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Discussione: Curiosita' etimologiche

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    Curiosita' etimologiche

    Da quando ho iniziato la mia avventura nel forum ma soprattutto da quando mi deletto nel "Club degli enigmisti" con i vari quiz e passatempi ho avuto a che fare con espressioni e termini sconosciuti o anche molto noti la cui origine pero' mai avevo indagato ed e' stata una sorpresa conoscerne alcuni così da apprezzarne il fascino.
    Moltissime parole o frasi che noi usiamo correntemente ci sono in effetti sconosciute, le accettiamo per il loro stretto significato ma non pensiamo mai a come sono nate o al perche' sono nate.

    Così ho voluto postarne alcune che mi hanno sorpreso e incuriosito :

     
    Una cinquantina d'anni fa venne di moda, tra gli studenti, il bastone. Questo bastone non poteva rappresentare, per i giovani, un appoggio, un sostegno; conferiva soltanto una nota di eleganza. Perché allora, dovete sapere, anche i ragazzi del liceo tenevano, secondo le loro possibilità, all'eleganza, e perfino sotto il solleone si marciava in colletto, cravatta e cappello in testa, la famosa paglietta o panamino; e in quanto a levarsi la giacca, sì e no era cosa che si faceva in casa. Altro che brache consunte, camicia aperta sul petto e folte capelliere al vento ! Dunque, si usava il bastone; non proprio a scuola, si capisce, ma a passeggio sì. E una delle frasi spiritose che si usava lanciarsi l'un l'altro era questa che si rivolgeva al compagno che si fosse presentato senza la rituale canna d'India:" Come va che oggi sei imbecille ? ". Quell'altro, imbottito di latino com'erano tutti allora, invece di prendersela sorrideva; perché etimologicamente parlando, imbecille significa "senza bastone". E adesso ve lo spiego.
    Dobbiamo risalire ai Greci, i quali, da una radicale bak-, comune a molte parole, foggiarono la parola bàktron, per indicare "il bastone", "la canna". Da bàktron si fece il diminutivo, che diventò bàktérion, "bastoncino". A questo bàktérion, in italiano "battèrio", gli scienziati moderni ricorsero, come tutti sappiamo, per indicare certi microrganismi molto pericolosi per la nostra salute, appunto perché alle loro osservazioni microscopiche essi apparvero come tanti bastoncini. Anche i Latini ricorsero come i Greci alla radicale bak- e crearono la parola bàculum, "bastone", e da questo bàculum il solito diminutivo, bacillum, "bastoncino". Anche bacillum é interessante scientificamente perché, come il suo cugino baktérion, ha dato vita al nostro bacillo, sinonimo appunto di battèrio; e ha dato vita anche al baccello, noto frutto delle piante leguminose che ha, come tutti sappiamo, la forma di un bastoncino. Teniamo dunque conto anche di questo: che il bacillo é il fratello carnale del baccello. Ora accadde questo: quando i Latini vollero creare un aggettivo che esprimesse il concetto di una persona debole, languida, fiacca, ricorsero con la fantasia all'immagine di una persona priva di bastone di appoggio, perché il bastone, ripeto, prima che oggetto di eleganza é oggetto indispensabile a sostenere chi non sta saldo sulle gambe. Presero dunque la parola bacillum, le misero innanzi il prefisso negativo in-, e crearono la parola nuova in-bacillum, che per legge fonetica diventò im-bacillum, e poi, per un'altra legge pure fonetica, si trasformò in imbecillum (lo stesso accadde per esempio in imberbis, "imberbe", composto di in- e di barba). Ed ecco sorgere l'aggettivo imbecillis, col significato appunto di "debole", "fiacco", "languido", e il sostantivo imbecìllitas, "debolezza", "fiacchezza", "languidezza". E, finalmente, ci siamo: trasferendo la parola dal campo fisico, materiale, a quello intellettuale, morale, abbiamo che l'imbecillis é l'uomo "fiacco di mente e di spirito", cioè un buono a nulla, un insulso. E la nostra lingua, foggiando la parola imbecille, le ha assegnato questo senso figurato, che del primitivo bastoncello sembra non avere neppure il più lontano ricordo.
    MORALE FINALE: LA PAROLA "IMBECILLE" VIENE PRONUNCIATA CON MOLTA FACILTA' NEI CONFRONTI DI TUTTI, SPESSO IN BUONA FEDE PERCHE' NON NE CONOSCIAMO IL VERO SIGNIFICATO. E' INVECE MOLTO OFFENSIVA, DA OGGI IN POI RISERVIAMOLA A CHI VERAMENTE LA MERITA.
    da Peppe Rapa


     
    Paolo Minucci ricorda come nelle aste pubbliche del Magistrato del Sale di Firenze si adoperassero, come 'segnatempo', delle lunghe candele di sego tinte di verde nell'estremità inferiore: quando la candela arrivava "al verde", l'asta si chiudeva. Da qui era nata l'espressione la candela è al verde, per indicare che il tempo era finito, ma anche essere al verde di denari, che in seguito nell'uso comune si è contratta nell'attuale essere al verde.


