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Discussione: L'Angolo del Cinefilo - 2015 (2 semestre)

  1. #401
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    Vento dall'est ...
     

    La nebbia l ...
     

    qualcosa di strano fra poco accadr ...
     

    Troppo difficile capire cos' ...
     

    ma penso che un ospite arrivi per me !
     


    Citazione Originariamente scritto da Nikita Vedi messaggio
    1) D2 - Mary Poppins
    ESATTO!

    e la Niki vince la manche!



    proprio sul filo di lana!

    spero proprio che wrong (che avrebbe meritato anche lui la vittoria avendo indovinato 7 caselle ) non abbia scartato il film giusto per la faccenda dei mesi visto che Julie Andrews nata a Ottobre ed il film uscito negli USA ad agosto


    la proclamazione ufficiale, con i commenti del caso, la faccio pi tardi, con calma, tanto oggi venerd e credo che per la prossima se ne parli da luned prossimo






    "Per quel che mi riguarda Morricone il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2015 (2 semestre)

    ciao a tutti!
    complimenti a Niki,wrong e Stridy,per me stata una bella manche,incerta fino alla fine e mi sono divertito anche se non sono stato in lizza per il podio ma va bene lo stesso :-)

  4. #403
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2015 (2 semestre)

    No, tranquillo Stridy: Mary Poppins non era mai uscito nelle mie ricerche

    una curiosit... ma l'attore/mito chi sarebbe? Io pensavo solo a Marlon Brando

    che dire Niki... chapeau...

    sembra ieri che ho perso per un punto ed invece son passati gi 2 anni e mezzo

    riguardo alla "tattica"...

    Godard e Dreyer per l'appunto li sapevo sin da subito

    ma non sapendo le Cruz/Bergman/Bullock avevo ipotizzato che Stridy (com'era giusto che fosse ) non avrebbe dato indizi "pesanti" per trovarle, indi...

    con il silenzio/phenomena mi son posizionato su tutti i 4 i lati, sperando cos poi di avere maggiori sbocchi...

    solo che al rientro non mi son potuto giocare subito l'accoppiata Godard/Rossellini perch prima ho dovuto stoppare Dreyer alla Niki...

    e quindi poi strameritatamente Key ci ha messo lo zampino...


  5. #404
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    mitica quella griglia sull'Amore, forse la mia manche venuta meglio ... forse ...

    evidentemente destino: la griglia, io che conduco, un argomento "femminile" e tu e la Niki che "fate a botte" con quest'ultima che la spunta all'ultima casella

    Citazione Originariamente scritto da wrongway Vedi messaggio
    una curiosit... ma l'attore/mito chi sarebbe? Io pensavo solo a Marlon Brando
    spero che adesso non ti dia un altro "dolore" ma l'attore-mito era proprio Orson Welles, diretto da Robert Stevenson in La porta proibita (Jane Eyre) del 1944

    quindi avevi intuito pure quello, strano che non sia poi arrivato a Mary Poppins, sebbene la filmografia di Orson da attore sia notevole


    va anche detto che Key sulla D2 si avvicinato due volte

    prima dicendo Il mago di Oz (fuori di poco!), film "non distante" nella tipologia

    e poi dicendo Tutti insieme appassionatamente (palo!) sempre con la Andrews protagonista


    insomma il destino ci ha messo un bel po' lo zampino in questa manche


    comunque vi svelo come nata questa griglia

    siccome Mary Poppins un film molto amato da mia figlia, mentre lei lo rivedeva in una serata d'agosto ho pensato: "perch non fare una manche su questo film ?"

    in fondo rientra in quelle "sfide" che a me piace tanto fare nel CineQuiz e poi rispetta anche il requisito "film molto famoso a cui non si pensa facilmente" che pure mi attizza molto

    quando per ho catturato i frame mi sono reso conto (ahim!) che non era possibile farci un IIF come avrei voluto

    si intuivano subito sia la natura datata del film sia le sue ambientazioni

    e dei pochissimi frame validi utilizzabili, oltre la met uscivano sul maledetto GOOGLE

    ho dovuto scartare anche l'invisibile perch dai vestiti si capiva analogamente la natura del film

    allora ho pensato alla griglia ed il tema mi venuto in mente subito da Mary Poppins: film con protagonista femminile

    ed il destino ha voluto che proprio questo film (di sicuro il pi famoso dei 16) sia rimasto per ultimo e sia risultato decisivo

    ah! il frame tratto dalla sequenza della Cattedrale

    a dopo per il resto
    Ultima modifica di Strider; 04-09-15 alle 10: 24.
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  6. #405
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    Citazione Originariamente scritto da Strider
    spero che adesso non ti dia un altro "dolore" ma l'attore-mito era proprio Orson Welles, diretto da Robert Stevenson in La porta proibita (Jane Eyre) del 1944

    quindi avevi intuito pure quello, strano che non sia poi arrivato a Mary Poppins, sebbene la filmografia di Orson da attore sia notevole
    difatti la filmografia l'ho solo sbirciata e ci ho rinunciato subito perch era impressionante (come l'andare poi a spulciare le filmografie di tutti i registi con cui ha lavorato... )

    per la cronaca io Amo Mary Poppins

    tant' che come la Niki l'ha detto, me la son subito raffigurata la sequenza da te citata


  7. #406
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    al! al! al! al! al! al!

    devo dire che vincere in questo modo contro wrong regala soddisfazioni particolari

    proprio perch sei pi forte, praticamente mostruoso, e quindi per una comune mortale come me possibile batterti solo per particolari (ma molto goduriose ) congiunture astrali

    vorrei spiegare al mio amico Fabio di ieri sera che questo uno dei motivi per cui resto con piacere nella gabbia dei matti

    devo poi dire che mai e poi mai avrei pensato a Mary Poppins in una manche della volpe, la tua natura diabolica ormai arrivata a punti inenarrabili

    adesso per vado a lavorare senn il capo mi uccide, ma non potr mai capire perch oggi sono pi allegra del solito

    la prossima cerco di farla partire marted perch luned non ci sono

    stata davvero una grande manche

    Ultima modifica di Nikita; 04-09-15 alle 10: 41. Motivo: grammatica italiana, questa sconosciuta!

  8. #407
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    Citazione Originariamente scritto da wrongway Vedi messaggio
    per la cronaca io Amo Mary Poppins
    quindi ho fatto bene ad evitare la manche IIF (confesso che sono stato tentato fino all'ultimo), altrimenti sarebbe stato un PIC indolor clamoroso

    Citazione Originariamente scritto da Nikita Vedi messaggio
    per una comune mortale come me possibile batterti solo per particolari (ma molto goduriose ) congiunture astrali
    a parte i tuoi indubbi meriti nello scovare film com Alien o Mary Poppins o anche come Thelma & Louise , direi che l'ago della bilancia stato Key nel "bene" e nel "male"

    sia indovinando Gravity e Questa la mia vita (bloccando quindi wrong) e sia poi fallendo di poco la D2 (nel caso l'avesse presa avrebbe vinto wrong)
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  9. #408
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    troppa grazia Stridy ma stato tutto un caso,di certo non volevo bloccare wrong o nessun altro,ho detto solo quelli che sapevo o che credevo di sapere :-)

  10. #409
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    a tutti

    Un a tutti, al conduttore e soprattutto alla vincitrice molto brava !!
    E' un piacere per me affacciarmi su questo mondo con i miei limiti ed e' piacevole vedere l'entusiasmo che mettete discutendo di cinema
    Il mio punticino mi soddisfa in pieno tenendo presente il poco tempo che posso dedicare a questo quiz.

  11. #410
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2015 (2 semestre)

    e andiamo dunque a terminare questa griglia dal finale thriller

    se non altro una cosa l'abbiamo capita ovvero che la bella e brava Julie Andrews, quando ha girato il famoso Mary Poppins, di anni ne aveva 28 (e non 29! per una questione di 2 mesi che io ho grossolanamente ignorato )

    o forse ne aveva 27 visto che il film, immagino, venne girato l'anno prima ?

    va beh, accidenti a me e quando m'invento questi indizi cervellotici

    dovevo seguire il suggerimento di wrong: la cognata del fratello dello zio dell'attore principale ha recitato in una soap messicana


    e adesso, bando alle ciance


    eccovi la griglia finale:


    ecco i titoli indovinati:

    A1 - Volver (2006) di Pedro Almodvar (Niki)
    A2 - Che fine ha fatto Baby Jane? (1963) di Robert Aldrich (wrong)
    A3 - La passione di Giovanna d'Arco (1928) di Carl Theodor Dreyer (wrong)
    A4 - Gravity (2013) di Alfonso Cuarn (Key)
    B1 - Questa la mia vita (1962) di Jean-Luc Godard (Key)
    B2 - Alien (1979) di Ridley Scott (Niki)
    B3 - Thelma & Louise (1991) di Ridley Scott (Niki)
    B4 - Il silenzio (1963) di Ingmar Bergman (wrong)
    C1 - Jackie Brown (1998) di Quentin Tarantino (wrong)
    C2 - Mamma Roma (1962) di Pier Paolo Pasolini (Arma)
    C3 - Dogville (2003) di Lars von Trier (Niki)
    C4 - Blue Jasmine (2013) di Woody Allen (wrong)
    D1 - Europa '51 (1952) di Roberto Rossellini (wrong)
    D2 - Mary Poppins (1964) di Robert Stevenson (Niki)
    D3 - Phenomena (1985) di Dario Argento (wrong)
    D4 - La ciociara (1960) di Vittorio De Sica (Key)


    ecco i punteggi:


    Niki ---> 5 caselle + TRIS (15 punti)
    wrong ---> 7 caselle (14 punti)
    Key ---> 3 caselle (6 punti)
    Arma ---> 1 casella (2 punti)


    la prossima manche tocca a Niki, quando vuoi ...

    ed infine, per chi fosse interessato e paziente nella lettura, il mio solito commento sui 16 titoli prescelti:


     

    Immagine ridotta

    La passione di Giovanna d'Arco (1928) di Carl Theodor Dreyer

    Mirabile capolavoro del cinema muto, di cui quest'opera costituisce uno dei massimi risultati mai conseguiti, per alcuni il migliore in senso assoluto. Dreyer porta in scena gli ultimi tragici giorni della Pulzella d'Orlans, vilipesa, processata e bruciata viva sull'altare del fanatismo e della superstizione. Opera d'arte di sontuosa fattura e di assoluta avanguardia, celebra la figura femminile, elemento centrale del cinema di Dreyer, con un'intensit, una partecipazione emotiva, una suggestione pietosa e un misticismo evocativo mai pi raggiunti in nessun'altra opera cinematografica. Pi che un film storico un monumento celebrativo al volto umano, qui usato come specchio della storia e dell'anima, per abbattere le distanze temporali e culturali e metterci in totale sintonia con la sofferenza di Giovanna, un dolore universale espresso con straordinaria espressivit dall'attrice Rene Falconetti, nell'interpretazione della sua vita. L'attrice si sottopose a dure prove psicofisiche, come il taglio totale dei capelli, per diventare l'allucinata maschera di dolore che vediamo sullo schermo ed usc assai provata dall'esperienza sul set. Si anche detto, per anni, che la scena del salasso subito dalla martire fosse reale ma poi, nel tempo, la voce stata smentita e oggi sembra certo che a girarla non fu la Falconetti ma una controfigura. E' geniale e rivoluzionario lo studio compiuto dal regista sul volto umano per trasmetterci le emozioni, azzerando i "limiti" naturali del film storico (quali anacronismo e ricostruzione degli ambienti) ed "attualizzando", quindi, fatti secolari, decontestualizzandoli e rendendoli senza tempo. Il volto sofferente di Giovanna, costantemente in primo piano per almento met film, bilancia e condensa il tempo e lo spazio, e diventa un elemento espressivo eterno, un simbolo archetipo del dolore e dell'ingiustizia, una nuova icona di santit totalmente umana. Lo straordinario uso espressionista del primo piano dona alla vicenda ed ai personaggi un risalto plastico di incredibile fascinazione e conferisce all'opera un assoluto rilievo tecnico nella storia della settima arte. Tale la forza delle immagini di questo film, ed il pathos che ne deriva, che se ne resta avvinti e sembra quasi di poter "sentire" i rumori e le urla provenire dalla nostra anima: l'assoluto espressionismo del volto dreyeriano d parola al silenzio e ci "parla" ancora oggi, eternamente immortale proprio come il martirio della protagonista. Esistono diverse versioni di questo capolavoro, quella solitamente circolante presenta circa 25' di tagli significativi rispetto all'originale. Per fortuna, negli anni '80, stata ritrovata una copia del primo negativo, scampato ad un incendio, che ha consentito la stampa di una nuova pi completa edizione, probabilmente prossima a quella voluta dal Maestro danese.

