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Discussione: L'Angolo del Cinefilo - 2016 (2° semestre)

  1. #341
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2016 (2° semestre)

    1) a4 - Mission?

  2. #342
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2016 (2° semestre)

    Citazione Originariamente scritto da Matisse Vedi messaggio
    1) a4 - Mission?
    esatto!

    una delle colonne sonore memorabili del Maestro


    questo post non azzera il counter
    "Per quel che mi riguarda Morricone è il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

  3. I seguenti 2 utenti concordano e/o ringraziano Strider per questo post

    keyser_soze60 (19-09-16), Matisse (19-09-16)

  4. #343
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2016 (2° semestre)

    Posso ripostare o devo aspettare che posti un altro?

    problema risolto dal post di key
    Ultima modifica di Matisse; 19-09-16 alle 13: 41.

  5. #344
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2016 (2° semestre)

    ciao Stridy Mati

    1)c5 - Metello ?

  6. Il seguente utente concorda / ringrazia keyser_soze60 per questo post

    Strider (19-09-16)

  7. #345
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    key

    2) b4 - Professione poliziotto

  8. Il seguente utente concorda / ringrazia Matisse per questo post

    keyser_soze60 (19-09-16)

  9. #346
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    ave Key

    Citazione Originariamente scritto da keyser_soze60 Vedi messaggio
    1)c5 - Metello ?
    questo è giusto

    l'attore era ovviamente Massimo Ranieri

    invece Mati ha colpito il palo con "Professione poliziotto"

    questo post non azzera il counter
    "Per quel che mi riguarda Morricone è il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

  10. Il seguente utente concorda / ringrazia Strider per questo post

    keyser_soze60 (19-09-16)

  11. #347
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    2)b4 - Joss il professionista (Le professionnel) ?

  12. Il seguente utente concorda / ringrazia keyser_soze60 per questo post

    Matisse (19-09-16)

  13. #348
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    Citazione Originariamente scritto da keyser_soze60 Vedi messaggio
    2)b4 - Joss il professionista (Le professionnel) ?
    giusta!

    e con questa abbiamo chiuso!

    l'attore di cui parlavo nell'aiuto era ovviamente Jean-Paul Belmondo che pochi giorni fa è stato premiato ed omaggiato al Festival di Venezia con il Leone d'Oro alla carriera

    invece l'attrice del frame di cui potete ammirare il lato B è Marie-Christine Descouard


    a dopo per la proclamazione ufficiale
    "Per quel che mi riguarda Morricone è il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

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    keyser_soze60 (19-09-16), Matisse (19-09-16)

  15. #349
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2016 (2° semestre)

    ed eccomi qui con la chiusura della manche

    visto che la mia precedente cinegriglia era durata quasi un mese avevo un po' di timore a proporre questa Super Griglia con 25 titoli

    ma, visto che si trattava di Morricone, alla fine ho preferito rischiare la lunga durata

    invece, grazie alla Vs. bravura, ce la siamo cavata in pochi giorni


    la scelta (non facile) dei titoli è stata fatta in base a vari criteri di selezione: a volte ho scelto per il valore del film, altre volte per quello della colonna sonora, altre volte ancora in base a meri gusti personali, ricordi affettivi, etc ...

    ho tenuto fuori quasi tutti i western di Sergio Leone (dico "quasi" perchè Giù la testa è un western a metà ) e titoli eccellenti come C'era una volta in America, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto o I giorni del cielo (giusto per citarne alcuni) perchè li avevo già utilizzati in manche o griglie precedenti

    e adesso ... andiamo a proclamare!


    ecco la griglia finale:




    ecco i 25 titoli indovinati:


    A1 - Giù la testa (1971) di Sergio Leone (Key)
    A2 - Jona che visse nella balena (1993) di Roberto Faenza (wrong)
    A3 - Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci (Key)
    A4 - Mission (The Mission, 1986) di Roland Joffé (Matisse)
    A5 - Galileo (1968) di Liliana Cavani (Key) (Key)
    B1 - Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini (wrong)
    B2 - Sacco e Vanzetti (1971) di Giuliano Montaldo (Key)
    B3 - La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri (wrong)
    B4 - Joss il professionista (Le professionnel, 1981) di Georges Lautner (Key)
    B5 - L'orca assassina (Orca, 1977) di Michael Anderson (wrong)
    C1 - I pugni in tasca (1965) di Marco Bellocchio (wrong)
    C2 - Mussolini ultimo atto (1974) di Carlo Lizzani (Key)
    C3 - Amleto (Hamlet, 1990) di Franco Zeffirelli (wrong)
    C4 - Il vizietto (La cage aux folles, 1978) di Édouard Molinaro (Matisse)
    C5 - Metello (1970) di Mauro Bolognini (Key)
    D1 - Il clan dei siciliani (Le clan des Siciliens, 1969) di Henri Verneuil (Matisse)
    D2 - Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini (wrong)
    D3 - La leggenda del pianista sull'oceano (1998) di Giuseppe Tornatore (Key)
    D4 - Metti, una sera a cena (1969) di Giuseppe Patroni Griffi (wrong)
    D5 - L'eredità Ferramonti (1976) di Mauro Bolognini (wrong)
    E1 - La battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo (wrong)
    E2 - L'uccello dalle piume di cristallo (1970) di Dario Argento (wrong)
    E3 - Bugsy (1991) di Barry Levinson (Key)
    E4 - Revolver (1973) di Sergio Sollima (wrong)
    E5 - The Untouchables - Gli intoccabili (The Untouchables, 1987) di Brian De Palma (wrong)


