo spettatore il suggestivo compito di scegliere, liberamente, in che cosa credere. Dal punto di vista tecnico il film segna una nuova pietra miliare nella storia degli effetti visivi e, in particolare, nell’uso espressivamente artistico del 3D, “oggetto” misterioso del nuovo corso della “fabbrica dei sogni”, particolarmente attivo, e di moda, negli ultimi tempi. La regia talentuosa, ma non sempre misurata e non esente da manierismo, del regista taiwanese, stata premiata con l’Oscar, il secondo della sua notevole carriera. Gli altre tre premi, tutti di natura tecnica e tutti dovuti, hanno reso il giusto tributo ad un’opera affascinante e sicuramente importante della stagione 2012, che non si fa mancare, ovviamente, neanche le abituali dosi di retorica “politicamente corretta” dei blockbuster d’oltre oceano.




    buona serata e alla prossima
    Ultima modifica di Strider; 04-02-16 alle 21: 33.
    "Per quel che mi riguarda Morricone il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

  9. #258
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    grazie Stridy,tutto molto bello e interessante! e complimentoni a wrong che sembra l'attacco del Barcellona :-)

    allora vi auguro anche buon weekend,ciao a tutti!

  10. #259
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    vista la particolare congiuntura che stiamo attraversando...

    ho deciso di rispolverare qualcosa che era stato accantonato...

    ovvero...

     

    una SuperGriglia!

    per con un paio di deroghe al Regolamento che la contraddistingueva:

    dopo i 4 tentativi indovinati NON scatter la "panchina"

    (cos che il gioco non vada in stallo perch non vi nessuno a dare il cambio )

    avete a disposizione max. 2 (DUE) tentativi a testa prima di un mio nuovo intervento

    (anzich i canonici 3 per le SuperGriglie, in modo da avere il tempo per cercare di bloccare gli eventuali Tris, Poker, e Pokerissimo altrui )

    essendo comunque una manche "normale" e non "special", chi vince, condurr la prossima

    vado dunque a presentarvi questa nuova SuperGriglia che ho dedicato al...

     

    Black & White

    ovvero ai films in Bianco e Nero

    come "paletti" iniziali vi posso dire che:

    - i 25 films sono diretti da registi diversi

    - ho selezionato alcune "pietre miliari", diversi "capolavori", e qualche "cult movie"

    ed ora ecco finalmente la SuperGriglia:

     


    Cinetris - Black & White



    per vederla nelle dimensioni originali, cliccate sul seguente

    LINK

    N.B.: dovete soltanto indicare la posizione e il titolo

    (non occorre che indichiate chi raffigurato nei frames)

    es. corretto: A1 ---> Casablanca

    rimandandovi al Regolamento gentilmente riportato da Stridy in questo post

    qui vi ricordo che:

    1) avete a disposizione max. 2 (DUE) tentativi a testa prima di un mio nuovo intervento

    2) l'argomento della Griglia quello dei films in Bianco e Nero

    3) dopo i 4 tentativi indovinati NON scatter la "panchina"

    - i 25 films sono diretti da registi diversi

    - ho selezionato alcune "pietre miliari", diversi "capolavori", e qualche "cult movie"

    a voi ora indovinare i titoli!



  11. #260
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    wrong, molto interessante

    credo che ci far "penare" ma meglio cos

    intanto riconosco subito questo CULT


    1) A2 - Freaks (1932)
    "Per quel che mi riguarda Morricone il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

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