    Immagine ridotta

    Europa '51 (1952) di Roberto Rossellini

    Roma, secondo dopoguerra: Irene la moglie felice di un diplomatico straniero, che ha una vita agiata fino a quando un tragico evento, la morte del figlio dodicenne dopo un tentato suicidio, ne sconvolge per sempre lesistenza. Afflitta dai sensi di colpa la donna rimette in discussione tutta la sua vita e decide di donarsi totalmente agli altri, ai sofferenti, ai bisognosi, finendo per annullare del tutto se stessa, tra lo sconcerto generale e lincomprensione del marito. Ispirandosi alla figura della mistica francese Simone Weil, Rossellini ha tratto un dramma esistenziale teso ed asciutto, che rinuncia ad ogni velleit spettacolare per una messa in scena asettica e scarnificata, che mira allessenza e porta alla massima esasperazione lestetica neorealista. Opera spartiacque nella filmografia di Rossellini, segna il passaggio ad un cinema pi rarefatto e intriso di suggestioni psicologiche che indagano, parallelamente, la realt esteriore e la dimensione intima dei protagonisti. In tal senso la sua influenza su cineasti come Bresson o Antonioni innegabile. Interamente costruito sulla protagonista, una Ingrid Bergman intensa e radiosa, che qui ci regala una delle prove pi memorabili della sua carriera, un accorato percorso interiore che parte dal dolore disperato e si sublima in un misticismo laico in bilico tra catarsi e follia. Da un regista non credente come Rossellini, questo film dal realismo severo, che scava nella coscienza umana, usando suggestioni metafisiche, appare come un estremo atto di coraggio, tra laltro fortemente sentito perch lautore ha provato unesperienza simile a quella della protagonista: la scomparsa prematura di un figlio. Aspramente criticato alla sua uscita per la sua alta pretenziosit, ebbe una lavorazione travagliata con una sceneggiatura dai molti padri, tra cui Fellini, Pinelli, Dreyfus e lo stesso regista, ma il suo valore fu ampiamente riconosciuto solo tardivamente. Nel 2005 Ferzan zpetek ne ha tratto un anonimo clone, Cuore Sacro, con Barbora Bobulova.

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    La ciociara (1960) di Vittorio De Sica

    NellItalia del 1943, devastata dal secondo conflitto mondiale, la giovane Cesira abbandona Roma, insieme alla figlia adolescente, Rosetta, per sfuggire ai bombardamenti. Il loro viaggio da sfollati attraverso le terre dorigine della Ciociaria diventa quello di una nazione attraverso gli orrori della guerra, la cui coscienza, spezzata ed umiliata, non torner mai pi quella di prima. Dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, De Sica, insieme al fido Zavattini, ha tratto un film denso, complesso, ben modulato tra la rilettura critica della storia ed il romanzo popolare di forte impatto emotivo, pregno di quella verace sensibilit, tipica del regista, da sempre incline al sentimento della gente comune. Pur con qualche incongruenza nel personaggio di Rosetta, il film ha cuore, anima, patos e sa rievocare con forza uno dei periodi pi dolorosi della storia italiana, soprattutto grazie allinterpretazione monumentale di Sophia Loren, premiata con lOscar per loccasione, che ci regala una performance intensa, struggente, sfaccettata, nel suo mix tra sensualit, spontaneit e dolore. Attraverso il suo volto riviviamo il tragico iter di un paese, ingannato, deluso e vilipeso, passato nel giro di pochi anni dallingenua esaltazione alla rovinosa caduta. De Sica, forte del suo background neorealista, sceglie di limare la vis polemica del romanzo ispiratore, ponendo invece laccento sullumanit dei personaggi, sulla semplicit degli umili, mostrandoci gli effetti della guerra attraverso gli occhi delle vittime, piuttosto che con luso saccente di diatribe politiche intellettualistiche. Chi ha accusato lopera di populismo non ne ha saputo cogliere lessenza appassionata e compassionevole, tipica del grande regista laziale. Da citare anche le belle musiche di Armando Trovajoli e la presenza nel cast di un giovane Jean-Paul Belmondo.

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    Questa la mia vita (1962) di Jean-Luc Godard

