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Discussione: L'Angolo del Cinefilo - 2015 (1° semestre)

  1. #2751
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2015 (1° semestre)

    Citazione Originariamente scritto da keyser_soze60 Vedi messaggio
    a1 - Al di là del bene e del male
    giusto!

    e con questo abbiamo chiuso!

    wrong ha vinto la manche

    peccato che alcuni non abbiano potuto partecipare attivamente ma spero vi siate divertiti

    la proclamazione con tutti gli aggiornamenti la faccio verso le 12 perchè adesso ho da fare
    "Per quel che mi riguarda Morricone è il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

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  3. #2752
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2015 (1° semestre)

    Citazione Originariamente scritto da Strider
    wrong, che immagino avrà cercato nella serata , indovina i più difficili in assoluto
    quello dei Taviani l'ho trovato praticamente subito dopo sull'onda dello smacco subito per il poker mancato

    con quel tipo di frame mi son detto: "...se non sono i Taviani, è Pupi Avati!"

    (da pelle d'oca la sequenza del ricordo che precede quell'immagine )

    per Olmi invece non sono andato a nanna finché non l'ho trovato (prima avevo già trovato l'inizio del bertolucci ma me ne sarebbe comunque servito un altro qualora per l'appunto se qualcuno prima o dopo del mio Kaos avesse detto L'ultimo imperatore )

    per la prox ovviamente se ne riparla per lo meno per lunedì mattina

  4. #2753
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2015 (1° semestre)

    e andiamo a terminare la grigliata con i riepiloghi del caso


    ecco la griglia finale:



    ecco i titoli indovinati:

     

    A1 - Al di là del bene e del male (1977) di Liliana Cavani (Key)
    A2 - Il capitale umano (2014) di Paolo Virzì (Niki)
    A3 - Habemus Papam (2011) di Nanni Moretti (wrong)
    A4 - La famiglia (1987) di Ettore Scola (Key)
    B1 - Bella addormentata (2012) di Marco Bellocchio (wrong)
    B2 - Il cuore altrove (2003) di Pupi Avati (Key)
    B3 - Reality (2012) di Matteo Garrone (wrong)
    B4 - L'albero degli zoccoli (1978) di Ermanno Olmi (wrong)
    C1 - Nuovo Cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore (Niki)
    C2 - Il divo (2008) di Paolo Sorrentino (Key)
    C3 - Non ti muovere (2004) di Sergio Castellitto (wrong)
    C4 - L'ultimo imperatore (1987) di Bernardo Bertolucci (Niki)
    D1 - Kaos (1984) di Paolo e Vittorio Taviani (wrong)
    D2 - Profondo rosso (1975) di Dario Argento (Niki)
    D3 - Io non ho paura (2003) di Gabriele Salvatores (Niki)
    D4 - Il profumo della signora in nero (1974) di Francesco Barilli (Niki)


    ed ecco la classifica finale:

    wrong ---> 6 caselle + tris (17 punti)
    Niki ---> 6 caselle (12 punti)
    Key ---> 4 caselle (8 punti)


    e, infine, un mio commento sui 16 film della griglia, per chi fosse interessato

     

    Immagine ridotta

    Il profumo della signora in nero (1974) di Francesco Barilli

    La giovane Silvia, bella e fragile, deve combattere con i suoi traumi infantili, derivati dal senso di colpa per la morte della madre, e con una misteriosa setta, dedita alla magia nera, a cui aderiscono gli inquilini del suo stabile. Ma è tutto vero o succede soltanto nella sua mente ? Insolita commistione di psicanalisi, horror, esoterismo e mistery, con atmosfere surreali di grande fascino estetico, lampi di puro genio visionario, cadute di stile e momenti macabri di forte impatto scioccante. Tra Polanski e Argento, senza dimenticare Mario Bava, Barilli mette in scena uno dei più riusciti horror italiani degli anni '70, interamente costruito su un apparato figurativo di prim'ordine che trova il suo tripudio nella raffigurazione straniante ed onirica del quartiere romano "Coppedè". Notevole il contrasto stridente tra gli ambienti assolati dell'estate romana e la discesa negli abissi della psiche vissuta dalla protagonista. Il finale nero e truculento, di inusitata ferocia ma di ipnotico fascino oscuro e di indubbia valenza simbolica, è tra i più memorabili nel panorama dello "spaghetti" horror. Menzione speciale alla colonna sonora di Nicola Piovani, perfetta nel suo mix tra nostalgico ed angosciante.

    Immagine ridotta

    Profondo rosso (1975) di Dario Argento

    Un giovane pianista inglese che lavora in Italia assiste al feroce omicidio di una medium che, durante una seduta di parapsicologia, era entrata in contatto con la mente perversa di un maniaco omicida. Il giovane prende a indagare sul caso e si troverà coinvolto in una lunga scia di sangue e di orrori, fino a scoprire una terribile verità nascosta nel passato. Capolavoro del thriller italiano e vertice artistico assoluto della carriera di Dario Argento, che qui riesce nell'impresa di fondere alla perfezione il suo stile di esagitato "manierista" con una solida trama intricata ed avvincente, delle musiche memorabili nella loro efficacia e delle immagini da incubo così disturbanti e potenti da entrare a far parte dell'immaginario collettivo. Già dall'agghiacciante prologo, ci si rende conto che si sta per assistere a un'opera magistrale: una nenia infantile, l'ombra di un antico delitto familiare, un coltello dalla lama insanguinata che cade sul pavimento e delle scarpine da bimbo che gli si avvicinano. Ma il film è pieno di sequenze da antologia, per audacia stilistica, crudeltà visionaria e tensione orrorifica, che raggiunge apici ancora ineguagliati nel nostro cinema di genere. Tra omicidi scioccanti di inusitata violenza esplicita ed atmosfere inquietanti sapientemente caricate nei momenti di attesa, quello che più sconcerta è il macabro accostamento tra la psicopatica perversione della mente del killer e la sua psicologia infantile, con cui più volte Argento ci mette in contatto, attraverso suoni ed immagini agghiaccianti, che ci offrono una spaventosa prospettiva degli abissi più oscuri dell'animo umano. La nenia fanciullesca, l'indugiare morboso sui dettagli: l'occhio, i guanti, le bambole, le biglie di vetro, le armi da taglio, la musica martellante dei Goblin (divenuta una delle icone del genere horror) sono tutti elementi che hanno fatto epoca e reso questo film un cult indimenticabile. Malgrado qualche eccesso ed alcuni siparietti trash, è così straripante di genialità e di possente carica oscura da meritare un posto di assoluto rilievo nella storia dell'horror. Fu un grande successo popolare e consacrò Dario Argento come "mago del brivido". E infine due curiosità: Argento avrebbe voluto intitolare il film "La tigre dai denti a sciabola", proseguendo sulla scia della precedente "trilogia degli animali", ma la produzione optò invece per il titolo che sappiamo. Se osservate attentamente, magari al rallenty, nella famosa scena del particolare che non viene in mente in cui il protagonista attraversa il corridoio con i quadri nella casa della sensitiva, si può scorgere, per un attimo, il volto dell'assassino.

    Immagine ridotta

    Al di là del bene e del male (1977) di Liliana Cavani

    Dall'opera omonima del celebre filosofo Friedrich Nietzsche,la Cavani ha tratto un film potente e sfarzoso, di alti intenti ma non immune da cadute calligrafiche ed a volte appesantito da un apparato ideologico ingombrante, che ne riduce la portata semantica in nome dell'accumulo manieristico di "orpelli" retorici. Ma il triangolo amoroso tra Nietzsche, la disinibita Lou Salomé e l'impedito Paul Rée è un possente trattato psicologico sul rapporto tra sesso e potere, con le consuete commistioni tra erotismo e sadismo, tipiche della regista emiliana. Il burrascoso "ménage a trois", che non farà sconti a nessuno, diventa metafora degenere della fine del diciannovesimo secolo e dell'inizio del '900: l'età della follia e dei grandi crimini storici. La fotografia è sontuosa, la ricostruzione ambientale impeccabile e nel cast spiccano le interpreti femminili: da una sensuale Dominique Sanda ad un'austera Virna Lisi.

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    L'albero degli zoccoli (1978) di Ermanno Olmi

    Fine del 1800, in un cascinale della “bassa” bergamasca, quattro famiglie contadine vivono la loro quotidianità, tra il duro lavoro dei campi, l’allevamento degli animali, le gioie e i dolori di un’esistenza semplice. Il forte legame tra i diversi nuclei familiari li porta a condividere ogni cosa, nel bene e nel male. Quando il piccolo Menek rompe uno zoccolo, suo padre Batistì taglia di nascosto un tronco d’albero per costruirne uno nuovo. Ma il padrone lo scopre e caccia via Batistì e la sua famiglia. Capolavoro di Olmi, che traspone in immagini le vecchie storie contadine ascoltate dai suoi nonni, regalandoci una suggestiva epopea degli umili, realistica, sincera, perfetta nella ricostruzione ambientale e recitata da veri contadini del luogo, senza alcuna esperienza artistica. Con una potente capacità di evocazione lirica, che guarda alle piccole cose per elevarle in una dimensione “mitica” nella loro purezza ancestrale, il regista ricostruisce con puntiglioso rigore la vita contadina dell’epoca, alternando scene di ordinaria quotidianità a momenti di altissima poesia. La rappresentazione dell’antico mondo rurale è appassionata, rigorosa, quasi priva di elementi di critica sociale, perché intende restituirci, in solenne forma di poema cinematografico, tutta la fierezza e la genuinità di quel mondo remoto. Olmi ha la sensibilità di un poeta e l’approccio di un documentarista nel realizzare quest’opera imponente, tra le più importanti in assoluto del cinema italiano, che riattualizza i codici del movimento neorealista, con un occhio all’estetica di autori come Angelopoulos. Da questo autentico confronto con le nostre radici, raffigurato come un universo incontaminato, privo di coscienza di lotta di classe, impregnato sia di credenze pagane sia di cattolicesimo popolare, emergono dei protagonisti pregni di umanità, ora gretti ora solidali, il cui credo è il legame assoluto con la terra e con la famiglia. Senza ricorrere ad alcuna enfasi drammatica o indulgenza nel “romanzo”, il regista lombardo ci offre un cinema limpido, a suo modo integralista per la reticenza di approfondire risvolti politici o relazioni sessuali, ma con tanta anima. Tra i tanti momenti di volo alto dell’opera, sono memorabili il viaggio in barca a Milano dei due sposini e la semina sotto la prima nevicata, antico rituale tramandato da tempi remoti. Nonostante i meriti ed il largo consenso suscitato dalla pellicola ci fu chi, negli ambienti di sinistra, accusò il regista di utopia reazionaria per lo scarso nerbo polemico nei confronti dei “padroni”. L’affascinante colonna sonora, profondamente evocativa nel suo tono sacrale, è costituita da brani di Bach, eseguiti all’organo, e da canti popolari contadini bergamaschi. Esistono due versioni della pellicola: una in dialetto bergamasco con sottotitoli (da preferire) ed una doppiata in lingua italiana. Il film, che ebbe grande successo di pubblico e critica, fu premiato con la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

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    Kaos (1984) di Paolo e Vittorio Taviani

    L'opus numero 10 dei fratelli Taviani è un eccellente adattamento delle "Novelle per un anno" di Luigi Pirandello, in particolare dei quattro racconti "L'altro figlio", "Mal di luna", "La giara" ed "Epilogo". Raffinato ma al tempo stesso sobrio, rigoroso e lucido, addirittura magistrale nella creazione visiva del complesso universo interiore del grande scrittore siciliano, è uno dei migliori film italiani degli anni '80, capace di fondere insieme la minuziosa ricostruzione dei dettagli con l'allegoria caotica che ha sempre accompagnato, negli scritti pirandelliani, il male di vivere dell'uomo del '900. Nella versione televisiva esiste anche un quinto segmento, "Requiem", ideato dai registi ispirandosi liberamente ad altre novelle pirandelliane. E' stato l'ultimo film interpretato da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

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    L'ultimo imperatore (1987) di Bernardo Bertolucci

    Vita di Pu-Yi, ultimo imperatore cinese: dalla solenne incoronazione, da bambino, nella Città Proibita alla sua educazione influenzata dalla cultura occidentale, grazie al saggio precettore inglese, dalla reggenza fittizia del “Manciukuo”, sotto il dominio giapponese, alla prigionia politica come “traditore”, dal periodo siberiano in mano ai russi all’anonima morte, avvenuta in piena Rivoluzione culturale. Colossale biografia storica di Bertolucci, di ampio respiro e di potente concezione, straordinaria per la ricostruzione ambientale, la fotografia pittorica (del grande Vittorio Storaro), un apparato tecnico di prim’ordine ed un’opulenza visiva che traspare da ogni dettaglio: costumi, scenografie, comparse. E’, probabilmente, l’ultimo kolossal del cinema moderno, unanimemente acclamato ed incoronato dall’Academy Awards con ben 9 Oscar su 9 nomination (miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, scenografie, costumi, montaggio, sonoro e colonna sonora). Straordinaria la fusione operata dall’autore parmense tra l’elevata spettacolarità formale, che guarda al cinema americano di DeMille, e la sua dimensione anti-epica, che rappresenta, in una cornice sontuosa, un malinconico ritratto di solitudine, il ritratto di un uomo debole, decadente, schiacciato dal peso di un destino, e di un ruolo, ben più grande di lui, ed eternamente prigioniero, prima tra le mura dorate della Città Proibita e poi nelle mani di invasori stranieri o antagonisti politici che lo hanno, inevitabilmente, manipolato. Alle dolorose vicende umane di Pu-Yi, raccontate in flashback, fa da sfondo un affresco sterminato della recente storia cinese, dal 1908 al 1967, raccontata con realismo, e senza enfasi, dall’autore, nei suoi passaggi epocali dal medioevo imperiale al comunismo maoista, passando per la drammatica invasione giapponese, durante la seconda guerra mondiale, con cui Pu-Yi, pavidamente, collaborò pur di mantenere una parvenza di trono. Ma l’analisi spietata, e distante da qualunque tentazione agiografica, del regista, è principalmente interessata all’uomo Pu-Yi, alla sua personalità schiva, elegante, ma debole, inadatta a sostenere il peso impostogli dalla Storia. E, come sempre, l’indagine di Bertolucci si spinge anche nella sfera sessuale, attraverso alcune scene di notevole fascino simbolico e di onirica connotazione erotica, come il triangolo amoroso nascosto dalle preziose lenzuola o quella da cui, circondato dai corpi nudi degli eunuchi, traspare l’inclinazione omosessuale di Pu-Yi, comprovata dalle fonti storiche e solo velatamente accennata dal regista. Tra eleganza, decadenza, incanto, meraviglia, qualche prolissità e qualche sprazzo accademico, la pellicola ci offre, nelle sue quasi tre ore di durata, uno spettacolo maestoso e possente, tra i più alti nella storia contemporanea del cinema storico. E’ stato l’unico film ad ottenere il permesso di girare nell’interno della Città Proibita, consentendo così ad occhi occidentali di “profanare” un inaccessibile luogo di solennità millenaria, ed è stato il film italiano, sebbene in coproduzione, a vincere il maggior numero di premi Oscar. La memorabile sequenza dell’incoronazione del bambino Pu-Yi, eletto a soli 3 anni “figlio del Cielo”, davanti a oltre ventimila comparse, toglie il fiato e vale, già da sola, il prezzo del biglietto.

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    La famiglia (1987) di Ettore Scola

    Storia di una famiglia borghese romana nell’arco di 80 anni, dai primi del ‘900 alla fine degli anni ’80. Il protagonista narratore è Carlo, un anziano professore di lettere ormai in pensione, che rievoca, in flashback, attraverso nove segmenti narrativi principali, la sua vita e quella della sua famiglia. Tra le mura della casa nel cuore del quartiere Prati assistiamo ad amori, delusioni, litigi, speranze, ambizioni, segreti, che si susseguono nel corso di una vita mentre, al di fuori, scorrono i grandi eventi epocali: il fascismo, le guerre mondiali, l’Andrea Doria. Dramma corale e malinconico in forma, pudica, di saga familiare “in un interno”, perché il regista, tornando a fare il cinema che sa fare egregiamente e che lo ha reso famoso, effettua una precisa scelta stilistica: mostrare gli eventi sempre al riparo delle mura della grande casa romana, lasciando costantemente fuori la Storia, i cui accadimenti arrivano sempre, indirettamente, attraverso i racconti, i dialoghi, i comunicati a mezzo radiofonico o televisivo. Il tempo che passa, inesorabile, viene scandito, attraverso le nove parti del racconto (una per ciascun decennio), sul volto dei protagonisti che, a mano a mano, si trasforma impietosamente. Il loro naturale declino, guidato dal patriarca Carlo nella sua parabola esistenziale da bambino a nonno, è vissuto con garbo, con grazia, concedendosi solo struggenti punte di nostalgia. Con rigorosa lucidità ed asciutto lirismo, Scola esplora gli spazi scenici con lunghe carrellate, in avanti o all’indietro, che segnano sempre il passaggio da una stagione di vita all’altra, e scegliendo, emblematicamente, di aprire e chiudere il film con una fotografia, la sola traccia materiale delle memorie passate. Il senso intimo dell’opera, splendida ma non originale, perché il regista ha già trattato, e meglio, questi argomenti, è quello di mostrare il cambiamento dei costumi, della società, dell’economia, delle idee e finanche del cuore, attraverso un pregnante microcosmo simbolico, ovvero l’istituzione per eccellenza su cui si fonda la nostra storia: la famiglia. La granitica sceneggiatura, scritta dal regista con Maccari e Scarpelli, viene messa in scena con delicatezza, e trova il suo completo tripudio espressivo nelle grandi interpretazioni del cast straordinario, in cui spicca Vittorio Gassman, mattatore assoluto, e poi, a seguire, Stefania Sandrelli, Fanny Ardant, Massimo Dapporto, Philippe Noiret, Jo Champa, Sergio Castellitto. E’ l’ultimo grande film del regista avellinese, che, anche se non vale quanto i suoi due capolavori (C’eravamo tanto amati e Una giornata particolare), resta comunque una pellicola importante, tra le migliori in assoluto del cinema italiano degli anni ’80. Il film fu candidato all’Oscar come miglior film straniero, ma gli venne preferito, per il premio finale, Il pranzo di Babette di Axel.

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    Nuovo Cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore

    Epopea siciliana in tre atti, pluripremiata, osannata dal pubblico e ambientata in un paese immaginario, Giancaldo, che però rappresenta i ricordi e le esperienze del suo autore, trasfigurate dall'amore per la "settima arte". La prima parte, l'infanzia del protagonista Totò ed il suo rapporto con il vecchio mentore Alfredo, proiezionista tanto ignorante quanto cinefilo, è straordinaria sotto tutti i punti di vista: emozionante affresco storico e di costume, impreziosito dal valore supremo della memoria, che intende raccontare la storia, i mutamenti culturali ed i fenomeni sociali attraverso il Cinema, celebrandone la magia come incanto supremo, momento di aggregazione, termometro dei tempi e mezzo di evasione culturale e spirituale da una realtà ristretta e priva di prospettive. La magnifica sequenza del film, I pompieri di Viggiù, proiettato fuori dalla finestra, sul muro della piazza, tra la folla in delirio, è uno dei momenti visionari più alti della storia del cinema italiano ed è uno straordinario atto d'amore di un cinefilo come Tornatore, cresciuto "a pane e cinema", verso la magia del grande schermo. Il regista di Bagheria omaggia, nella prima parte, tutti i "suoi" classici preferiti (ben 44!), mostrando la costante sovrapposizione tra arte e vita, ovvero tra le immagini di finzione che scorrono sullo schermo del Paradiso e quelle del reale quotidiano della gente del piccolo paesino, un'umanità variegata e colorita, tenera e cinica, rozza e volitiva, egregiamente rappresentata grazie ad una formidabile squadra di caratteristi. La seconda parte, la giovinezza di Totò e la storia d'amore con Elena, è canonica e spesso prolissa; è evidente il suo intento di ammaliare il pubblico tramite scene madri e frasi ad effetto che suonano come artificiose. La terza parte, la maturità del protagonista ed il suo ritorno al paesello natio dopo il successo professionale (guarda caso nel cinema), si risolleva, in parte, grazie a dei riusciti momenti di pura emozione, ma non è esente dalla ridondanza tipica dell'autore, che lo spinge spesso verso eccessi di retorica sentimentale che superano la soglia del tollerabile. In ogni caso, malgrado le pecche che sono congenite in quasi tutto il cinema di Tornatore, il film è, nel suo insieme, ottimo: diretto con mestiere, egregiamente interpretato (con una menzione speciale per un commovente Philippe Noiret, nei panni di Alfredo, e per il piccolo Salvatore Cascio, sorprendente per espressiva spontaneità), suggestivo nelle ambientazioni, puntiglioso nella ricostruzione storico ambientale ed impreziosito dalla meravigliosa colonna sonora del Maestro Morricone, in una delle sue partiture più ispirate. Esistono due versioni del film: quella integrale di 173', uscita nelle sale italiane nel 1988 e poi ben presto ritirata per lo scarso successo commerciale. La produzione impose allora un taglio di 25', che migliorò il film, rendendolo più compatto ed equilibrato, e diede vita alla così detta versione "internazionale", ovvero quella attualmente reperibile in home video e normalmente passata in televisione, che vinse tutti i premi maggiori (Oscar, Golden Globe, Gran Premio speciale della giuria a Cannes, BAFTA) ed incantò il pubblico di mezzo mondo. I formidabili titoli di coda, sulle note struggenti di Morricone, mettono a dura prova anche gli spettatori più insensibili. Furbo e commovente, tra eccessi di "melassa" e lampi di classe sopraffina.

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    Io non ho paura (2003) di Gabriele Salvatores

    Profondo Sud Italia nella torrida estate del 1978: tra cieli tersi ed assolati, oceaniche distese di grano, strade pietrose ed il rigoglioso esultare della natura generosa vive Michele, un ragazzino di dieci anni e di umile famiglia, che scorrazza in bicicletta tra i campi godendosi l'euforia magica della sua verde età. Ma, un giorno, fa una terribile scoperta: vicino a una casupola diroccata, in una fossa scavata nel terreno e coperta da una lamiera, è tenuto prigioniero un bimbo come lui, ridotto quasi a una larva ed accecato dal buio prolungato. Dopo l'iniziale paura Michele decide di aiutare il bambino, parlandogli e portandogli cibo e acqua, ma senza far parola con i "grandi" dell'incredibile ritrovamento. Scoprirà di lì a poco, in seguito all'arrivo a casa sua del viscido Sergio (un luciferino Diego Abatantuono), detto il milanese, che il bimbo nel pozzo è vittima di un sequestro organizzato dall'uomo del Nord e che tutta la sua famiglia è implicata nella sporca faccenda. Ma qualcosa va storto, la polizia stringe il cerchio intorno al paesello e lo spietato Sergio, preso dal panico, decide di sopprimere l'ostaggio. Dopo il generoso Oscar vinto con il mediocre Mediterraneo ed una serie di opere surreali e visionarie come Nirvana o Denti, Salvatores realizza il suo film migliore con questa splendida gemma che è anche uno dei vertici del cinema italiano del nuovo millennio. Tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti, Io non ho paura è un dramma con toni da thriller potente ed appassionante, che celebra la magia dell'infanzia, la sua purezza ed il suo alto senso di giustizia sotto l'egida dell'innocenza, opposti al degrado ed alla miseria morale del mondo dei "grandi", che hanno barattato l'incanto con il cinismo in nome dell'avidità. Questa struggente "favola" universale avvince, incanta, emoziona e commuove per tutta la sua durata, senza dimenticare la grande lezione del nostro cinema d'impegno civile attraverso i tanti temi d'attualità trattati: l'annosa questione meridionale, con l'atavica mancanza di lavoro che favorisce la delinquenza, il fascino malefico del denaro che rende possibile le azioni più subdole, lo sfruttamento del Nord ricco e civile sul Sud povero e ignorante e, non ultima, l'amicizia solidale tra coetanei, la sola forza positiva della storia, che si esplica attraverso il coraggio e la ricchezza interiore di Michele che fa da perno all'intera vicenda. Il Sud che Salvatores ci mostra in questo film è un autentico protagonista della vicenda: abbacinante, rigoglioso, quasi un luogo del mito per la forza maestosa di colori, suoni e odori, in netto contrasto con la cupa grettezza del mondo degli adulti. Tutto costruito sugli opposti mette in gioco l'eterna sfida tra bene e male, ideale e reale con grazia ed autenticità, regalando momenti di grande cinema, immagini straordinarie e sprazzi poetici che meritano un plauso speciale.

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    Il cuore altrove (2003) di Pupi Avati

    Nella Roma degli anni '20 il goffo trentenne Nello viene mandato a Bologna dal padre, nella speranza che possa finalmente trovare una compagna, garantendo così la discendenza familiare. L'incontro con una ragazza cieca, bellissima e disinibita, cambierà la sua vita per sempre, ma con esiti diversi da quelli sperati. Tipica pellicola di Avati, che risponde esattamente a tutti i requisiti di un film "alla Avati": leggerezza del tocco, raffinata ricostruzione di un mondo piccolo borghese filtrato attraverso la lente nostalgica della memoria, amabile candore dei personaggi principali, con tocchi narrativi soffusi che oscillano tra l'edificante ed il poetico. Costantemente in bilico sul filo sottile tra dramma e commedia, intrattiene con agile eleganza, nascondendo abilmente i tratti esili della sceneggiatura grazie alla forte carica espressiva degli interpreti, in cui spiccano soprattutto quelli di contorno come il sanguigno barbiere napoletano del sorprendente Nino D'Angelo, che ha fortunatamente barattato la patetica mielosità ed il caschetto d'oro degli anni giovanili, con una più impegnata vena artistica anticonformista. L'anello debole è, manco a dirlo, la protagonista Vanessa Incontrada, tanto bella quanto impacciata. Il film, tutto sommato dignitoso, ha avuto un buon riscontro di pubblico e critica, risollevando la carriera in declino del regista bolognese.

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    Non ti muovere (2004) di Sergio Castellitto

    Storia di un amore intenso, proibito, tragico e "maledetto" tra un brillante chirurgo romano, Timoteo, ed una derelitta immigrata albanese, Italia, spezzata dalle angherie della vita ma ancora capace di rimettersi in gioco con disperata passione. Tra un matrimonio borghese ipocrita e fasullo ed il dramma familiare di una figlia ridotta in coma da un incidente stradale, l'inquieto Timoteo rivive nella memoria i momenti vibranti di questo suo amore segreto ed ingombrante, che ha segnato inesorabilmente la sua vita con un solco profondo impossibile da richiudere. Dall'omonimo romanzo della moglie Margaret Mazzantini, Castellitto ha tratto un film vibrante, viscerale, una dolorosa riflessione sul senso (anzi sulla mancanza di senso) della vita e dell'amore, come suggerito dalla fortunata canzone di Vasco Rossi, scritta per la colonna sonora. Non esente dal furbo sentimentalismo, dall'estetica da "soap opera" e dalla retorica a buon mercato dei prodotti nostrani di questo tipo, la pellicola riesce ad ergersi sopra la media grazie all'interpretazione intensa e struggente di Penelope Cruz che, imbruttita ad arte per l'occasione, afferma prepotentemente il suo talento di attrice drammatica, e grazie alla regia ricercata di Castellitto che, con una serie di soluzioni visive interessanti, cerca in tutti i modi di elevarsi dal format "televisivo" in cui il nostro cinema "commerciale" è perennemente invischiato. Il risultato finale è decoroso, probabilmente amplificato (ahinoi!) dalla risibile pochezza dei suoi simili.

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    Il divo (2008) di Paolo Sorrentino

    Vita pubblica e privata di Giulio Andreotti, catalizzatore e snodo cruciale dei principali eventi della storia politica italiana per quasi 50 anni. Il film ne racconta le vicende essenziali dei primi anni ’90: dal suo settimo incarico come capo di governo fino al processo palermitano per presunte collusioni con la mafia, passando per omicidi eccellenti, aneddoti personali, la nascita della “corrente andreottiana”, la sconfitta nella corsa al Quirinale, tangentopoli ed il presunto, famoso bacio con il boss Totò Riina. Al suo quarto film il talentuoso Paolo Sorrentino si confronta, coraggiosamente, con uno dei generi nobili del cinema italiano: il cinema politico e socialmente impegnato, tra l’altro dedicato a un personaggio reale, famoso, controverso, ovvero il politico per eccellenza della vecchia Repubblica, Giulio Andreotti, la cui glaciale e serafica impassibilità è seconda solo alla sua mimetica scaltrezza. Senza temere confronti con i registi che hanno fatto la storia del cinema politico italiano (Rosi, Petri, Pontecorvo, Damiani, Lizzani, Ferrara, Giordana), Sorrentino realizza, con personalità e audacia, un biopic politico surreale, intriso di una pungente cifra di grottesco che vira nell’astrazione visionaria e rende il “divo” Andreotti una sorta di archetipo concettuale del potere e del male, simbolo scomodo di un paese contradditorio, imperscrutabile, geniale e cialtrone, a seconda delle situazioni. Il regista napoletano affida a Toni Servillo, suo attore feticcio, l’arduo compito di interpretare Andreotti, sapendo benissimo che, da questa caratterizzazione, dipende il destino del film. Servillo, come al solito, si dimostra impeccabile, all’altezza del compito, evitando saggiamente il rischio “Bagaglino”, ovvero della parodia tragicomica e del ridicolo involontario. Con un’interpretazione sagace, asciutta, sulfurea, con un efficace lavoro per sottrazione, tranne che nella scena madre del monologo in cui assistiamo allo sfogo delirante di un uomo alla corda, salvo poi ricomporsi subito nel consueto atteggiamento da sfinge, l’attore campano cerca l’anima del personaggio, nascosta sotto la maschera indecifrabile, e ci regala un Andreotti inedito, filtrato attraverso una prospettiva artistica, onirica e, quindi, nuova. Dopo un inizio da thriller, che guarda al feroce documento di cronaca nera, con un’efferata sequenza di delitti eccellenti che hanno scosso la vita pubblica del “belpaese” nel corso dei decenni, Sorrentino ci immerge subito nell’atmosfera kafkiana che sarà la cifra stilistica dell’opera, in cui il giudizio finale e l’indignazione morale vengono lasciati allo spettatore. Con una colonna sonora straniante ed una fotografia sontuosa, il regista napoletano ci offre la sua pellicola migliore, la più convincente e la più innovativa, regalandoci almeno due scene straordinarie: l’adunata della “corrente andreottiana” , girata come un western, ed un metaforico momento di vita privato: Andreotti e la moglie che guardano la televisione sul divano di casa, in silenzio e tenendosi per mano, sulle note de “I migliori anni della nostra vita” di Renato Zero. Il film ha avuto un notevole successo di pubblico e critica ed ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio della Giuria a Cannes, il Premio “SIAE” a Venezia, sette David di Donatello e una nomination tecnica (per il miglior trucco) agli Oscar 2010.

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    Habemus Papam (2011) di Nanni Moretti

    Il nuovo papa, appena eletto dal conclave, viene colto da attacco di panico, si sente inadatto al gravoso compito che lo attende ed entra in una profonda crisi esistenziale e religiosa. I cardinali, preoccupati, si rivolgono ad uno psicanalista che, costretto a mantenere il segreto e soggiornare nelle mura vaticane, cerca di farlo recedere dal suo dubbio, per favorirne il ripensamento. Ma, intanto, il papa scappa e sparisce, in abiti borghesi, nelle vie di Roma, come un uomo comune, alla ricerca di se stesso. Complesso dramma esistenziale morettiano sul tema della rinuncia e della solitudine, la cui roboante tematica ed ambientazione, che ne han fatto da indubbia cassa di risonanza, vanno lette nell’ottica dello spirito iconoclasta del geniale autore, corrosivo, irriverente ma, in questo caso più che mai, lucido e maturo. La componente religiosa, la riflessione sulla Chiesa contemporanea e sulla fede nell’opulenta società capitalistica del nuovo millennio, indubbiamente presenti e pregnanti, non costituiscono il cuore intimo dell’opera, che è principalmente interessata all’uomo, alla sua deriva, al suo sbandamento, in un mondo in cui, cadute le icone e distrutti i simboli, le coordinate morali di riferimento appaiono incerte. Tutto questo è emblematicamente rappresentato da un papa umano, timido, smarrito, tenero ed umile, egregiamente interpretato da Michel Piccoli, che contiene e riassume la crisi e tutte le contraddizioni dell’essere umano moderno, nell’atavico conflitto tra essere e apparire, scelta e dovere, responsabilità e libertà. Moretti ci offre un racconto a due livelli paralleli, sapientemente alternati ed incastonati l’uno nell’altro: quello ironico regressivo, denso di lampi grotteschi, del rapporto tra il suo loquace psicanalista e i pittoreschi cardinali, che trova il suo apice spudorato nel torneo di pallavolo nel cortile vaticano, e quello, dolente e cupo, del mesto peregrinare del papa in borghese nelle strade della “città eterna”, prigioniero di un ruolo ingombrante e vagabondo inquieto a caccia di un antico sogno di gioventù (il teatro), allegoria della beffarda crudeltà della vita, che ci obbliga ad indossare una maschera, ad essere conformi per evitare di essere banditi. Nel primo livello l’autore, sotto la coltre ironica, esprime, con sincera amarezza e raggelante cinismo, la consapevolezza della totale mancanza di senso, connotandola con una colta citazione darwiniana. Come a dire che se, una volta, la messa era finita, adesso è la Chiesa ad esserlo e bisogna concentrarsi sull’uomo, riponendo in esso la speranza per il futuro. Nel secondo livello c’è la ricerca disperata di un uomo in fuga, un uomo malinconico dal sorriso radioso, adorabile nella sua debolezza, troppo umana per poter essere “divina”. Quest’uomo sfuggente ed insicuro, ma non privo di grazia nella sua evidente umiltà, cerca la verità tra la gente, scende dal piedistallo di secoli di rigido immobilismo per perdersi tra le braccia, “peccaminose” ma vere, delle persone normali. Quest’uomo pavidamente coraggioso fa quello che la Chiesa dovrebbe fare per ritrovare la credibilità perduta e riallacciare un rapporto autentico, non di facciata, non di folclore, con il cuore dei fedeli: abbandonare i troni solenni e decadenti e discendere tra la gente, condividerne i problemi, le ansie, il linguaggio, disperdendosi in essa. Il finale apocalittico segna l’apice del discorso umanistico dell’autore e sospende il giudizio dello spettatore su un ambiguo e straordinario dilemma etico: la rinuncia in nome della propria libertà individuale è un atto di codardia o di eroismo ? Tra serio e faceto Moretti va dritto al cuore del problema ed instillando nello spettatore l’atavico dubbio detto prima, sembra indicare in esso l’unico atteggiamento sensato e realistico che l’uomo contemporaneo debba avere. Perché il dubbio è un segno di intelligenza e da esso possono scaturire ideali positivi, proposte concrete, mentre il paravento della certezza è un evidente sintomo di debolezza o, ancor peggio, di malafede, a tutela dei propri interessi. In questo film laico, sospeso tra commedia e tragedia, tutti i personaggi principali sono prigionieri di qualcosa: il papa del suo pesante ruolo iconico che non sa o non vuole sopportare, lo psicanalista del suo frustrante rapporto, sentimentale e professionale, con la ex moglie, i cardinali di una situazione improvvisa, complicata ed angosciante, oltre le loro capacità di gestione. Ma tutti cercano di reagire, tutti si danno da fare per trovare una soluzione, dando voce ed ascolto alla propria umanità, alla propria capacità di relazionarsi con il prossimo, cercando in esso la propria dimensione, un reale equilibrio, anche a costo di decisioni dolorose. Lode a Moretti ed alla sua rinnovata capacità di leggere, sotto la lente di un surreale cinismo, le contraddizioni e gli umori della nostra società, ponendo domande scomode e calibrate, e lasciando a noi l’arduo compito di fornire una possibile risposta, di dare un giudizio, provocando così una riflessione. Ed onore anche alla sua abilità di essere preveggente, anticipando, con sinistra lungimiranza, gli eventi che hanno portato alla storica rinuncia di papa Benedetto XVI. La qual cosa non è, tra l’altro, niente affatto nuova nella storia del cinema d’autore.

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    Bella addormentata (2012) di Marco Bellocchio

    Ispirandosi al drammatico caso di Eluana Englaro, salito prepotentemente e dolorosamente alla ribalta delle cronache nazionali, Marco Bellocchio ricostruisce gli ultimi giorni di vita di una ragazza in coma irreversibile usando punti di vista differenti: quello di una madre distrutta dal dolore, che abbandona tutta la sua vita per dedicarsi alla figlia, quello di un medico che cerca in ogni modo di salvare una giovane donna dal tunnel della droga e quello di un'attivista cattolica impegnata nella protesta per il caso Englaro. Con una messa in scena cupa e rigorosa, Bellocchio confeziona un film coraggioso, aspro, tagliente, provocatorio. Il regista emiliano fa un cinema duro e puro, che sa ergersi bene al di là di una posizione idelogica di natura morale o politica, mescolando abilmente finzione e realtà, simbologia e denuncia sociale. Non mancano i momenti visionari, come la magnifica sequenza della sauna in cui l'ostico dilemma alla base dell'opera viene spostato dal piano morale a quello politico, attraverso il confronto di figure archetipe. Notevole tutto il cast (Maya Sansa, Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher), al servizio di una storia di denuncia di grande spessore, come pochi sanno fare oggi in Italia.

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    Reality (2012) di Matteo Garrone

    Luciano è un pescivendolo napoletano che trascorre le sue giornate tra lavoro saltuario, piccole truffe, una famiglia pittoresca ed ingombrante e la sua naturale carica di simpatia e loquacità, che lo spinge ad improvvisate “esibizioni” davanti ai clienti della pescheria. Spinto da familiari e conoscenti, partecipa ai provini per il reality televisivo “Grande Fratello” e, da quel momento, la sua vita cambia. Il nostro entra in una patologica spirale ossessiva, nell’attesa della fatidica chiamata, e non riuscirà più a distinguere la realtà dalla fantasia. Grottesca commedia di costume dagli accenti tragici, mirabile nella messa in scena ambientale, nei personaggi stralunati, patetici figli illegittimi della società dell’immagine, della tv spazzatura e della deriva morale e culturale dei nostri tempi. Sospeso abilmente tra il kitsch più greve e la geniale invenzione visiva, è un dramma surreale di appariscente iperrealismo in cui si ride, amaramente, e si partecipa, nella più cupa seconda parte, all’involuzione interiore del protagonista, emblema dolente del percorso intellettuale dell’italiano medio contemporaneo. Rifacendosi alla grande tradizione dei maestri italiani, De Sica, Germi, Eduardo, ma anche Fellini nello splendido finale onirico, il regista conferma tutte le sue notevoli qualità di narratore di razza, probabilmente il migliore nel panorama odierno del nostro cinema, firmando un’opera estremamente personale, lucida, caustica, anticonformista, che affonda le sue radici in quel florido e variopinto sottobosco che è il proletariato napoletano di strada. Un’opera che parte come una graffiante satira caricaturale, per poi sfociare in un apologo potente, di agghiacciante simbologia astratta, sulla perdita di identità provocata dalla società dello spettacolo televisivo, che, con le sue logiche “usa e getta” ed il suo miraggio di facili scorciatoie per il successo, ha annichilito la coscienza collettiva. Lo sguardo del regista è, come sempre, benevolo verso i suoi protagonisti, ritratti come degli imbelli tanto maldestri quanto teneri, ed il punto di forza dell’opera risiede nel fertile contrasto tra sogno e realtà, nelle paradossali evasioni fantastiche, di suggestione pirandelliana, di Luciano, egregiamente interpretato dal non professionista Aniello Arena, condannato per gravi crimini di camorra e prestato al cinema per l’occasione. Tutta la seconda parte dell’opera diventa un viaggio, con tratti da incubo, nella personalità disturbata di Luciano, ovvero il moderno fruitore di prodotti televisivi di largo consumo, la cui tragica mutazione è solamente l’apice di una teledipendenza che, per molti, è il pane quotidiano e che conduce ad un cortocircuito esistenziale, lo smarrimento dei confini tra oggettivo e soggettivo, nella ricerca disperata di poter salire, anche solo per pochi minuti, sul grande carrozzone viaggiante dello spettacolo, fiera di vanità e di illusioni, emblema di una generazione smarrita e priva di prospettive, che ricerca la fama in vacui modelli di massa. Chi ha accusato l’opera di essere arrivata in ritardo, ovvero quando le luci sul fenomeno dei Reality show si erano già spente da tempo, non ne ha colto il tagliente senso generalista della denuncia: Reality non è un film sul “Grande Fratello”, ma sull’inerzia culturale della società moderna, che si nutre, avidamente, di futili sogni preconfezionati da altri, per colmare un vuoto ideologico profondo, figlio di fallimenti lontani, di ideologie barattate con il benessere materiale, di disillusioni antiche, di cui siamo tutti, indistintamente, complici o colpevoli. Il film è stato premiato al Festival di Cannes con il Gran Premio Speciale della Giuria, presieduta da Nanni Moretti.

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    Il capitale umano (2014) di Paolo Virzì

    Il livornese Virzì abbandona la commedia e ci regala il suo film migliore con quest'opera nera, ambientata in quella "Padania" brianzola che rappresenta il cuore economico pulsante del "belpaese" ma che ne incarna, altresì, la crisi, i vizi ed il senso di smarrimento. Liberamente tratto da un romanzo di Stephen Amidon, con l'azione spostata dagli Stati Uniti al nord Italia, questo undicesimo opus di Virzì è un amaro apologo sul degrado morale dei nostri tempi, sulla cupidigia di certi faccendieri che hanno rovinato il nostro paese e sulla crisi economica che per alcuni è un tragico nemico, per altri una cinica opportunità e per altri ancora uno scudo dietro cui nascondersi. Diviso in un prologo, 3 capitoli ed un epilogo ha la sua forza nella struttura "ellittica" (memore del Kubrick di Rapina a mano armata) che racconta ogni volta la medesima storia da un punto di vista differente, a seconda del personaggio protagonista della singola tranche. L'epilogo svela il "giallo" al centro della vicenda e chiarisce, beffardamente, il senso tragico del titolo. Fedele alla grande tradizione del nostro cinema d'impegno civile Virzì traccia un affresco desolante e spietato di certi aspetti della nostra società e lo fa con le "armi" tipiche della grande Commedia all'Italiana: corrosiva critica di costume, spietata analisi degli aspetti sociali più deteriori e feroce connotazione dei personaggi usati come simboli dei vizi nazionali: cinismo, egoismo, opportunismo, machiavellismo spinto fino all’attitudine criminale. Nel buon cast spiccano Bentivoglio, che porta in scena abilmente un "idiota" dei nostri tempi, tanto viscido quanto inquietante, e Gifuni, maschera monolitica di quel mondo finanziario che prospera sulle altrui sciagure. La comunità brianzola non ha gradito ma è chiaro che il film vuole offrire un quadro solo parziale, e per nulla esaustivo, della Brianza, del Nord e dell'Italia.



    un saluto a tutti
    "Per quel che mi riguarda Morricone è il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

  5. #2754
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    io mi sono divertita per una serata ho anche covato l'illusione di poter battere sua maestà wrong in una griglia come quella volta

    non che mi piaccia perdere ma già competere fino alla fine è un bel risultato anche perchè qui dentro capita di rado con mostro n.1 e mostro n.2

    eppure pensavo di non essere tanto compatibile con l'argomento e invece mi sono salvata grazie al solito "San" IMDB che è veramente uno strumento potentissimo sa sai come usarlo


  6. #2755
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    prima mi sono dimenticato di porre la solita questione delle ferie visto che l'estate è ormai alle porte e quest'edizione semestrale volge al termine

    fermo restando che io sarei per la consueta "chiusura" ad agosto di cinequiz e geoquiz, anche solo per fare una pausa e staccare un po' la spina, vorrei sapere la vostra disponibilità a giocare a luglio

    chi ci sarà ? chi non ci sarà ?


    fatemi sapere, magari rispondete tutti da questo lato
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  7. #2756
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    io a luglio non ci sarò nelle due settimane centrali dal 13 al 26

    finalmente tornerò al mare in Sicilia

    ma negli altri giorni posso giocare, come al solito, più o meno attivamente in base al lavoro o altri impegni


  8. #2757
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    io a luglio non dovrei avere impedimenti di sorta nel giocare

    con l'occhio sinistro terrò d'occhio il pc, con quello dx il Tour de France in tv

     







  9. #2758
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    io a luglio ci sono in generale mentre ad agosto no, come ogni anno
    però ho tante ferie da smaltire per cui spesso e volentieri mancherò anche a luglio per uno o due giorni, all'inizio o alla fine della settimana, però quando sarò presente giocherò senza alcun problema,per me è sempre un piacere ed un privilegio giocare con voi :-)

    e come al solito,ogni vostra decisione sarà accettata di buon grado dal sottoscritto :-)

  10. #2759
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    Io a luglio ci sarò/non ci sarò esattamente come in questi ultimi mesi, poi solita pausa di 2 settimane ad agosto e poi solo a settembre ferie-serie.
    Per me si può tranquillamente andare avanti anche a luglio


    Ros sei riuscito a portare tua figlia a vedere Jurassic World?

  11. #2760
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    Citazione Originariamente scritto da Mnemosyne Vedi messaggio
    Ros sei riuscito a portare tua figlia a vedere Jurassic World?
    si, mamma mia!

    ho scritto due righe qui ma sono rimasto assai deluso, per quanto mi aspettassi già pochissimo


    quindi, tornando alla ferie, ed aspettando anche Arma direi che a Luglio si può giocare, magari con ritmi ancora un po' più lenti nel periodo in cui manca la Niki e, magari, mancherà anche Key visto che ha detto che farà un po' dentro e un po' fuori

    ma direi che si può giocare, se anche Arma sarà a bordo

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