    ecco la classifica finale:

    wrong ---> 13 caselle + TRIS (31 punti)
    Key ---> 9 caselle (18 punti)
    Mati ---> 3 caselle (6 punti)


    il vincitore è wrong che avrà il compito di condurre la prossima manche


    e, infine, il mio solito commento ai titoli proposti, per chi fosse interessato a una lunga lettura

     


    Immagine ridotta

    I pugni in tasca (1965) di Marco Bellocchio

    In una villa di campagna della provincia piacentina vivono una donna cieca ed i suoi quattro figli: Leone, ritardato ed epilettico, Sandro, narcisista affetto da disturbi mentali, Giulia, rimasta infantile e morbosamente legata a Sandro, ed Augusto, il solo apparentemente “normale”, per quanto mediocre, che aspira ad evadere dalla sua triste realtà familiare. Sandro, ossessionato da un disagio interiore sempre crescente, ucciderà la madre ed il fratello Leone, sotto gli occhi di Giulia che, spaventata, decide di non intervenire. Folgorante esordio cinematografico di Marco Bellocchio, con questo cupo dramma familiare, angosciante e dissacrante, che costituisce, a tutt’oggi, il suo capolavoro. Epocale ritratto in nero di una borghesia malata, allucinata, sospesa in un inferno quotidiano di perverso immobilismo, da cui traspare, evidente, quel disagio giovanile esistenziale, sociale e sessuale, che poi esploderà, qualche anno dopo, nelle proteste incendiarie del ’68. L’autore ci rappresenta, con asettica precisione, un disturbante microcosmo di provincia, metafora potente di una realtà sociale ormai compromessa, di una società non più in sintonia con le esigenze giovanili, inadatta a capirne i bisogni ed a fornirgli le risposte tanto attese. Bellocchio, con pungente cinismo, raffigura la ristrettezza culturale, il conformismo ipocrita, la mancanza di prospettive e la gretta staticità della provincia italiana, in cui si cela un malessere profondo, atavico, che non può più essere ignorato. Anche la Chiesa cattolica, raffigurata come uno strumento arcaico e bigotto di controllo morale, contribuisce a generare, e far perseverare, questo sistema di alienazione, che avvelena l’animo dei giovani come un cancro che rode dal di dentro. La dimensione patologica dei personaggi ed il loro evidente rifiuto della razionalità, diventa allegoria di ribellione, di attacco al potere, volto all’affermazione della propria individualità, del proprio diritto di vivere secondo la propria indole, liberandosi dalle trappole del conformismo di un modello sociale ormai vetusto. La famiglia senza padre, mostrata dal regista, è il simbolo evidente di quelle grandi trasformazioni di costume avvenute negli anni ’60, che misero in crisi il vecchio modello patriarcale, ormai non più consono rispetto ai cambiamenti epocali in corso ed alle nuove esigenze civili. Questo psicodramma sociale, spietato e disperato, è un atto d’accusa, un grido di dolore, una rivendicazione di diversità ed una richiesta di attenzione, che sconvolse buona parte della critica e causò accessi dibattiti nei salotti intellettuali. La sua indiscutibile azione di rottura fu paragonata, addirittura, a opere capitali come Ossessione di Visconti o À bout de souffle di Godard. L’autore riprenderà questo discorso, quasi vent’anni dopo, cercando di chiudere idealmente il cerchio, con Gli occhi, la bocca (1982), che risulta però anacronistico, e quindi meno incisivo, rispetto alla nuova sensibilità degli anni ’80.

    Immagine ridotta

    La battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo

    La guerra per l’indipendenza algerina dal dominio francese raccontata negli eventi salienti, tra il 1954 e il 1962: la vicenda umana di Alì La Pointe, passato da comune delinquente a capo del Fronte di Liberazione Nazionale, gli attentati, la sanguinosa guerriglia di strada, l’arrivo dei parà comandati dallo spietato colonnello Mathieu, la repressione, le torture, il rastrellamento porta a porta nella casbah di Algeri, la morte di La Pointe, fino alla presa di coscienza popolare che porterà alla libertà del popolo algerino. Straordinario capolavoro del nostro Pontecorvo, è una delle vette artistiche del cinema italiano e, in assoluto, del genere storico. Fedele al concetto di cinema verità, ereditato dal neorealismo, ne espande la portata con un formidabile rigore formale, denso, teso, asciutto, così vicino al documento da risultare un formidabile trattato di cronaca storica, uno scioccante diario di guerra, così vero e brutale da risultare indimenticabile. Tra Ejzenštejn e Rossellini, ma con un vigore narrativo totalmente personale, il regista pisano rievoca con sobrietà ed assoluta aderenza al realismo, la dura lotta per l’indipendenza del popolo algerino dalla potenza coloniale francese, restituendocene, attraverso immagini di memorabile verismo e di fulgida potenza tragica, le sensazioni, i suoni, le suggestioni, gli orrori. Girato tra i suggestivi vicoli della casbah di Algeri in un bianco e nero “sporco”, che ricorda i filmati da cinegiornale d’epoca, con un frequente uso della camera a mano, che garantisce un dinamismo incalzante ed un magistrale patos narrativo, è un’opera capitale, un riferimento assoluto per il genere di guerra storico, che ha creato un modello di stile così alto da rimanere inimitabile. Pontecorvo, fedele alla sua estrazione operaia, raffigura una tragica epopea civile, con il popolo assoluto protagonista, parteggiando, evidentemente, per esso e dando vita ad una lucida e scomoda riflessione sul destino del terzo mondo, sul colonialismo, sulla lotta all’oppressione e sulle radici ideologiche di quel male che, oggi più che mai, ha generato lo strappo tra cultura occidentale e cultura islamica. Il suo montaggio “intellettuale”, ereditato dal cinema russo, si attua nella sbalorditiva commistione tra immagini e musica, composte da Ennio Morricone con la supervisione del regista. Il notevole score musicale, possente e magmatico come il film, è un’ardita mescolanza di ritmi maghrebini, sonorità occidentali, canti liturgici e percussioni martellanti. Pur essendo evidente lo sguardo pietoso e solidale dell’autore per l’Algeria oppressa, la pellicola evita l’ottuso manicheismo, presentandoci luci e ombre da ambo i fronti dello schieramento, come le riflessioni sull’assurdo orrore della guerra presenti nei discorsi sia dei soldati francesi che dei ribelli algerini. La vigorosa valenza politica dell’opera suscitò reazioni forti e contrastanti: in Francia il film fu bandito, in Italia divise la critica, ma fu generalmente osannato in tutto il mondo, America compresa. Premiato con il Leone d'Oro al Festival del Cinema di Venezia del 1966, è uno dei più mirabili manifesti artistici del cinema d’impegno civile, un modello socioculturale di grande influenza per i posteri, che ha finito per trascendere il mezzo cinematografico, diventando un simbolo eccellente del documento storico.

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    Galileo (1968) di Liliana Cavani

    La vita di Galileo Galilei dai 28 ai 69 anni, dalle prime scoperte astronomiche che lo faranno dubitare del dogma geocentrico imposto dalla Chiesa, al processo per eresia, con abiura finale, per salvare la sua vita di fronte all’ottuso fanatismo della santa inquisizione. Coraggiosa biografia di Liliana Cavani, atipica ed anticonvenzionale, sul geniale astronomo pisano, la cui parabola umana e scientifica ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della fisica ma anche in quella delle supreme ingiustizie commesse dal potere oligarchico ai danni della verità. Drammatico e solenne, a tratti didattico, assume un beffardo tono “divertito” nei velenosi attacchi al clero, a quel rigido ambiente papalino che commise indicibili nefandezze presumendo di parlare in nome di Dio. Per il suo forte, ma realistico, contenuto anticlericale il film subì gli strali della censura alla sua uscita, cosa che diverrà poi abituale per la regista emiliana, e ciò gli è costato una sordina forzata che lo ha reso “invisibile” al grande pubblico, con un inspiegabile divieto ai minori di 18 anni. La pellicola non è mai passata in televisione, nonostante sia stata coprodotta dalla RAI, e la sua condizione di oblio coatto ricorda, paradossalmente, la persecuzione ideologica subita da Galileo. