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Discussione: L'Angolo del Cinefilo - 2014 (2 semestre)

  1. #2681
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2014 (2 semestre)

    2)d3 - Ocean's eleven ?

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  3. #2682
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2014 (2 semestre)

    Citazione Originariamente scritto da keyser_soze60 Vedi messaggio
    1)c3 - Il lato positivo ?
    Citazione Originariamente scritto da Nikita Vedi messaggio
    2) D3 - Casino Royale
    questi sono giusti!

    a questo punto la Niki non pu essere pi raggiunta ed la vincitrice della manche

    manca solo la D4, vi metto un aiuto decisivo e vi azzero il counter



    nuovo millennio/premiato ad un importante festival europeo/manche condotta da Niki


    non vi affollate! uno alla volta!
    "Per quel che mi riguarda Morricone il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

  4. #2683
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2014 (2 semestre)



    D4 - Dancer in the dark

  5. #2684
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2014 (2 semestre)

    In the bedroom ?

  6. #2685
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2014 (2 semestre)

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    Citazione Originariamente scritto da Nikita Vedi messaggio
    D4 - Dancer in the dark
    esatto!

    e anche questo Amarcord di vecchie manche finito

    quanti ricordi dietro a certi titoli


    eccovi la griglia finale:





    ecco i titoli indovinati:


    A1 - 2001: Odissea nello spazio (Niki)
    A2 - Momenti di gloria (Key)
    A3 - Taxi Driver (Key)
    A4 - Il ladro di orchidee (wrong)
    B1 - Pulp Fiction (Niki)
    B2 - Psycho (1998) (Key)
    B3 - Priscilla, la Regina del Deserto (wrong)
    B4 - Missing - Scomparso (Key)
    C1 - Il Petroliere (Niki)
    C2 - America oggi (wrong)
    C3 - Il lato positivo - Silver Linings Playbook (Key)
    C4 - Il Nemico Alle Porte (Key)
    D1 - Last days (Niki)
    D2 - Scream (1996) (wrong)
    D3 - Casino Royale (Niki)
    D4 - Dancer in the dark (Niki)

    ed ecco i punteggi finali:

    Niki ---> 6 caselle + poker (22 punti)
    wrong ---> 4 caselle + tris (13 punti)
    Key ---> 6 caselle (12 punti)

    la prossima manche tocca a Niki



    e infine il mio solito commento sui 16 film, per chi fosse interessato

     

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    2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick

    Un viaggio dagli oscuri abissi ancestrali di una preistoria brutale e selvaggia fino all'era del progresso scientifico e delle esplorazioni spaziali. Un viaggio nell'evoluzione da parte dell'uomo, proteso dagli istinti bestiali primitivi fino alla ricerca ascetica dell'inconoscibile, dell'origine dell'universo e di se stesso. Un viaggio mistico nello spazio, nel tempo, verso l'Infinito….ed ancora pi oltre! Ma, una volta giunti al limite, al confine, al bordo pi esterno, ecco che tutto sembra ripiegarsi su se stesso, gli opposti paiono coincidere (passato, futuro, morte, nascita) e la ragione scientifica lascia il posto a qualcosa di pi grande e di pi profondo, una illuminazione suprema, un ultimo balzo per tornare nuovamente all'origine. Un viaggio circolare, perch oltre l'Infinito c' solo l'Infinito stesso! Questo e molto altro nel capolavoro di Stanley Kubrick del 1968, che diede origine al genere "fantascienza" cos come noi lo intendiamo oggi, ma che ampiamente riduttivo ricondurre ad un singolo genere. Uno dei pi grandi film della storia del cinema, amato o odiato, spesso incompreso, ma che indubbiamente costituisce un'esperienza visiva e sonora indimenticabile. Un viaggio psichedelico, fatto di sensazioni, da compiere attraverso lo schermo, nel proprio animo, verso l'Infinito ... ed ancora pi oltre! Liberamente tratto dal racconto " La sentinella" di Arthur C. Clarke (che collabor con Kubrick anche alla sceneggiatura), "2001: Odissea nello spazio" il capostipite del genere sci-fi moderno e rappresenta una delle vette artistiche pi alte mai raggiunte da uno dei pi grandi registi di tutti i tempi. Il film divenne rapidamente famoso per gli incredibili effetti speciali (davvero qualcosa di mai visto all'epoca e giustamente premiati con l'Oscar), per l'ardito e geniale accostamento di musiche classiche, come i valzer di Strauss, alle immagini di astronavi e viaggi spaziali ed anche per il finale, da molti giudicato ermetico ed incomprensibile. Lo stesso Kubrick, al riguardo, non pot essere pi chiaro dicendo: "Ognuno libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio."
    Ed proprio questa la chiave di lettura pi giusta del film: un'esperienza dei sensi da compiere senza preconcetti o pregiudizi di sorta, proprio come fa il protagonista David Bowman alla fine della pellicola. 2001 pu essere suddiviso in 4 parti principali:

    1) L'alba dell'uomo In una imprecisata era preistorica una trib di ominidi, pi vicini alla scimmia che all'uomo, compie un incredibile ritrovamento all'alba di un giorno come tanti altri: un grosso Monolito nero posto al centro di una vallata e giunto da chiss dove. In concomitanza di un incredibile allineamento astronomico sole-terra-luna, il Monolito, toccato dalle mani belluine degli ominidi primordiali, sembra quasi prendere "vita" e trasmettere "qualcosa" alle scimmie primitive. Come il dono di una forma di intelligenza aliena (o di una divinit trascendente superiore ?) nei confronti di una specie ancora selvaggia. Questo l'inizio dell'evoluzione della scimmia verso qualcosa di pi alto, un primo barlume di intelligenza: l'ominide scopre l'osso come utensile e quindi come arma. Assolutamente memorabile la sequenza della scimmia che lancia l'osso verso il cielo (sulle solenni note del "Cos parl Zarathustra" di Gyorgy Ligeti) e questo, roteando, si trasforma in una navicella spaziale! Il primo, enorme, salto nell'evoluzione dell'uomo compiuto!

    2) Thyco Nell'anno 2001 l'uomo ormai un essere intelligente, capace di viaggiare nello spazio e costruire enormi astronavi, computer dotati di intelligenza artificiale e basi spaziali come quella sulla Luna dove si reca il dottor Heywood Floyd. Scopo del viaggio la scoperta di "qualcosa" di non identificato e di non umano, in grado di emettere campi magnetici fortissimi all'interno del cratere lunare Thyco. Anche qui assolutamente memorabile l'intera lunghissima sequenza dell'approssimarsi della navicella di Floyd verso la grande base spaziale, sulle note del valzer di Strauss. La maniacale cura dei particolari di Kubrick ci mostra esattamente ogni dettaglio: dai silenzi spaziali al cibo liofilizzato, fino alla toilette a gravit zero, catapultandoci "fisicamente" in quella realt. Giunti su Thyco gli scienziati si troveranno di fronte a un'incredibile scoperta: un Monolito nero posto all'interno del cratere di natura sconosciuta. In concomitanza di un nuovo allineamento astrale, proprio mentre uno scienziato sta scattando una fotografia all'insolito oggetto nero, il Monolito emette un sibilo fortissimo che sembra stordire tutti gli uomini presenti.

    3) Missione per Giove A bordo della gigantesca astronave Discovery, guidata da un super computer dotato di intelligenza artificiale, HAL 9000, cinque uomini sono in viaggio verso Giove. Una serie di eventi misteriosi portano il computer HAL 9000, considerato infallibile, ad assumere un atteggiamento sempre pi ostile e diffidente verso i membri dell'equipaggio. La situazione sfocia in tragedia, quando HAL capisce che David Bowman e Frank Poole vogliono disattivarlo e, con un atteggiamento molto "umano" (nella sua accezione pi negativa), cerca di difendersi uccidendo uno ad uno i membri dell'equipaggio. Riesce a salvarsi solo il dottor Bowman che disattiva l'elaboratore cancellandone la memoria, in un ennesima sequenza memorabile: la "morte" di HAL, il suo tentativo disperato di sopravvivere ed il suo canto del cigno, quel " giro-giro-tondo" cos lugubre e inquietante, ultimi momenti di lucidit in una regressione "infantile", prima della morte cerebrale. Disattivando HAL, Bowman scopre, attraverso un video di emergenza nascosto nella memoria dell'elaboratore, il vero motivo della missione: rintracciare la destinazione di un segnale radio emesso dal Monolito rinvenuto su Thyco e diretto verso le lune di Giove.

    4) Oltre l'Infinito La conclusione del film la parte pi metafisica e psichedelica, quella dove la ragione lascia il posto a qualcosa di pi grande e intelligibile, forse il senso stesso della vita e dell'universo. Non ha senso "raccontarla", un'esperienza da compiere, obbligatoriamente, in prima persona.

    Kubrick ci regala un'opera straordinaria, perfetta, una nuova frontiera del linguaggio cinematografico, un film epocale che ha cambiato in modo definitivo la storia del cinema, una metafora potente a molteplici livelli di lettura, da ammirare sensorialmente pi che razionalmente, che ha riscritto i codici del suo genere di appartenenza diventando qualcosa di ben pi alto e determinante. E' anche un capolavoro di stile e di tecnica registica: straordinario il lavoro sulle immagini, sui suoni, sui silenzi, sulle musiche e sugli accostamenti tra essi. Kubrick rinuncia del tutto alle spiegazioni del romanzo di Clarke in favore di una pi fertile e suggestiva ambiguit sia tematica che concettuale, dando vita ad un'opera omnia, ipnotica ed astratta, sul destino dell'uomo, sulla ricerca dell'inconoscibile e sul rapporto con la tecnologia. Avvolto dal consueto pessimismo misantropo dell'autore anche una sublime esperienza visionaria oltre i confini dell'io, della vita e della morte. Siamo ai vertici, artistici, del cinema e, forse, ancora pi oltre! Incompreso, alla sua uscita, per la straordinaria complessit tematica, ma da subito ammirato per lo splendore visivo e l'altissima qualit formale, il film ha guadagnato lentamente e costantemente nel tempo lo status definitivo di capolavoro assoluto del cinema, nonostante l'appartenenza a un genere sempre considerato minore, la fantascienza, della quale sconvolse i canoni e alla quale confer una dignit artistica fin allora sconosciuta, aprendo la strada ad altre opere capitali come "Guerre stellari" e "Blade Runner". Geniale nella ideazione, grandioso nella realizzazione, stupefacente nell'apparato visivo (che riesce a conciliare la gelida perfezione delle immagini con una innovativa ricerca stilistica), il film vanta sequenze indimenticabili (dall'osso preistorico scagliato nel cielo dove si muta in astronave – uno degli stacchi pi vertiginosi e folgoranti della storia del cinema – al balletto dei veicoli spaziali al suono del "Bel Danubio blu" di Strauss, fino al viaggio psichedelico oltre l'infinito, ancor oggi di sbalorditiva fascinazione) ed invenzioni sublimi (in particolare quella del monolito nero quale simbolo dell'inconoscibile) e configura contemporaneamente uno spettacolo di assoluta maestria registica e una riflessione (carica di risvolti metafisici e perfino filosofici) sul destino dell'uomo nell'universo. Nonostante l'andamento criptico, possiede una tale quantit di piani di lettura e una tale ricchezza visiva e creativa da rappresentare uno dei vertici assoluti del cinema (insieme a pochi altri come "Quarto potere" di Welles o "Otto e mezzo" di Fellini). Quanto alla difficolt di decifrarne i contenuti, il film , a mio avviso, tanto reticente nelle spiegazioni proprio perch assume il monolito nero a propria cifra allegorica ed aspira a replicarne, a livello cinematografico, l'algida impenetrabilit, la geometrica perfezione, l'arcano incanto e, soprattutto, l'inquietante molteplicit di sfaccettature e di significati nascosti. Da questo film in poi le colonne sonore scelte da Kubrick diventano tanto sofisticate quanto leggendarie.

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    Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese

    Il grande successo mondiale per Martin Scorsese arriva nel 1976 con "Taxi Driver", unanimemente considerato il suo primo capolavoro. Premiato a Cannes con la Palma d’Oro ed osannato da critica e pubblico, il film entr presto nell’immaginario collettivo per alcune memorabili sequenze (come dimenticare il monologo di Travis-De Niro allo specchio con quel “Ma dici a me ?”), divenendo un cult. E’ una storia ruvida e sordida di emarginazione, di violenza e di disperazione che scosse notevolmente le coscienze del tempo per i suoi forti contenuti e per il suo brutale realismo. Un grandissimo Robert De Niro interpreta Travis Bickle, un giovane disadattato e sociopatico, afflitto da insonnia e frustrazioni sessuali che, congedatosi dai marines, lavora come tassista notturno nelle strade di una New York, che ci viene mostrata come una pericolosa giungla urbana, tentacolare e psichedelica. Il mondo di Travis un mondo di degrado, di alienazione e di solitudine, fatto da cinema a luci rosse e strade notturne e pericolose, dove la sua sola compagnia quella fetta di umanit squallida e violenta che sale di notte sul suo taxi. Nella frase che spesso rivolge a se stesso (“Io sono nato per essere solo”) sta il senso pi intimo e disperato della vicenda. Ma gli incontri con una prostituta minorenne (una convincente e giovanissima Jodie Foster) maltrattata da un protettore senza scrupoli e con la bella e sofisticata Betsy, assistente del senatore Palantine, fanno scattare qualcosa nell’animo di Travis, e la sua indolente apatia quotidiana si trasformer in una violenta e rabbiosa reazione verso quelli che lui identifica come simboli di quel mondo che lo ha posto ai margini. Supportato da una fotografia livida e particolare e da una colonna sonora avvolgente, “Taxi Driver” un film bellissimo, cupo, disperato, primitivo, dove il sangue e la violenza diventano l’unica forma di rivalsa in una societ priva di valori e riferimenti, probabilmente ancora traumatizzata dal dopo Vietnam. Il film divenne subito, per molti giovani, il manifesto di una generazione confusa ed emarginata, l’incarnazione del suo disagio e della sua incapacit di collocazione di fronte ai rapidi mutamenti sociali, politici e culturali degli anni 70. Senza alcun dubbio uno dei simboli cinematografici di quel periodo. Menzione speciale per le avvolgenti musiche del grande Bernard Herrmann che conferiscono uno stridente risalto alle fumose atmosfere del film.

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    Momenti di gloria (1981) di Hugh Hudson

    Due velocisti inglesi, profondamente diversi per personalit e motivazioni, si contendono la vittoria nelle gare di velocit alle Olimpiadi di Parigi del 1924. Ritratto epico, ma senza enfasi, di un'epoca e di un mondo, ricostruiti con minuziosa precisione sia negli ambienti che nelle atmosfere, che si erge a ode accorata dello spirito sportivo: puro, supremo, universale. L'arma vincente del film, che lo rende unico nel panorama della cinematografia sportiva, il modo di mettere in scena la competizione agonistica attraverso l'approfondimento psicologico dei due protagonisti principali, volto all'analisi della rispettiva spinta interiore alla base della ricerca del successo olimpico. Il percorso sportivo sar, per essi, solo una parte di un cammino di crescita personale ben pi ampio che ci che sta a cuore al regista. La memorabile colonna sonora di Vangelis, rimasta nell'immaginario collettivo, incornicia egregiamente quest'opera avvincente, a volte prolissa, a volte eroica, pluipremiata agli Oscar 1981 con le statuette al miglior film, sceneggiatura, costumi (alla nostra Milena Canonero) e colonna sonora.

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    Missing - Scomparso (1982) di Costa-Gavras

    Gli orrori sanguinosi del golpe cileno di Pinochet del settembre 1973, raccontati dal punto di vista di un padre, Ed Horman (Lemmon), che cerca suo figlio, giovane scrittore americano trasferitosi a Santiago e scomparso dopo essere stato prelevato dai militari golpisti. Aiutato nella disperata ricerca dalla nuora Beth (Spacek) il tenace Horman scoprir una terribile realt fatta di stragi, torture, soprusi, connivenze da cui non sono esenti alcuni membri della CIA che hanno appoggiato la presa del potere di Pinochet. Intenso dramma storico, basato su una storia vera e narrato con stile teso e rigoroso, quasi documentaristico nei momenti "shock", dal greco Costa Gavras che per non rinuncia al "romanzo" di alta tenuta drammatica nelle lunghe sequenze della ricerca, in cui il padre scoprir aspetti ignoti della personalit del figlio attraverso i racconti della giovane e devota moglie. E tra il sapore acre della tragedia storica e quello spregevole della corruzione politica, c' anche spazio per il grande cinema, che arriva, meraviglioso, poetico ed inatteso, nella visionaria sequenza del cavallo bianco, metafora di un paese affranto, che appare improvviso in una strada del centro per poi scomparire, inghiottito dalla notte cilena e dal rumore degli spari. La struggente colonna sonora di Vangelis un altro valore aggiunto che contribuisce a rendere il film un'esperienza indimenticabile.

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    America oggi (1993) di Robert Altman

    Da nove differenti racconti brevi di Raymond Carver, Altman ha tratto questo enorme film corale che si compone, per l'appunto, di nove diverse linee narrative, che si intersecano tra loro, e pi di venti personaggi: uno sbirro esagitato che tradisce la moglie casalinga, un anziano genitore che ricompare nella vita del figlio dopo tanti anni di assenza solo per assistere alla tragica morte del nipotino, un autista di limousine beone e innamorato di una cameriera, una vecchia cantante in disarmo con la giovane figlia musicista con manie suicide, un marito represso che finge di tollerare la moglie, operatrice di telefoni erotici, un artista pentito che confessa il suo adulterio dopo molti anni, un pescatore che trova in un lago il cadavere di una donna, un uomo violento e follemente geloso che fa a pezzi la casa della ex moglie, un giovane medico con problemi coniugali. Poderosa ed amara sinfonia in nero sulla deriva dei nostri tempi, sulla debolezza della natura umana che, da sempre, origine dei suoi mali, questo capolavoro altmaniano un modello indiscusso nella direzione di un cast ampio e variegato, con una magistrale capacit di bilanciare toni e registri senza mai smarrire il filo del discorso o perdere in equilibrio. Ambientato in un'America "distante" e inquietante, crogiolo di razze che incarna perfettamente le tante contraddizioni dell'oggi, un ritratto spietato e dolente, senza enfasi e non privo di sguardo pietoso, della societ contemporanea, americana ma non solo. Il finale apocalittico, con la scossa di terremoto a Los Angeles, dona all'opera la forza disperata di un urlo, solenne e definitivo: quello di un'umanit sofferente e incapace di far sentire la sua vera voce, coperta dai rumori del quotidiano. Premiato a Venezia con il Leone d'Oro insieme a tutto lo straordinario cast, una delle opere fondamentali del grande Maestro Kansas City.

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    Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino

    E' il capolavoro del talentuoso e bizzarro regista americano, il film manifesto della sua estetica che lo ha consacrato sulla scena mondiale come nuovo grande talento della settima arte. E' un film straordinario, a suo modo "rivoluzionario", uno dei pochi veri fenomeni cinematografici degli ultimi 20 anni. Tarantino paga, a volte, certi suoi eccessi di ego, un manierismo impudente e qualche leziosit di sceneggiatura, ma quando riesce a tenere sotto controllo questi aspetti, equilibrandoli con la sua energica e sfrontata visionariet e con la sua enorme cultura cinefila (che esplica con sagace citazionismo), d vita a capolavori come questo. "Pulp Fiction" il film che ha riscritto, attualizzandoli ma anche dissacrandoli, gli stilemi del noir e del gangster movie, ispirandosi a tanta cinematografia "di genere", mescolando impudentemente colto e trash, sacro e profano, truce e demenziale. "Pulp Fiction" un po' western on the road, un po' hard boiled, un po' pulp avant-pop o exploitation da b-movie, ma tutto tenuto insieme da uno stile superbo e da un'energia sfrontata che arriva dritta al cuore ed allo stomaco, sempre in bilico tra ironia grottesca, violenza iper-realista, estetizzazioni allegoriche ed impagabili nonsense. Una galleria di personaggi coloriti e meravigliosi, tanto improbabili quanto affascinanti, che danno vita a situazioni ora comiche ora tragiche, in una frizzante e truce rivisitazione dello humour nero. E' un film splendido, del quale si potrebbe parlare per ore, per ricchezza stilistica ed opulenza di contenuti, o anche "solo" per la miriade di citazioni e collegamenti al cinema di genere e non. Come tutti i grandi registi Tarantino fa a pezzi la mitologia del Sogno Americano, anzi la prende in giro nel modo pi bieco, ma nei suoi cattivi da fumetto c' pi verit di quella che potrebbe apparire ad una lettura superficiale. Concordo che lo stile, il citazionismo e l'aver rivalutato il cinema di genere underground siano i maggiori pregi del regista, ma Tarantino uno che di cinema ne sa davvero tanto ed i suoi lavori nascondono contenuti meno banali di quanto alcuni potrebbero erroneamente pensare. Chi lo detesta e lo taccia di essere solo un abile "copione" non tiene conto dell'enorme portata estetica che i suoi film hanno avuto sul cinema moderno e sulla cultura popolare alternativa. E' vero che molto del suo cinema nasce e muore come divertissment, ma lo sguardo visionario quello del genio, puro ed incontrollabile, che sta stretto negli stessi schemi tanto cari al regista, autentiche ossessioni in certi casi.

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    Priscilla, la Regina del Deserto (1994) di Stephan Elliott

    Bernadette, Mitzi e Felicia sono tre travestiti con la passione del canto che attraversano l'Australia a bordo di un vecchio autobus, da loro battezzato "Priscilla", portando in giro il loro rutilante spettacolo variopinto ed eccessivo. Attraverso una serie di incontri ed avventure con personaggi di ogni tipo viene tratteggiata la personalit dei tre uomini, uno dei quali sposato con figli, che, sotto il trucco da drag-queen, nascondono delusioni ed amarezze. Commedia variopinta e sregolata, ricca di momenti kitsch ma pervasa da una briosa energia che arriva diretta al pubblico attraverso la musica anni '70, che fa da colonna sonora, e gli sgargianti abiti dei tre compagni di viaggio che cercano di sfuggire al tedio quotidiano della vita "normale". La contrapposizione grafica tra il fiammeggiante look dei tre amici e l'imponente desolazione dell'outback australiano uno dei punti di forza del film. Tra molti eccessi i momenti pi riusciti sono quelli di intima introspezione, in cui, tra debolezze e tenerezza, viene messa a nudo la personalit dei protagonisti, egregiamente interpretati da Terence Stamp, Hugo Weaving e Guy Pearce. Mai distribuito nel nostro paese ha avuto un buon successo di pubblico e ne stato tratto un musical ed una sorta di "remake" americano (A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar), ben pi volgare e grossolano.

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    Scream (1996) di Wes Craven

    Nella piccola cittadina californiana di Woodsboro un sanguinario serial killer, con maschera ispirata a "L'urlo" di Munch, perseguita telefonicamente le sue vittime e poi le fa a pezzi a colpi di coltello. La giovane Sidney (Neve Campbel) ritiene che l'assassino sia lo stesso che ha ucciso sua madre un anno prima e inizier a indagare insieme a una giornalista rampante ed al vicesceriffo locale. Formidabile thriller di Wes Craven, gi padre di Nightmare e dell'icona horror Freddy Krueger, che rinnova un genere ormai esausto, lo slasher, omaggiandone il creatore (John Carpenter) ma rinverdendolo con una potente iniezione di ironia nera, azione sanguinosa e momenti shock di grande impatto. Senza prendersi mai troppo sul serio questo eccellente thriller gioca abilmente con tutti gli stereotipi del genere, prendendoli in giro (le famose regole costantemente declamate per sopravvivere in un film horror) e portandoli in una nuova direzione, affine al metacinema, che strizza l'occhio ai giovani cinefili incalliti e che diverr sempre pi marcata nei successivi tre sequel, ovviamente inferiori al capostipite ma tutti ben assestati su un livello dignitoso. La giovane Neve Campbell non riuscir pi a smettere i panni di Sidney Prescott nel cuore del pubblico. Memorabile il cameo iniziale di Drew Barrymore nel ruolo della vittima del primo efferato omicidio, divenuto l'icona della saga. Nel panorama inflazionato, e spesso patetico degli horror, questo uno di quelli fondamentali.

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    Psycho (1998) di Gus Van Sant

    Come nel caso di tutti i grandi capolavori cinematografici i remake sono operazioni inutili, discutibili ancorch "sacrileghe" e questo non fa eccezione. Se per leggiamo l'operazione come l'omaggio di un regista cinefilo, e tecnicamente valido, come Gus Van Sant ad un grande Maestro come Alfred Hitchcock, si pu essere pi indulgenti e, magari, cogliere anche qualche lato interessante. Van Sant, grande fan di Hitchcock e del film, effettua una rigorosa ed ossequiosa copia pedissequa shot-by-shot dell'originale per attuare questo omaggio, ma si concede pure il lusso di apportare qualche piccola variazione:

    - l'azione si sposta dal 1960 al 1998 attualizzando il tutto ai giorni nostri;
    - i 40mila dollari rubati da Marion Crane diventano, per ovvi motivi, 400mila;
    - la sequenza iniziale parte con uno zoom panoramico della citt di Phoenix (Arizona) per poi avvicinarsi gradatamente al palazzo, alla finestra fino ad entrare nella camera dove si trovano Marion e Sam Loomis (Viggo Mortensen). Invece nel film del 1960 si parte gi col primo piano della finestra. Sembra che Hitchcock, in base a certi suoi appunti di set consultati da Van Sant, avrebbe voluto realizzare la scena con lo zoom panoramico esterno e l'avvicinamento graduale con la camera "volante", ma dovette abbandonare l'idea per i limiti tecnici di quel tempo. Quindi Van Sant ha realizzato una volont del maestro inglese nel suo remake.
    - le scene a sfondo sessuale sono ben pi esplicite: sempre all'inizio, quando Sam e Marion sono nella stanza, ben chiaro che hanno avuto un rapporto sessuale perch lui nudo. Analogamente, quando Norman Bates spia Marion che si spoglia, si intuisce chiaramente che si sta masturbando. Invece nell'originale tutto questo solo accennato o suggerito.
    - le uccisioni sono pi violente ed in quella di Arbogast, sulle scale, Van Sant introduce due frame subliminali (assenti nel film originale), appena visibili, che dovrebbero rappresentare le ultime cose che la mente di Arbogast pensa prima di morire.

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    Dancer in the dark (2000) di Lars von Trier

    Selma una giovane immigrata dell'est europeo che sbarca negli USA in cerca di una vita pi florida insieme a suo figlio Gene. Entrambi sono afflitti da una grave malattia degenerativa agli occhi che porta alla cecit totale, ma la tenace Selma lavora come una schiava per accumulare i dollari che consentiranno a suo figlio di essere operato, evitando cos la perdita della vista. Il suo unico svago la fuga con la fantasia nel mondo del musical, sua grande passione. Non a caso il titolo del film tratto da una canzone di Fred Astaire. Ma quando uno sbirro senza scrupoli le ruber i soldi guadagnati con tanta fatica, Selma lo uccider, finendo cos nelle spire del giustizialismo americano. Il "crudele" Lars von Trier, ora genio ora tiranno, accantona momentaneamente il "dogma 95" per dar vita al suo film pi feroce e disperato perch, da sempre, intollerabile il male commesso a danno dei buoni e dei giusti. L'evidente derivazione cristologica, perfidamente compiaciuta e ben pi sottile per la scelta di una "vittima" femminile, si espande, astraendosi, nella volont provocatrice del pi anarchico dei registi contemporanei, che per si dimostra (qualora ce ne fosse ancora bisogno) artista vero, scegliendo l'impostazione a due livelli per la sua opera. Infatti la dimensione fantastica dei sogni musicali di Selma puro incanto visionario, che si contrappone, con evidente funzione mitigatrice, a quella reale che , invece, tragica, agghiacciante, a tratti insostenibile. Il gioco al massacro del regista , forse, un po' eccessivo ed una maggior misura avrebbe sicuramente giovato all'economia complessiva del film. Ma l'espediente del musical (di cui quest'opera costituisce una sorta di nemesi) finemente ingegnoso e la protagonista Bjrk, attrice e cantante, straordinariamente brava: la sua intensa interpretazione di quelle che restano nella memoria. Nel film compare anche Catherine Deneuve in un ruolo inusuale. Vinse due premi pesanti a Cannes (Palma d'Oro e miglior attrice) ed tra le pellicole pi sadiche che siano mai state girate. Von Trier ha il cuore nero ma anche lo sguardo tagliente del grande autore e lascia sempre il segno, nel bene e nel male.

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    Il Nemico Alle Porte (2001) di Jean-Jacques Annaud

    Durante l'assedio di Stalingrado da parte dell'esercito nazista nel 1942 ha luogo uno scontro epico tra due formidabili cecchini: il giovane russo Vassili Zaitsev, che in breve il partito comunista render araldo propagandistico dell'eroica resistenza sovietica, ed il maturo Maggiore tedesco Erwin Knig. La loro sfida fatta di lunghi appostamenti e straordinari tiri di precisione diverr l'emblema di una sanguinosa battaglia tra due popoli che avr un ruolo decisivo nello scacchiere della Seconda guerra mondiale. Jean-Jacques Annaud rilegge la storia, ispirandosi liberamente ad un personaggio realmente esistito, e la trasforma in un grande romanzo spettacolare, che stinge nel western e regala sequenze di grande impatto visivo ed emotivo. La sfida tra i due uomini, cos diversi e cos uguali, il cuore del film e fa passare il resto in secondo piano: da un contesto storico egregiamente ricostruito nelle ambientazioni ad una parte romantica che appare posticcia e inopportuna. Storicamente poco attendibile, a tratti grossolano, ma sempre teso e avvincente, il film garantisce un buon intrattenimento d'azione. Nel cast spiccano i due antagonisti, Ed Harris e Jude Law.

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    Il ladro di orchidee (2002) di Spike Jonze

    L'estrosa coppia Charlie Kaufman (sceneggiatore) e Spike Jonze (regista), dopo il surreale Essere John Malkovich (sul cui set prende le mosse l'azione di questo film), si ritrova in quest'opera pi vivace e ambiziosa che ruota intorno a quattro personaggi e parla della difficolt di "adattamento", come chiaramente sancito dal titolo originale, invero mortificato dal didascalico equivalente italiano. Charlie (Cage) uno sceneggiatore timido e maldestro alle prese con il difficile adattamento di un romanzo, "Il ladro di orchidee", da cui deve trarre uno script per il cinema. Donald (Cage) il gemello di Charlie che fa il suo stesso mestiere ed il suo opposto: geniale, energico, risoluto, sempre con la risposta e l'idea giusta. Susie (Streep) l'autrice del libro oggetto dell'adattamento; in piena crisi sentimentale si getta in una strana relazione con il ruvido Johnny (Cooper), ispiratore del suo romanzo, che ruba orchidee in aree protette per estrarne una potente droga naturale da vendere in traffici illeciti. La vicenda parte come una commedia stravagante ma poi cambia volto pi volte, "adattandosi", quando i personaggi si incontrano tra loro, cercando, a loro volta, di adattarsi reciprocamente. Il finale tragico riassume il senso dell'opera: la difficolt di adattare/adattarsi, sia in senso letterario che esistenziale, a causa della debolezza insita nella natura umana. Geniale, in tal senso, il suggestivo prologo darwiniano. Film ondivago, a tratti brillante, non sempre coerente ma di notevole fascino e potente impatto espressivo. I due gemelli rappresentano, evidentemente, i due poli della personalit di Kaufman e, pi in generale, lo sdoppiamento alla base del processo creativo. Jonze ha talento e se ne compiace un po' troppo, ma questa pellicola segna una tappa cruciale nella sua maturazione artistica. Nel cast sontuoso spicca un magnetico Chris Cooper, premiato con l'Oscar.

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    Last Days (2005) di Gus Van Sant

    Blake/Kurt Cobain un giovane musicista di successo che vive da solo in una grande casa, fatiscente e isolata, e che consuma i suoi giorni in preda al tormento di un male di vivere che non gli concede tregua e lo svuota di ogni energia vitale. Epilogo tragico ed inevitabile. Ispirandosi agli ultimi tragici giorni di Kurt Cobain, leader dei Nirvana morto suicida nella sua casa di Seattle, il talentuoso Gus Van Sant ha tratto questo requiem compassato ed insolito, originale nella struttura stilistica (che scardina i principali riferimenti unitari di tempo e di spazio), geniale nell'atmosfera "maledetta" di cui intriso (la medesima che accompagnava il vero protagonista e la maggior parte delle rock star morte in giovane et) e di enorme fascinazione simbolica per il senso di morte incombente che inonda lo spettatore fin dal primo fotogramma. Opera spiazzante e di assoluta avanguardia nella filmografia del grande cineasta di Louisville, rinuncia a tutte le tentazioni musicali e didascaliche, in favore di un'angosciante (ma fervida) ambiguit espressiva che la rende una crudele e potente metafora della vita, intesa come umana deriva impotente nell'attesa della fine, unica certezza in un mondo di dubbi e di angosce. Ha deluso gran parte dei fans dell'artista ma un'opera di indiscutibile rilievo artistico e di originale concezione estetica. Viene solitamente collocata, insieme a Gerry ed Elephant, in una ideale "trilogia della morte" dell'autore americano.

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    Casino Royale (2006) di Martin Campbell

    Efficace reboot, riattualizzato ai tempi attuali, della saga dell'agente segreto pi famoso del mondo: James Bond, 007. La sapiente operazione di restyling parte dal protagonista, Daniel Craig, passa per un approccio s spettacolare ma meno esagerato e, soprattutto, pi ruvido e brutale piuttosto che ironico, e termina con una dark lady non solo bella ma di grande spessore, Vesper Lynd (Eva Green). In un buon mix tra tradizione e innovazione, azione ed approfondimento psicologico, Martin Campbell si prende tutto il tempo per mostrarci le "origini" di 007, il suo rapporto con M (Judi Dench), che mai come in questo nuovo corso sta per Mother, e, soprattutto, la sua storia d'amore con Vesper, dal cui strappo prender le mosse la sua "carriera" di seduttore incallito e senza cuore. In attesa di Moneypenny, di Q e di un cattivo all'altezza del compito, che arriveranno nei capitoli successivi, Campbell si concede anche il lusso di rinunciare al "Martini agitato non mescolato" ed ha le felice idea di traslare la celeberrima presentazione in coda, facendo capire che tutto comincia da adesso e che questo solo il capitolo zero del nuovo Bond. La nuova saga piace e convince e, dopo gli ultimi patetici episodi con Brosnan, la cosa ha del "miracoloso". In perfetto stile Bond.

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    Il Petroliere (2007) di Paul Thomas Anderson

    Daniel Plainview un cercatore di petrolio, misantropo, avido, feroce nel perseguimento della sua brama di possesso che non si ferma davanti a nulla e nessuno, al punto di calpestare morale, giustizia ed affetti personali. Un giovane viscido predicatore prover ad ostacolarlo, mettendogli contro la bigotta comunit da lui manipolata grazie al fanatismo religioso, ma tutto finir nel sangue, come gi annunciato dallo splendido titolo originale. Dal romanzo "Oil!" di Upton Sinclair, P.T. Anderson ha tratto un apologo possente, dall'anima nera e dal respiro epico, sulle radici del sogno americano, piantate nella sporcizia dell'oro nero, nutrite dal sangue dei deboli e dalla cupidigia dei tiranni che hanno cos posto le basi del capitalismo statunitense. Dedicato alla memoria del suo mentore, Robert Altman, e interpretato da uno straordinario Daniel Day-Lewis, che ci regala un'altra performance "bigger than life", un'opera solenne, capitale, "sporca" e crudele, per certi versi paragonabile al leggendario Greed di Erich von Stroheim. Il finale nichilista e volutamente eccessivo nella sua totale amoralit fa da contraltare al silenzio della prima parte, fatta di immagini iconiche e seminali, e mette il suggello al pensiero del regista sul peccato originale da cui scaturito il mito del self made man. In una carriera superlativa come quella di Anderson quest'opera scomoda e imponente un ulteriore balzo in avanti verso la maturazione definitiva.

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    Il lato positivo - Silver Linings Playbook (2012) di David O. Russell

    Pat un giovane disturbato, con problemi di personalit e scatti d'ira frequenti, in cura presso un istituto psichiatrico dopo aver scoperto il tradimento della moglie, Nikki. L'incontro con Tiffany, giovane vedova bella e problematica, con un oscuro passato tra sesso e depressione, cambier la sua vita attraverso la partecipazione ad una gara di ballo in coppia. Il regista David O. Russell fa sempre un cinema basato sugli attori, mettendo la loro interpretazione al centro della narrazione e soffermandosi sulle caratteristiche pi minuziose dei suoi personaggi, tipicamente stravaganti ma afflitti da quella debolezza che li rende teneri e, quindi, vicini al pubblico. Questo film non fa eccezione ed il cast (Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Robert De Niro) decisamente sopra la media. Peccato che, dopo una prima parte brillante caratterizzata da un'ironia pungente e da una stimolante amarezza di fondo, tutto scivoli in una rassicurante commedia sentimentale, convenzionale e zuccherosa, che attinge a piene mani dai clich del genere, lieto fine incluso. Molto sopravvalutato, a cominciare dal generoso Oscar per la giovane promettente protagonista, Jennifer Lawrence.



    "Per quel che mi riguarda Morricone il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

  7. #2686
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    inutile dire che sono contenta

    domani per non ci sono, quindi per la prossima dovrete attendere a luned prossimo

    e ora mi tocca lavorare un po'

    buona serata e buon weekend

  8. #2687
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    salve bella gente

    dopo un lungo tira e molla mi sono decisa a fare un Indovina il Film o almeno ci provo

    pronti? partenza ....... via!


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  9. #2688
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    1) Complotto di famiglia

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    ciao a tutti!
    ripartiamo dunque

    1)I figli degli uomini

  11. #2690
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