    Nan lavora come commessa in un negozio di dischi a Parigi, ma guadagna troppo poco e non riesce a pagare laffitto. Inizia a fare, occasionalmente, la prostituta, ma viene ben presto assorbita da quel tipo di vita e finisce sul marciapiede a tempo pieno. Dopo un po di tempo vorrebbe uscirne e tornare ad unesistenza normale, ma il suo protettore non daccordo, anzi intende venderla ad un nuovo sfruttatore. Ispirandosi allinchiesta giornalistica O en est la prostitution? di Marcel Sacotte, Godard ha realizzato un rigoroso documento di denuncia, di incredibile realismo e di fervido impegno sociale, sul mondo della prostituzione, sfrondandolo di ogni sorta di fascinazione romantica e di ogni morbosit pruriginosa, ma esibendolo, semplicemente, nudo e crudo, filtrato attraverso il suo sguardo originale. Il film diviso in 12 segmenti tra loro slegati e annunciati da una didascalia, alla maniera del cinema muto, ispirandosi, in parte, alla struttura di Francesco, giullare di Dio (1950) di Rossellini. Questo film uno degli indubbi capolavori del primo periodo dellautore, assolutamente pregevole per la capacit di conciliare il senso di rottura del suo linguaggio davanguardia con lanalisi critica della societ contemporanea, rifratta attraverso il suo inquieto scandaglio dellimmediato, per catturare il divenire della vita in un quanto definitivo. Lopera, altamente sperimentale nella struttura e nello stile, con suono in presa diretta, brani letterari letti dagli attori, un registro narrativo diverso in ciascun segmento ed un uso massivo dei piani sequenza, densa di citazioni colte, da Edgar Allan Poe a Bertolt Brecht, da Dreyer a Rossellini. La prostituzione viene presentata come una metafora del teorema euristico del consumismo: domanda, offerta, vendita, consumo, in un gioco di scatole cinesi. La messa in scena straniante e prosciugata dellautore parigino rendono questopera una sorta di asettico trattato, di valenza sociopolitica, sul commercio sessuale, privo di ogni forma di sensualit e di compiacimento voyeuristico: la prostituzione , innanzi tutto, intellettuale, il resto sono solamente dettagli morbosi. Come sempre nel primo Godard, egli non entra mai dentro le storie che racconta, ma le utilizza per definire se stesso, ed il suo pensiero, in uno stile personale e fortemente riconoscibile. Memorabile, in tal senso, lepisodio in cui Nan va al cinema per vedere La passione di Giovanna dArco di Dreyer, grande Maestro del cinema nordico divenuto un simbolo della purezza dellimmagine, dellessenzialit narrativa e della rinuncia alla decorazione strumentale. La sovrapposizione dei volti di Nan e di Giovanna, messa in atto da Godard, mentre la protagonista si rispecchia nel dramma della pulzella d'Orlans per evidenti affinit emotive, un po la summa della sua estetica: arte e vita in un gioco di specchi, realt e finzione nel medesimo piano visivo. I 12 segmenti che costituiscono il film vennero definiti quadri dallo stesso regista, ovvero 12 pezzi della vita di Nan, 12 istantanee diverse per definire un personaggio, un percorso individuale, oppure, se li si intende come 12 riflessi di uno specchio in frantumi, per arrivare a concludere che Nan non pu essere definita, che la sua reale identit sfuggente, altrove. Le tante inquadrature fatte di spalle, o in posizioni strane, alla protagonista, farebbero propendere per questultima interpretazione, come se lultima trasgressione dellautore alle convenzionali regole della grammatica cinematografica sia quella di negarne lesistenza, ammettendo che non esistono regole. Come chiosa sopraffina di questo discorso complesso sulla mercificazione del corpo, visto alla stregua di un oggetto dotato di un valore, e, quindi, vendibile, Godard regala alla sua attrice un atto damore, con la lettura, nellultimo quadro, de Il ritratto ovale di Poe, eseguita dalla sua stessa voce. Eccellente linterpretazione di Anna Karina, allepoca moglie del regista, nel ruolo della protagonista Nan, non priva di reali tormenti interiori e difficolt extra cinematografiche, che hanno, probabilmente, giovato alla riuscita finale del personaggio. Il film vinse il premio speciale della giuria al Festival del Cinema di Venezia.

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    Mamma Roma (1962) di Pier Paolo Pasolini

    Dopo il matrimonio del suo protettore Mamma Roma, una prostituta, abbandona il marciapiede e si riprende suo figlio Ettore, dato in affidamento ad unaltra famiglia, cercando di ricostruire il rapporto con lui. Ma la realt delle borgate romane dura e il ragazzo prende ben presto una cattiva strada. Intensa opera seconda di Pasolini, pervasa dalle medesime dolorose tematiche di borgata gi viste in Accattone, ma che, innervata da un impianto ideologico di matrice classica (lossimoro e la sineciosi), ne allarga lanalisi sociale, passando dalla descrizione di un onere individuale ad uno collettivo. Forte del vigoroso verismo delle immagini, scarne e potenti al tempo stesso, e di uninterpretazione magistrale di Anna Magnani, che si conferma la pi grande attrice italiana di ogni tempo, unaccorata parabola sugli umili, che hanno barattato la loro genuina e feroce spontaneit istintuale con il sogno preconfezionato del benessere borghese, corrompendo la sacra fierezza proletaria con le chimere del consumismo, finendone inevitabilmente schiacciati, in accordo allideologia dellautore. Nonostante qualche schematismo, una nuova sapiente istantanea pasoliniana sulla realt delle periferie romane, capace di fondere abilmente la recitazione drammatica della Magnani con la spontaneit dei ragazzi di vita dellautore, mettendo in scena un possente dramma esistenziale carico di connotazioni sociali e di rimandi alla tragedia classica. Il peccato originale dei due protagonisti, la madre e il figlio, ovvero quello di esser nati nella parte sbagliata del mondo, viene surclassato dalladesione acritica di lei a quei falsi modelli del perbenismo borghese, che non mirano ad una reale emancipazione intellettuale ma solo ad una effimera omologazione verso un modello sociale ostentato. Ancora una volta il grande regista poeta sembra dirci che solo nella morte luomo capace di trovare la sua vera grandezza, il momento supremo di massima esaltazione tragica.