     
    L'espressione, che significa 'trascorrere la notte senza dormire' (vedi Vocabolario della lingua italiana Treccani, alla voce notte), secondo quanto segnala Giuseppe Pittàno (Frase fatta, capo ha, Zanichelli), che a sua volta riprende il Quitard (Dictionnaire étimologique, historique et anecdotique des proverbes), risalirebbe al medioevo. All'epoca della cavalleria, infatti, l'aspirante cavaliere, per presentarsi purificato alla solenne cerimonia di investitura, che prevedeva il giuramento nelle mani del signore, la vestizione e la consegna della spada, veniva condotto in una cappella per trascorrervi la notte in preghiera. L'aspirante cavaliere veniva vestito di bianco, a simboleggiare la purezza da attingere, «come i neofiti prima del battesimo» (Pittàno). Il DELI (dizionario etimologico di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, edito da Zanichelli), s. v. notte, registra come prima attestazione scritta in italiano della locuzione notte in bianco il Dizionario enciclopedico italiano della Treccani, datandola 1955; ma già prima del 1952, anno di pubblicazione del romanzo Il visconte dimezzato, Italo Calvino scriveva: «Adesso non voleva pensare, aveva passato la notte in bianco, aveva sonno». Sempre il DELI riporta al 1905 la prima attestazione scritta di notte bianca, espressione sinonima di notte in bianco.
    Eddi Volpato





     
    L'origine del termine è incerta; molti dizionari (come lo Zingarelli) la danno per sconosciuta. È però popolare la seguente interpretazione: nell'entroterra del basso Lazio, ai confini con la Campania, intorno al millequattrocento, quando nei comuni del Frusinate o Casertano arrivavano gli abitanti dei villaggi montani delle zone adiacenti, con delle funi arrotolate intorno alla spalla o alla vita, per acquistare il bestiame nelle fiere, questi venivano identificati dagli abitanti locali come quelli "co' 'a fune!" ...Da qui, il termine.

    Quest'interpretazione non gode di credito presso gli studiosi di etimologia, che danno come più probabile una derivazione dal latino cabònem (da cabo-onis, "cavallo castrato") oppure dal nome di un centurione romano.


     
    IL NOSTRO LESSICO NON DEVE CERTO MOLTO ALLE LINGUE POLINESIANE, A QUEL GROVIGLIO DI LINGUE E DI DIALETTI PER TANTI ASPETTI ANCOR OGGI AVVOLTI NEL MISTERO DELLA LORO ORIGINE.
    TUTTAVIA, UNA PAROLA GLI DEVE, COME MOLTE ALTRE LINGUE EUROPEE, CHE E' D'USO ABBASTANZA COMUNE ANCHE TRA PERSONE DI NON ELEVATA CULTURA: LA PAROLA " TABU' ".
    SI DICE CHE E' TABU', PER ESEMPIO, UN DISCORSO, UN ARGOMENTO DA TRATTARSI CON PRUDENZA, ANZI DA NON TOCCARE AFFATTO; E' TABU' UNA PERSONA SULLA QUALE NON SIA LECITO FARE UN PUBBLICO COMMENTO; E' TABU' UNA COSA CHE NON SI POSSA MAI POSSEDERE E NEPPURE SFIORARE CON MANO.
    TABU': PAROLA CHE CI VIENE APPUNTO DA QUEI LONTANI ATOLLI, PORTATA IN EUROPA, DA PIU' DI UN SECOLO, DAI NAVIGATORI REDUCI DA ARDIMENTOSE TRAVERSATE, E DIFFUSA RAPIDAMENTE SOPRATTUTTO ATTRAVERSO I ROMANZI AVVENTUROSI DEL VERNE E DEL BOUSSENARD.
    IN UNO DI CODESTI ROMANZI, APPUNTO DEL BOUSSENARD, C'E' UNA SCENA DRAMMATICISSIMA IMPERNIATA PROPRIO SU QUESTA PAROLA TABU'.
    IL CAPO DI UN DRAPPELLO DI ARDITI PIONIERI, CIRCONDATO DA UN GRUPPO DI INDIGENI POLINESIANI ARMATI DI ASCE E DI FRECCE, SI VEDE ORMAI PERDUTO.
    HA TENTATO OGNI MEZZO PER AMMANSIRE QUEI SELVAGGI; IL CERCHIO MINACCIOSAMENTE SI STRINGE.
    NON AVENDO ARMI DA FUOCO A PORTATA DI MANO, TENTA COME SOLUZIONE DISPERATA LA MANIERA FORTE, E INCOMINCIA A URLARE E A MINACCIARE A GRAN VOCE VERSO COLUI CHE SEMBRA IL CAPO DELLA MASNADA; POI ADDIRITTURA GLI SI SCAGLIA CONTRO GRIDANDO: "MA PATIENCE EST A' BOUT!", "LA MIA PAZIENZA E' AL LIMITE"; COME DIRE, "E' ORA DI FINIRLA";.
    MA NELLO SLANCIO INCIAMPA, TRABALLA, IL BERRETTO DA MARINAIO GLI SCHIZZA VIA, ED EGLI CADE SUL SUO BERRETTO PROPRIO MENTRE RISUONA LA CHIUSA DELLA SUA INVETTIVA: ...EST A' BOUT!
    MERAVIGLIA: SUBITO I VOLTI DI QUEGLI INDEMONIATI SI DISTENDONO, ARCHI E FRECCE SI ABBASSANO, IL CERCHIO SI DILATA, E TUTTI SI GETTANO ALLA FINE PRONI A TERRA, FACENDO GESTI DI SACRA DEVOZIONE.
    CHE E' ACCADUTO?
    E' ACCADUTO CHE L'INVETTIVA, INTESA SEMPLICEMENTE COME TABU', HA RESO SACRO, INTOCCABILE IL BERRETTO DELL'UOMO BIANCO E LA PERSONA STESSA CHE LO PORTAVA.
    L'UOMO BIANCO E' DIVENUTO TABU', E SARA' NON SOLO SALVO MA ADORATO COME UN IDOLO.
    LA PAROLA IN POLINESIANO SI PRONUNCIA PIANA, TABU', E SIGNIFICA SACRO, INTANGIBILE, SEVERAMENTE INTERDETTO.
    UNA COSA, UNA PERSONA TABU' DIVENTA SACRA, INTOCCABILE.
    UNA INTOCCABILITA' CHE DERIVA DAL TERRORE CHE ISPIRANO PRESSO CERTI POPOLI PRIMITIVI ALCUNI ATTI ESSENZIALI DELLA VITA UMANA, COME IL CONCEPIMENTO, LA NASCITA, LA MORTE; E CERTI FENOMENI NATURALI, COME L'ACQUA E IL FUOCO, E LE PERSONE STESSE, INVESTITE DI UNA SUPERIORE AUTORITA'.
    I CAPI, GLI STREGONI, I CADAVERI SONO TABU', E TABU' DIVENTA TUTTO CIO' CHE VIENE A CONTATTO CON ESSI.
    LA PAROLA TABU' SI OPPONE A "NOA", CHE SI RIFERISCE A TUTTO CIO' IL CUI USO E CONTATTO E' LIBERO A CHIUNQUE E SENZA DANNO.
    LA VIOLAZIONE DEL TABU' E' GRAVISSIMO SACRILEGIO, CHE NON PORTA CON SE' VERE E PROPRIE SANZIONI PUNITIVE, MA CASTIGHI BEN PIU' GRAVI, SOPRANNATURALI, COME LE MALATTIE, LA PAZZIA, LA MORTE.
    IL TERMINE, RACCOLTO LA PRIMA VOLTA DAI VIAGGIATORI INGLESI, SI TRASFORMO' IN TABOO, CHE PER I FRANCESI DIVENNE TABOU.
    NOI LO PRENDEMMO DALLA FRANCIA, E ALLA FRANCESE PRONUNZIAMMO TRONCO, " TABU' ".
    IN CONCLUSIONE: MEGLIO " TABU' " O " NOA " ?

    MEDITATE GENTE, MEDITATE.
    da Peppe Rapa


     
    Curiose sono le voci sull’origine della parola: secondo alcuni infatti, sarebbe nata per un errore di spelling. Nel 1839 nel Massachussets in un lungo articolo pubblicato sul Boston Morning Post compare per la prima volta questa parola. Si parlava di un personaggio che diceva “o.k.” per abbreviare “all correct”, ovvero “tutto giusto”, scrivendolo però in un inglese scorretto, ovvero “oll korrect”. Si trattava di un errore di spelling del tutto comprensibile se si pensa che all’epoca in pochi sapevano leggere e scrivere. In alcuni paesi del mondo però rimane la convinzione che ad inventare questa ormai usatissima parola non siano stati gli americani. Nella lingua di Aristotele per esempio, “ola kala” voleva proprio dire “tutto bene” e anche i greci abbreviavano questa espressione in “OK”. In tedesco invece, “ohne Korrektur” significa “nessuna correzione” e l’acronimo è ancora una volta lo stesso. Gli americani tornano però a rivendicarne le origini dicendo che durante la guerra di secessione americana nei bollettini dal fronte, sarebbe stata usata l’abbreviazione “0k” ovvero “zero” (che può essere pronunciato anche “o”) “killed”, per indicare “zero uccisi”.
    Insomma, nonostante rimangano dei dubbi sulle effettive origini di questa parola, non ci sono dubbi sul fatto che si tratti di una delle parole più utilizzate tutti i giorni in tantissimi paesi del mondo.
    Sara Mariani


     
    L’espressione ‘perdere le staffe’ viene dalla particolarità di alcuni pantaloni da uomo… perché, anticamente, erano allacciati con un tipo speciale di bretelle, le staffe, appunto… Che, una volta perse… Insomma: l’espressione vuol dire ‘trovarsi in balìa di tutto’…


     
    Deriva dal latino volgare "scorpius" (scorpione) con riferimento ad una macchia di inchiostro caduta sulla bianca carta che ne riproduceva le sembianze.


     
    la "borsa" inteso come luogo di contrattazione commerciale deriva dal nome della famiglia Van-der-Beurse (che tra l'altro aveva, comme stemma, tre borse) che aveva adibito il proprio palazzo a sede di scambi commerciali.


     
    Potrà apparire incredibile, ma la parola scuola che per la massima parte dei giovani suona come lavoro, sudore, pena, sonno perduto, ansie e a volte scapaccioni, in origine significava esattamente il contrario: riposo, ozio, tempo beato lontano da ogni fatica e preoccupazione. Scuola deriva infatti dal greco scholé, che vale appunto "riposo"; e questo perchè in antico gli uomini, i soli che si dedicassero agli studi essendone le donne scrupolosamente escluse, finchè avevano muscoli sani eran dediti alle cure delle armi o dei campi. Perciò quei pochi momenti liberi che potevano dedicarsi all'esercizio della mente erano considerati un riposo piacevole, uno svago ristoratore. Ora, questo nome di scuola ci dà la possibilità di parlare di quella particolare scuola che noi chiamiamo ginnasio. E' anch'essa parola di origine greca, gymnàsion che era sì una scuola, ma dove non si insegnava a leggere, a scrivere, a pensare, ma solo a saltare, a correre, a fare alla lotta e ai pugni. Il ginnasio era infatti, per i Greci antichi, una palestra all'aperto dove i giovani addestravano i loro muscoli, il loro corpo. E l'origine della parola gymnàsion spiega bene questa particolare sua funzione: deriva da gymnòs, che significa "nudo"; e questo perché quei baldi giovani si esercitavano nei loro giochi atletici in abito assolutamente adamitico. Ma successe poi questo: che sotto il porticato che di regola circondava questo ginnasio, convennero anche maestri e filosofi che provvedevano, dopo i salti e le corse e il pugilato, all'addestramento spirituale di quei giovani. Il nome finì così con l'indicare anche la palestra della mente; tanto che, nell'umanistico Rinascimento, la parola ginnasio fu scelta per indicare il luogo dove si insegnava greco e latino, e della corsa e della lotta si perdette il ricordo, e naturalmente anche del nudo.

    da Peppe Rapa


     
    Viene dal latino liber, che voleva dire "libro" ma in origine era il nome che si dava alla scorza interna dell'albero, quella scorza che serviva per formare le tavolette su cui si scriveva.


     
    Perché di uno che fugge si dice che "scappa"? Perché in origine, per fuggire più rapidamente, ci si liberava della "cappa" (mantello) che quasi tutti portavano. "Scappare", dunque, etimologicamente, significherebbe "liberarsi del mantello".


     
    La parola "coprifuoco" ha una storia leggendaria. Nel Medioevo, al calar del giorno, la campana del borgo suonava il coprifuoco per avvertire i cittadini che dovevano coprire il fuoco con la cenere per evitare gli incendi. Nella costruzione delle case all'epoca abbondava l'uso del legno ed era molto facile che il fuoco si propagasse pericolosamente con una scintilla. Poi la parola assunse un significato diverso: nei paesi che erano sotto la minaccia di guerre o rivoluzioni interne, il coprifuoco indicava che i cittadini, dopo una certa ora, dovevano ritirarsi nelle loro case per evitare disordini e turbolenze.


     
    Al tempo di Roma antica colui che aspirava a una carica pubblica compariva in pubblico indossando una toga candida: per questo, lo chiamavano, qualche volta non senza ironia, candidatus.


     
    La parola nasce da armadium e nell'antichità era il luogo dove si conservavano le armi. Questo mobile, dove oggi riponiamo abiti e biancheria, era dunque il ripostiglio per archi e frecce. In origine l'armadio non era altro che una cavità nel muro e rozzamente divisa in scaffali da assi di legno. Solo più tardi divenne un vero e proprio mobile. Presso i Romani negli armadi si conservavano i ritratti di antenati scolpiti nella cera. Nel Medioevo gli armadi servivano soprattutto per custodire i libri (il vestiario e la biancheria si conservava in grossi cassettoni). Il XVIII secolo arricchì di fregi i mastodontici armadi e più tardi ancora si applicarono gli specchi sulle ante. L'armadio poi divenne più basso, senza fregi e celava lo specchio all'interno... mentre oggi abbiamo sostituito l'armadio con le cabine armadio.


     
    la parola "assassino" deriva dalla parola hashashin, il mangiatore di hashish, che era il nome dei membri di una setta medioevale sciita, agli ordini di un certo Vecchio della Montagna, che secondo le cronache dei Crociati da un lato, e di Marco Polo dall’altro, si drogavano con l’hashish prima di commettere assassini o azioni militari.
    Una tecnica poi mutuata da vari eserciti moderni, ad esempio quello statunitense in Vietnam e in Iraq. Secondo altre versioni l’hashish veniva invece consumato durante gli intervalli fra le azioni militari, oppure somministrato alle vittime.


     
    Il termine ’’moneta’’ deriva dal latino ’’monere’’ cioè ’’ammonire’’. Nel tempio romano della Dea Giunone, detta ’’l’ammonitrice’’, era situata la zecca dell’Impero. Per questo gli oggetti che uscivano da quel santuario venivano chiamate ’’monete’’.


     
    L’origine del termine ’’pettegola’’ è molto starno. Deriva da ’’peto’’, per allusione ad un’incontinenza verbale di chi è pettegolo. Insomma dar del pettegolo a qualcuno
    è come dirgli che ’’scureggia maldicenze’’.


     
    La parola deriva dal nome del IV Conte di Sandwich, giocatore d'azzardo talmente accanito che pur di non dover abbandonare il tavolo da gioco si faceva preparare per pranzo i panini che poi presero il suo nome. I Bresciani usano il termine "maloamen" per dire che qualcuno è un poco di buono.


     
    Piccola etimologia sul “vaf*******lo”. Non si tratta -come spesso si crede: “vai a fare in c**o”-, bensì di ‘vaffa'+'c**o’; il vaffa era il palo che si utilizava in epoca medioevale per impalare. quando diciamo a qualcuno “vaf******lo” gli stiamo augurando di morire con un palo, proprio lì.


     

    Perché si dice “infinocchiare” per significare il “dare una fregatura” ? Oggi se si va in birreria con mezza chiara si mangiucchiano patatine, noccioline, olive ed anacardi. Gli osti romani invece, quando ancora c’erano le osterie, insieme al quartino avevano l’usanza di servire da sgranocchiare del finocchio che ha la proprietà di pulire bocca e predisporla in modo tale che qualunque vino bevuto a seguire sembra buonissimo, inclusi quelli di bassa qualità o annacquati.


     
    Deriva da francese “cravate” che sta per “croata”. Nome attributo ad una sorta di sciarpetta che indossavano in battaglia per meglio riconoscersi nella mischia le truppe croate che nel 1600 combattevano in Francia.
    Oggi la cravatta si indossa nelle più svariate occasioni, sia quotidiane che di circostanza. A retaggio dell’uso originario è praticamente d’obbligo nelle riunioni di una qualche importanza, nei consigli di amministrazione per esempio, o nelle gare d’appalto, e quant’altro del genere, tutto molto paludato e chic insomma. A dire, gli odierni campi di battaglia d’occidente, dove silenziosamente, tra un sorriso, una stretta di mano, un caffè ed un pasticcino capita si consumino, a volte, carneficine inenarrabili.


     
    Per i veneti, i denari sono gli "schei": al tempo del regno Lombardo-Veneto circolavano i kreuzer, monete austriache, sul retro delle quali era scritto "scheidemunze". Non conoscendo la pronuncia precisa del tedesco, il gioco fu presto fatto.


     
    indica quella parte dell'autovettura antistante il guidatore. Ha mutuato senza variazioni il suo nome dalla quella parte della carrozza a cavalli antistante il vetturino, il cruscotto appunto, dove si teneva la "crusca" per i cavalli.


    Ed infine....

     
    Composizione, dal greco, di “ètymos” (ragione delle parole) e “logia”, da “logos”, discorso, ragionamento. Etimologia significa pertanto un discorso, un ragionamento sul perché, sulla ragione delle parole, indagare sul loro vero senso.
    Le parole, sembra suggerire l’etimo dell’etimologia, hanno sempre un perché, come dire, a prescindere. Una volta create e pronunciate vivono di quella vita propria tutta loro costruita con tutto ciò di cui, nel bene e nel male, le carichiamo noi che le inventiamo e scriviamo e pronunciamo.



    Beh, interessanti no ?!

    Se ne conoscete altre saro' lieto di leggerne.

    Ultima modifica di Armandillo; 03-01-13 alle 18: 18.
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    Anche vacillare ha origini derivate da imbecille.
    Scheidemunze ha un significato analogo a scellino, centesimo ecc. ossia parte dell'unità monetaria corrente.
    Munze vale moneta e scheide mandorla che era un disegno presente nel retro delle monete della repubblica veneta individua in tedesco anche il genitale femminile.
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    Armandillo (09-01-13)

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    Ne aggiungo una che ho trovato solo oggi:

     
    Secondo la tradizione, che risale al XVI secolo, Martino era abate del monastero di Asello. Volendo abbellire la sua abbazia, decise di apporre sul portale principale un cartello di benvenuto che recitasse: "Porta patens esto. Nulli claudatur honesto" ossia "La porta sia aperta. A nessuna persona onesta sia chiusa" (oppure anche "Porta, rimani aperta. Non chiuderti a nessun uomo onesto").

    La frase era bella e ospitale ma chi esegui' l'incisione, nello scriverla, mise il punto dopo la parola nulli anziche' dopo esto.

    L'iscrizione divenne cosi': "Porta patens esto nulli. Claudatur honesto" ossia "La porta non sia aperta a nessuno. Sia chiusa alle persone oneste".

    Per l'errore commesso, Martino venne sollevato dalla carica di abate, perdendo cosi' la cappa, cioe' il mantello, che di tale dignita' era simbolo.

    A ricordare l'errore di Martino provvide il suo successore, che fece correggere l'iscrizione errata, completandola con la frase "Uno pro puncto caruit Martinus Asello (o Ob solum punctum ...)" ossia "Per un unico punto Martino perse Asello" che e' il corrispondente latino del modo di dire molto diffuso nella lingua italiana e radicato nella memoria orale che e' per l'appunto "Per un punto Martin perse la cappa".

    La frase "Per un punto Martin perse la cappa" viene, quindi, citata oggi per indicare la perdita, per una disattenzione, di qualcosa d'importante e di desiderato.

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  7. #4
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    Bello. Alcuni li sapevo, altri no, un paio li sapevo diversi.
    Aggiungo:
    Furbo di sette cotte. Le sette o tre cotte sono le cotture o le distillazioni necessarie per avere un prodotto raffinato. Lo zucchero andava cotto, i liquori distillati.

    Povero in canna. I poveri bussavano alle case per chiedere l'elemosina. Per evitare di ricevere al suo posto in testa... il contenuto dei vasi da notte... bussavano con una canna, quindi un bastone, così da tenersi lontani dalle finestre.
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  8. I seguenti 2 utenti concordano e/o ringraziano iaia per questo post

    Armandillo (27-01-13), marcella36 (28-01-13)

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    Riferimento: Curiosita' etimologiche

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    Nei mesi scorsi Tuttolibri invita i suoi lettori a indicare la parola piu' amata e quella piu' odiata. Nell' inchiesta furono coinvolti anche alcuni "addetti ai lavori". Ritrovo tra le mie carte un appunto, relativo alla risposta che diede il poeta Valerio Magrelli: "Amo la parola "pupilla" per la sua affascinante avventura etimologica". E passato parecchio tempo e ho sempre rinviato l' occasione di poter essere anch' io partecipe di quell' avventura. Adesso colmo la lacuna. La scoperta, tutto sommato, e' abbastanza semplice: "pupilla" e' un vocabolo latino, diminutivo di "pupula", a sua volta diminutivo di "pupa", che significa chiaramente "bambola". Ma che cosa c' entrano le bambole con l' apertura di forma circolare situata al centro dell' iride? La risposta dell' etimologia e' la seguente: l' immagine che si vede riflessa nell' occhio e' molto rimpicciolita, cioe' figuratamente assume le dimensioni di una bambola rispetto al corpo umano che la bambola simboleggia e rappresenta. Dunque, "pupilla" sarebbe sinonimo di "bambolina" o, in senso peggiorativo, di "pupattola". La questione ha dato origine a studi molto seri. Lo dimostra il fatto che un famoso linguista come Carlo Tagliavini scrisse un saggio dal titolo "Di alcune denominazioni della pupilla". E chiaro che non sostituiremo, nemmeno mentalmente, "pupilla" con "bambola" o "bambolina". Cadrebbero versi che appartengono al patrimonio della letteratura. Come nel secondo canto del Paradiso di Dante: "Per la natura lieta onde deriva . la virtu' mista per lo corpo luce . come letizia per pupilla viva". O, secoli dopo, in "Cocotte" di Gozzano: "E' vero che tu sei una cocotte?" . Perdutamente rise e mi bacio' . con le pupille di tristezza piene". O in "Xenia" di Montale: "...sapevo che di noi due . le sole vere pupille, . sebbene tanto offuscate, . erano le tue". L' intenzione non era quella di offrire sinonimi, ma di dare un' ulteriore prova di quanto sia bella o tortuosa, chiara o imprevedibile, la storia della parola. Nel caso di "pupilla" . non ho difficolta' ad ammetterlo . c' entra anche la simpatia per questo termine cosi' legato alla perenne magia dello sguardo. L' etimologia, del resto, offrirebbe occasioni quotidiane d' intervento. Nelle cronache dell' operazione chirurgica affrontata dal Papa, e' stato usato tante volte il sinonimo "pontefice" per evitare fastidiose ripetizioni. Ma "pontefice", nel suo senso piu' remoto, significava propriamente "colui che fa costruire il ponte sul fiume", con riferimento alla nascita dei villaggi di palafitte. Esempio, come si notera' , di un' etimologia che ha perduto, attraverso i millenni, il suo valore originario per assumerne un altro. Stesso discorso per la parola "crisi", la piu' usata, la piu' mutevole di questi tempi, appunto, di crisi. Vogliamo tentare un elenco sicuramente imperfetto? Crisi di governo, crisi istituzionale, crisi economica, crisi industriale, crisi commerciale, crisi energetica, crisi di coscienza, crisi della coppia, crisi cardiaca, crisi nervosa, crisi mistica, crisi del romanzo, del teatro, del cinema... Ebbene, la parola deriva dal greco "krisis" che vuole dire scelta, giudizio, decisione, cioe' significati diversi da quello che, di secolo in secolo, la parola e' venuta assumendo. Evviva, dunque, "pupilla" che resta incrollabilmente fedele alle sue origini e continua a far spuntare bambole nei nostri occhi.

    di Giulio Nascimbeni

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    marcella36 (20-02-13)

  11. #6
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    Riferimento: Curiosita' etimologiche

    Che bello!

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    Armandillo (29-01-13)

  13. #7
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    Ecco un'altra parola molto usata...

     
    Innanzitutto, il termine è di origine francese. Sia etimo.it che il DELI concordano che deriva dal francese antico rang, che a sua volta arriva da una radice germanica hring… Non è che ora vi suoni un qualche campanello? Quella radice è la stessa che in inglese ha portato a “ring”, sia nel senso originario di “anello” (come del resto il Ring tedesco che è anche la tangenziale, quindi una strada tutto intorno a una città) che in quello pugilistico di recinto che racchiude i due figuri che se le danno di santa ragione. Andando ancora più indietro, Schwartzman dà la radice indoeuropea (s)ker-, dal significato di “piegare, girare” (No, “sciare” non deriva da questa radice… non tutte le etimologie riescono col buco). Insomma, originariamente il rango era un assemblea di persone che si riuniva in cerchio: nel francese arcaico si usa il termine “renc”. E come ha fatto il significato a slittare da un cerchio, simbolo di uguaglianza, a un ordinamento ben preciso? Beh, non so se crediate alle favole, ma è ovvio che la Tavola Rotonda di re Artù era tutto meno che ugualitaria. Più prosaicamente, quando nelle assemblee iniziavano a esserci troppe persone, non ci si disponeva più in un unico cerchio, ma in cerchi concentrici: e come è naturale il cerchio interno (“the inner circle”, direbbero gli inglesi) era quello che contava di più. A questo punto il gioco è quasi fatto: dopo che il rango è passato a indicare qual era il cerchio relativo, non c’era più bisogno di avere un cerchio, ma si poteva passare alle file, soprattutto nel senso militare. In inglese, “rank and file” significa letteralmente “rows and columns”, cioè righe e colonne; da rang è anche arrivato il termine “ranger”, letteralmente “colui che mette in rango”, oltre che “arrangiamento”, sempre nel senso di mettere in ordine… e con un passaggio dallo spagnolo “rancho” anche il rancio che viene dato ai soldati.
    Tornando alla parola italiana, l’ingresso nella nostra lingua è relativamente recente: solo nel 1677 il Magalotti introdusse il termine nel significato letterale di “schiera, riga”, mentre il significato traslato di “grado, condizione sociale” era già stato attestato da alcuni decenni. Questo per quanto riguarda il significato comune.
    Anche in matematica il termine è relativamente recente, e arriva direttamente dall’inglese rank accennato sopra. Il suo significato più comune è quello di rango di una matrice (quadrata), che corrisponde al massimo numero di vettori linearmente indipendenti tra quelli che compongono la matrice: il significato di “ordinamento” rimane molto in sottofondo, e lo si intravvede solo perché solo una matrice di rango massimo può essere invertita. In realtà si parla di rango anche in geometria algebrica e nei gruppi di Lie, ma qui stiamo andando sull’ipertecnico, e non saprei nemmeno spiegarlo in poche parole… ma forse un qualche PresConsMin un’idea ce l’avrebbe!

    Fonte


  14. #8
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    Valgono i modi di dire stranieri?

    être enfant de la balle

    Essere figlio d'arte.


    at the drop of a hat

    Immediatamente. Qualsiasi cosa che si fa "at the drop of a hat" la si fa... prima che il cappello arrivi a toccare terra.

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    marcella36 (20-02-13)

  16. #9
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    Citazione Originariamente scritto da iaia Vedi messaggio
    Valgono i modi di dire stranieri?
    Certamente, ma sarebbe piu' interessante anche una descrizione dell'origine del "modo di dire"

  17. #10
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    Riferimento: Curiosita' etimologiche

    Eh, questo è più difficile, devo fare ricerche.

    Eccomi con l'enfant de la balle:
    Dictionnaire de l'argot des typographes, d'Eugène Boutmy (1883)
    Balle (Enfant de la), S. m. Ouvrier compositeur dont le père était lui-même typographe, et qui, depuis son enfance, a été élevé dans l'imprimerie. L'origine de cette expression, qui est passée dans la langue vulgaire, est assez peu connue. Elle vient de ce que, avant l'invention des rouleaux, on se servait, pour encrer les formes, de tampons ou balles.

    Pare si tratti di quei tipografi che essendo figli di tipografi fin dall'infanzia sono cresciuti in tipografia, imparando l'arte fin dalla più tenera età e quindi in modo perfetto.
    Prima dell'invenzione dei rulli inchiostratori sembra che l'inchiostro si spargesse sulle matrici tramite "balles".

    DROP OF A HAT
    "Dictionary of Cliches" by James Rogers (Wings Books, Originally New York: Facts on File Publications, 1985)."
    Acting readily or on some single signal. In the 19th century it was occasionally the practice in the United States to signal the start of a fight or a race by dropping a hat or sweeping it downward while holding it in the hand. The quick response to the signal found its way into the language for any action that begins quickly without much need for prompting."

    Agire prontamente. Nel XIX secolo a volte il segnale di avvio di una battaglia era semplicemente l'atto di fare cadere un cappello. L'azione iniziava immediatamente, senza bisogno di conferme. Pare che abbia avuto origini precedenti, in Irlanda.
    Altre fonti citano semplicemente il fatto che un cappello portato via dal vento non dà preavvisi, quando vola via lo fa immediatamente.

    Mi permetto di citare il gioco "candela" non so se lo facevate o come lo chiamavate.
    Tutti i bambini si siedono in cerchio rivolti verso l'interno. Chi sta sotto gira all'esterno del cerchio con il cappello in mano. Con aria indifferente lo lascia cadere dietro ad uno dei bambini seduti e inizia a correre nel verso in cui stava camminando. Il bambino seduto deve alzarsi e iniziare a correre nella direzione opposta, entrambi devono cercare di arrivare a rioccupare il posto. Sembra strano ma la vittoria non è scontata.

    Andiamo ora sulla Candela.

    A volte Il gioco non vale la candela.
    Espressione usata quando durante il gioco d'azzardo la vincita era talmente bassa da non bastare nemmeno a pagare la cifra necessaria per l'acquisto della candela.
    C'è la versione religiosa, Il santo non vale la candela. Quando un santo non è prodigo con i miracoli e non conviene nemmeno accendergli una candela per chiedere una grazia.

    Ma l'aiuto non si chiede solo ai santi. Piloti e navigatori possono invocare il Mayday, rigorosamente ripetuto tre volte per evitare fraintendimenti Mayday - Wikipedia, the free encyclopedia
    The Mayday callsign originated in 1923 by Frederick Stanley Mockford (1897–1962).[4][citation needed] A senior radio officer at Croydon Airport in London, Mockford was asked to think of a word that would indicate distress and would easily be understood by all pilots and ground staff in an emergency. Since much of the traffic at the time was between Croydon and Le Bourget Airport in Paris, he proposed the word "Mayday" from the French m’aider. "Venez m'aider" means "come help me".

    Nel 1923 Frederick Stanley Mockford inventò questo modo per richiedere aiuto in caso di emergenza. Scelse Mayday per l'assonanza con il francese Venez M'aider, venite ad aiutarmi.

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