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    Il silenzio (1963) di Ingmar Bergman

    Terzo e pi noto film della cos detta "trilogia del silenzio" (di Dio), divenne famoso anche per lo scandalo che suscit allepoca della sua uscita. Venne infatti censurato dappertutto per le sue scene sessualmente audaci ma, per fortuna, l'edizione home video in dvd ha reintegrato i brani tagliati. E' il pi affascinante, ambiguo e stimolante dei tre film (gli altri due sono Come in uno specchio, 1961 e Luci d'inverno, 1962) e narra la storia, carica di suggestioni kafkiane e di valenza metaforica, di due sorelle, unite da un feroce rapporto di odio/amore, in viaggio in un paese straniero, probabilmente a regime dittatoriale. Costrette a fermarsi, per la malattia di una delle due, in un albergo popolato da inquietanti presenze, le due donne si dilaniano psicologicamente. Quella malata sembra nutrire un amore morboso per la sorella pi giovane, che, invece, ricerca equivoche soddisfazioni erotiche attraverso rapporti occasionali con sconosciuti. Alla fine la sorella moribonda viene lasciata nellalbergo, mentre laltra riparte col figlioletto, silenzioso testimone della vicenda e depositario di una parola misteriosa affidatagli dalla zia nella lingua straniera del paese in cui si trovano e la cui traduzione "anima" (ed singolare che la stessa parola-chiave si trovi nel capolavoro di Fellini Otto e mezzo dello stesso 1963, come ad indicare la sintonia intellettuale tra due dei maggiori Maestri del cinema mondiale). La dimensione onirica che domina l'opera straniante e conturbante ed l'humus in cui Bergman immerge questa ennesima tappa della "ricerca" psicologica su se stesso ( evidente che le due sorelle rappresentano gli antipodi della sua tormentata personalit), per poi estenderla, in modo universale, allo spettatore, destinato a "perdersi" (come il bambino) di fronte agli enigmi, senza risposta, della vita. Concentrato su tre personaggi (le due donne e il bambino), ancora pi claustrofobico dei primi due film, ma, allo stesso tempo, pi ricco di atmosfera e scenograficamente pi barocco (lalbergo della vicenda ricorda subito quello, straordinario, de Lanno scorso a Marienbad di Resnais, del 1961). In tutta la trilogia del "silenzio", lamore sembra la via verso Dio indicata da Bergman: lamore in qualsiasi forma, da quello incestuoso di Come in uno specchio, a quello sterile di Luci dinverno, fino a quello carnale e "scandaloso" de Il silenzio. Dopo questo film il grande regista non affronter pi temi specificamente religiosi.

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    Che fine ha fatto Baby Jane? (1963) di Robert Aldrich

    Geniale thriller macabro di Aldrich nel quale il grande regista ritrova lantico cinismo intinto di crudelt e la smarrita maestria stilistica. Il film ha momenti di agghiacciante tensione e costituisce con i precedenti I diabolici di Clouzot del 54 e Psycho di Hitchcock del 60, la trilogia fondante del moderno sottogenere "shocker". Due vecchie sorelle (Bette Davis e Joan Crawford), l'una ex bambina prodigio e l'altra ex diva del cinema muto, ora costretta su una sedia a rotelle, vivono insieme un sadico rapporto di violenza psicologica e fisica, alternandosi nei ruoli di vittima e carnefice. Ci che colpisce maggiormente la notevole complessit di costruzione della storia, che innesta nella vicenda narrata (e sovrappone al disegno in nero dei personaggi) la reale rivalit divistica intercorsa tra le due ormai anziane protagoniste e nel ritratto sarcastico di una Hollywood abitata solo da fantasmi del passato (che rinvia al mitico Viale del tramonto di Billy Wilder) si legge il consueto atteggiamento critico del regista, ambiguamente nutrito di rancore e connivenza nei confronti dellambiente dello spettacolo. Il risultato un inquietante saggio di cinema della crudelt, restato memorabile per intensit emotiva, morbosit psicologica e molteplicit di piani di lettura. La Davis e la Crawford offrono due interpretazioni eccellenti, impegnate in una prova di alto virtuosismo istrionico, al punto che arduo preferire l'una all'altra. Il film ebbe un grande successo, rilanciando la carriera di Aldrich che viveva un periodo di stasi, al punto che questi, due anni dopo, cerc il bis con un altro thriller gerontofilo, Piano, piano, dolce Carlotta (Hush, Hush, Sweet Charlotte, 1964), sempre con la Davis protagonista. Invero questo film voleva essere un sequel del fortunato predecessore, ma, in seguito al forfait della Crawford, il regista opt per una vicenda simile, ma diversa, accentuando la componente macabra e rendendo pi evidenti i debiti con I diabolici di Clouzot. Altrettanto teso e riuscito del precedente, il film fu anchesso un successo, ancorch meno eclatante.

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    Mary Poppins (1964) di Robert Stevenson

    Grande classico della Disney, per uno dei maggiori successi della major hollywoodiana, entrato nella storia del cinema per il sapiente mix tra musiche, canzoni, attori reali e cartoni animati, con una scintillante Julie Andrews, premiata con lOscar e rimasta nel cuore del pubblico di ogni et e di ogni latitudine insieme alle celeberrime canzoni, che sono divenute il marchio di fabbrica del film. Tratto dai romanzi di Pamela Lyndon Travers, un efficace carrozzone traboccante di buoni sentimenti, la cui inevitabile melassa edificante viene, in parte, riscattata dallimponente spettacolo visivo che, nonostante le inevitabili ingenuit connotate al genere, vira nella gradevole favola per famiglie, moraleggiante ma divertente. Ma senza le musiche di Richard M. Sherman, Robert B. Sherman e Irwin Kostal e la delicata grazia della Andrews, il film non sarebbe mai divenuto il classico che oggi.

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    Alien (1979) di Ridley Scott

    Il rimorchiatore interstellare Nostromo, in viaggio di ritorno verso la terra, con il suo equipaggio composto da sette persone ed un computer centrale, Mother, che ne governa le principali funzioni. La sua rotta viene per improvvisamente cambiata a causa di una trasmissione proveniente da un pianeta sconosciuto, che sembra una richiesta di soccorso. Sul pianeta gli uomini della Nostromo si imbatteranno in un letale parassita alieno che infetter uno di loro e riuscir a salire a bordo della nave. Il viaggio si trasformer, quindi, in una drammatica lotta allultimo sangue tra lequipaggio e la terribile creatura, che sembra priva di punti deboli. Nello spazio nessuno pu sentirti urlare, cos recitava la frase di lancio di Alien alla sua uscita nelle sale nel 1979. A parte lovviet scientifica della stessa, essa suona, piuttosto, come un monito oscuro e minaccioso, che fa gi presagire lincubo che attender i protagonisti della vicenda e gli spettatori stessi. Diretto da Ridley Scott, tre anni prima del formidabile Blade Runner, questo indimenticabile capolavoro, sospeso tra fantascienza e horror, rappresenta la pi inquietante riflessione mai offerta dal cinema sul ruolo delluomo nelluniverso. Nonostante una sequenza shock di forte impatto cruento, entrata di diritto nella storia del cinema, il film ha i suoi punti di forza nelle atmosfere cupe e claustrofobiche, nella suspense che ti mantiene incollato alla poltrona, nel continuo senso di minaccia incombente e nella straordinaria figura dello xenomorfo: icona possente di paure arcane, una sorta di angelo della morte, puro, letale, privo di coscienza e di morale, che uccide obbedendo ad un istinto ancestrale, volto alla moltiplicazione della sua terribile specie. Vincente, in tal senso, la scelta di non mostrare mai troppo lalieno per quasi tutto il film, obbedendo alla lezione hitchcockiana sulla costruzione della tensione. Per lo straordinario design della creatura aliena sono stati premiati con lOscar agli effetti speciali lo svizzero Hans Ruedi Giger (che ne ha concepito laspetto) ed il nostro Carlo Rambaldi (che ne ha progettato le parti meccaniche). Altres memorabili le ambientazioni sul pianeta alieno, una sorta di incubo visionario di forte possanza metaforica, con commistioni tra organico ed inorganico, influenze gotiche, scenari onirici ed evidenti simbolismi sessuali. Fece di Sigourney Weaver una star, con il ruolo di Ellen Ripley che ne ha segnato definitivamente la carriera e da cui non riuscir mai pi ad uscire. Ha avuto tre seguiti ufficiali, un prequel ed una miriade di cloni, epigoni ed imitazioni. Ma loriginale resta, ovviamente, insuperabile.

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    Phenomena (1985) di Dario Argento

    Jennifer una giovane ragazza americana che ha il dono di comunicare con gli insetti. Giunta in un austero collegio femminile in Svizzera si imbatter, suo malgrado, in una catena di orribili delitti commessi da un maniaco omicida che fa a pezzi le ragazze. Un entomologo paralitico ed i "suoi" insetti l'aiuteranno nella caccia al killer. Horror "naturalista" con lampi surreali, in forma di favola nera realizzato con un budget elevato, un cast internazionale (Jennifer Connelly,Donald Pleasence) ed una storia di pi ampio respiro per distaccarsi dalla prospettiva italiana e puntare ai mercati esteri. In accordo ai dogmi della favola tutti i personaggi sono figure archetipe: la giovane bella e pura, il mostro cattivo, la matrigna crudele, il saggio mentore. Ma l'autentica protagonista la natura: il vento, i boschi, gli insetti, le Alpi svizzere, le scimmie. Pi che una reale ispirazione o il tipico funambolismo stilistico argentiano, il film persegue una spettacolarit che strizza l'occhio al cinema d'oltre oceano, ma non brilla per originalit narrativa n disdegna la consueta misoginia che accompagna il genere. Argento abbassa i toni della ferocia e punta pi sul disgusto, ma si concede anche un momento "magico": Jennifer nel bosco, di notte, guidata dalle lucciole. Da segnalare i notevoli effetti speciali di Sergio Stivaletti e la presenza nel cast della figlia maggiore del regista, Fiore, nel ruolo della prima vittima. Per ammissione stessa del regista, questo il suo film preferito. De gustibus ...

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    Thelma & Louise (1991) di Ridley Scott

    Thelma e Louise, due donne deluse e non pi giovanissime, fuggono dallo squallore del loro quotidiano per imbarcarsi in un viaggio attraverso la grande provincia americana, quella degli spazi sterminati, delle strade polverose e della musica country. Ben presto dovranno fare i conti con la violenza brutale del mondo maschile, la stessa da cui speravano di fuggire, ed il viaggio si trasformer in una fuga disperata, pericolosa ed irreversibile. Straordinario road movie al femminile di Ridley Scott, inquieto, adrenalinico, intenso ed accorato, proprio come le due formidabili protagoniste, interpretate in modo eccellente da Susan Sarandon e Geena Davis, che bucano lo schermo e toccano il cuore del pubblico nel loro mix di fragilit, vitalit e coraggio. Nonostante levidente impostazione a tesi (di matrice femminista), un vigoroso inno alla libert che celebra la mitologia del viaggio come ricerca di se stessi e desiderio di affermazione del proprio diritto di esistere e di essere accettati senza discriminazioni di sorta. Trasversale ai generi e pregno di tutta la meraviglia delle grandi pellicole on the road americane, ha il piede costantemente premuto sullacceleratore e trova i suoi punti di massima forza nei duetti tra le due splendide protagoniste, diverse ma complementari, nelle suggestive musiche di Hans Zimmer e nel finale di grande effetto e a suo modo memorabile, che rimasto nellimmaginario collettivo per la forte carica emozionale. E lultimo grande film di Ridley Scott che, da questo momento in poi, smarrir, purtroppo, la grande vena creativa che lo ha reso famoso. Candidato a 6 premi Oscar, vinse solo quello alla sceneggiatura di Callie Khouri.

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    Jackie Brown (1998) di Quentin Tarantino

    Jackie Brown (Pam Grier) una hostess che contrabbanda valuta per conto del viscido Ordell Robbie (Samuel L. Jackson), trafficante d'armi nel mirino degli sbirri che frequenta un maldestro galeotto (Robert De Niro) ed una bionda sgualdrina strafatta (Bridget Fonda). Tallonata da due agenti dell'antifrode che le promettono l'immunit in cambio di Ordell, l'abile Jackie escogita un ardito piano per uscirne ricca ed incolume con l'aiuto di Max Cherry (Robert Forster), esperto garante di cauzioni perdutamente innamorato di lei. Terzo opus di Tarantino, tratto dal romanzo "Rum Punch" di Elmore Leonard, un noir corale di geometrica precisione e di alta densit narrativa, egregiamente scritto e diretto in maniera "classica" dal geniale regista di Knoxville, che stavolta rinuncia alla consueta destrutturazione del racconto in favore di una sorprendente linearit, che per sottende un intreccio complesso e sapientemente gestito. E' costruito come un enorme omaggio alla "blaxploitation", ovvero quel particolare sottogenere di "B-movies", in voga negli anni '70, grezzi e violenti, rivolti ad un pubblico afroamericano, e per questo l'autore ne ha scelto l'icona femminile per eccellenza, Pam Grier, come protagonista celebrata fin dal titolo. Teso e ammaliante, il film "ondeggia" convinto, nonostante la lunghezza, senza mai smarrire la direzione sulle note "black" di una colonna sonora trascinante, rigorosamente anni '70. E tra i consueti dialoghi fuori di testa e gli adorabili cattivi, tipici dell'autore, ci regala almeno un momento di puro cult: l'intera sequenza nel centro commerciale, follemente geniale secondo lo stile del regista. Nel cast tra un Samuel L. Jackson istrione ed un Robert De Niro dimesso, spicca un intenso Robert Forster, candidato all'Oscar come non protagonista.Viene erroneamente considerato un film minore del regista, probabilmente perch "povero" dei celebri momenti pulp in favore di un'asciutta misura che guarda ai classici del genere, ma rinverdendoli con l'estroso stile tarantiniano. E' meno appariscente e roboante di altre opere pi osannate dell'autore, ma ugualmente pregnante nella sua armonica uniformit.

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    Dogville (2003) di Lars von Trier

    Negli anni '30, durante la grande depressione, Grace, una giovane fuggiasca bella e misteriosa, giunge a Dogville, piccolo e isolato paese sulle montagne Rocciose. Con laiuto del giovane Tom, invaghitosi di lei, Grace viene accettata, sebbene dopo molte reticenze, dalla piccola bigotta comunit. Ma quando si viene a sapere che la donna, in evidente fuga da qualcosa, ricercata, le cose cambiano radicalmente e gli abitanti del paese iniziano un terribile gioco di umiliazione fisica e sfruttamento sessuale, nei confronti della straniera, in cambio del loro silenzio. Ma Grace non cos debole come potrebbe apparire e nasconde un oscuro passato.rimo film di una trilogia dedicata agli Stati Uniti, Dogville un crudo, impietoso apologo sulla meschinit e sulla cattiveria umana. Come lo fu Kubrick, anche von Trier assolutamente pessimista in merito alla natura umana, egli non ha nessuna fiducia nelluomo e lo dimostra chiaramente nei suoi film, dove il confine tra bene e male sempre labile, e dove la catarsi si traduce quasi sempre in spietata vendetta o solenne ingiustizia. Una frase perfetta per sintetizzare questo film sarebbe Homo homini lupus. Diviso in un prologo e nove capitoli e con evidenti influenze brechtiane, Dogville ha una struttura teatrale, perch tutta la vicenda si svolge su una piattaforma dove gli elementi scenici (case, alberi, muri) sono stati rimossi e sostituiti da linee bianche disegnate su un pavimento scuro. Persino il cane, Mos, un'inquietante sagoma disegnata a terra, simile a quelle tracciate dalla polizia scientifica sul luogo di un delitto. La via principale di Dogville, Elm Street, non ha traccia di olmi ed in questo "dogmatico" minimalismo scenico noi vediamo gli attori muoversi e interagire con cose che non esistono: aprire o chiudere porte che non ci sono, scavalcare ostacoli invisibili e sentiamo persino abbaiare il cane, che per non si vede mai. Tutto viene lasciato alla nostra immaginazione e le riprese a volte fatte dallalto (forse le uniche senza lausilio della camera a mano), ci danno la sensazione di una specie di grande Monopoli su cui si muovono le varie pedine, i personaggi, e si svolgono le vicende, scandite dalla voce fredda e distaccata di un narratore. Dopo un impatto iniziale un po ostico, ci si abitua presto a questa singolare messa in scena e, quando la vicenda inizia a decollare, non ci si fa pi caso. L'intento , ovviamente, quello di porre tutto l'accento sui contenuti piuttosto che su altri elementi di "distrazione" ed il minimalismo scenico in fertile contrasto con l'elevato senso metaforico degli eventi narrati. La ruvida ambiguit dei personaggi tanto disturbante quanto funzionale alla poetica del regista ed il sontuoso cast (Nicole Kidman, Paul Bettany, Lauren Bacall, James Caan, Ben Gazzara) appare in stato di grazia. Dogville un paese immaginario, lidea che Lars von Trier ha dellAmerica: un posto apparentemente tranquillo dove tutti lavorano e vivono felici, ma si tratta solo di una facciata di circostanza; dietro un moralismo ipocrita ed un perbenismo bigotto, si nascondono, infatti, le peggiori pulsioni dellessere umano: invidia, cattiveria, egoismo, prevaricazione, violenza. La forza di Dogville quella del branco, la forza vigliacca ed infida dei molti contro i pochi, dei potenti contro gli umili. Infatti, presi singolarmente, durante il girovagare di Grace di casa in casa nelle fatidiche due settimane iniziali, i suoi abitanti appaiono persone "normali", forse persino capaci di tenerezza. Ma Dogville anche il simbolo dei mali del mondo, del razzismo, dellinsofferenza e del timore verso coloro che non conosciamo e che ci appaiono diversi, perch "alieni" alla nostra quotidianit. L'inevitabile tragedia finale si sublima negli stupendi titoli di coda, che meritano un plauso ed una citazione a parte: dopo tanta oscura violenza, il regista ci regala, sulle note della splendida "Young Americans" di David Bowie, delle suggestive foto dell'altra faccia dellAmerica: sporca, disperata e derelitta, sguardi attoniti di misera gente impaurita e sofferente, ai margini di quel "Sogno" che appare agli antipodi rispetto al cinema di Lars von Trier.

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    Volver (2006) di Pedro Almodvar

    La bella Raimunda, ragazza madre, ha lasciato il suo paesino rurale de La Mancha, gettandosi alle spalle un doloroso passato, per rifarsi una vita a Madrid insieme a suo marito Paco, sua figlia Paula e la sua devota sorella Sole. Ma quando la giovane Paula uccide il patrigno Paco, per difendersi da un tentativo di violenza sessuale, la risoluta Raimunda non esita a nasconderne il corpo, coprendo totalmente la figlia e mettendo tutto a tacere. Ma quando il fantasma di sua madre, morta in un tragico incendio anni prima, ricompare dalle nebbie del tempo, mostrandosi prima a Sole, Raimunda costretta a regolare i conti con il suo passato. Volver in spagnolo significa tornare e questo , infatti, un film pieno di ritorni per Almodovar: il ritorno alle sue origini, sia geografiche (egli nato nella regione manchega) che cinematografiche (le prime opere di ambientazione popolare e familiare), il ritorno delle sue attrici (Carmen Maura e, soprattutto, Penelope Cruz), il ritorno al proprio passato, quello della protagonista e quello dellautore. In una sequenza, emblematica, vediamo passare in tv alcuni frammenti di Bellissima di Luchino Visconti, recitato dalla grandissima Anna Magnani, quasi a voler chiarire, con questo gustoso omaggio, il tono del film e la cifra stilistica del personaggio di Raimunda: una Penelope Cruz mai cos intensa, cos bella e cos toccante, in un personaggio femminile talmente umano, che sembra sottratto dalla straordinaria galleria di donne forti dellattrice romana, icona del nostro neorealismo. In questo struggente dramma intergenerazionale, che oscilla tra lirismo sublime, graffi sanguigni di natura farsesca, guizzi surreali di suggestione grottesca, perfide pennellate da commedia nera ed una dimensione favolistica di onirica sospensione, tutto funziona alla perfezione: i colori caldi, gli sguardi intensi, un meraviglioso ensemble femminile che scalda il cuore, una toccante umanit velata di malinconia, le occhiate in campo/contro campo tra madri e figlie che, attraverso tre generazioni, vedono gli errori dei padri riflettersi sul presente in modo incancellabile. Magistrale la regia di Almodovar, matura e pregnante, con il tocco leggiadro e la grazia sopraffina del grande cinema classico, che ci conduce, insieme a Raimunda, nel cuore della sua terra assolata e spazzata dal solano, vento occidentale che attizza gli incendi e scuote le coscienze, terra magica di mulini a vento e di viaggi, anzi ritorni, di memoria picaresca. Menzione speciale per il sontuoso cast femminile che tiene il ritmo della Cruz, candidata allOscar per loccasione, per la magnifica fotografia dai toni caldi di Jos Alcaine e per la suggestiva colonna sonora di Alberto Iglesias. Tra le tante sequenze straordinarie voglio ricordare quella del ristorante, in cui Raimunda canta e balla il tango Volver, tramutato in flamenco, davanti alla figlia e alla madre che la spia di nascosto, momento emblematico del film e del cinema di Almodovar, perch ne riassume tutta la vitalit, la carica sensuale, lardore appassionato, il disincanto nostalgico e la capacit di sdrammatizzare le tragedie della vita attraverso la possente bellezza di un gesto. Questo il Pedro che amiamo, che non ci stancheremo mai di guardare e, di fronte al quale, non si pu far che altro che tirar gi il cappello.

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    Gravity (2013) di Alfonso Cuarn

    Blockbuster d'autore, tecnicamente eccellente, con immagini splendide e notevoli virtuosismi registici: nei movimenti di macchina ma anche nella continua ricerca di inquadrature ad effetto. Ad una prima parte notevole per impatto visivo, patos ansiogeno e ritmo narrativo, fa seguito una seconda pi "intimista" che dovrebbe tracciare il senso dell'opera che, tra l'altro, risulta ben chiaro fin dal titolo (la gravit la forza che ci attrae verso la terra). Ma qui il film di Cuaron, che vuol essere un inno alla vita ed alla lotta disperata dell'uomo per trovare il suo cammino senza arrendersi mai, rivela le sue debolezze dovute alla sua anima hollywoodiana e, quindi, alla necessit di un finale edificante. Ed ecco che il viaggio cosmico si fa metafora di un altrettanto travagliato, e pericoloso, percorso interiore verso l'accettazione dei propri traumi, con inevitabile moralismo dietro l'angolo. In fin dei conti resta un film di buona fattura ma anche un indubbio passo indietro rispetto al precedente I figli degli uomini.

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    Blue Jasmine (2013) di Woody Allen

    Allen ritorna alla "cattiveria" ed al rigore di Match Point e confeziona un film "simile", per tragicit, ma, probabilmente, ancora pi spietato. I temi ed i tratti sono quelli tipici del grande regista americano: persone allo sbando, coppie che "scoppiano", tradimenti, nevrosi, disagio nei rapporti umani ma con l'aggiunta di un elemento sociale di grande risalto contemporaneo, la crisi economica americana (e mondiale) di cui il personaggo di Jasmine rappresenta l'emblema. Il film poggia interamente sulle spalle della bravissima Cate Blanchett (premiata con l'Oscar) che d corpo e anima ad un personaggio femminile scomodo e scritto egregiamente: sgradevole, viziata, elegante, depressa, fragile, odiosa, una summa di tante precedenti figure femminile alleniane. Jasmine un po' il simbolo della catastrofe economica mondiale, ne incarna perfettamente il disvalore e l'assoluto senso di vuoto morale (altro tipico cavallo di battaglia alleniano). Peccato che gli altri personaggi del film non siano all'altezza ma siano ridotti a macchiette volte a mettere in maggior risalto le caratteristiche della protagonista. Un film tragico e maturo che dimostra che il vecchio Woody ha ancora qualcosa da dire, specie se rinuncia a comparire davanti alla mdp. E' il suo miglior film del nuovo millennio dopo Match Point.




    pace e bene!
    "Per quel che mi riguarda Morricone il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

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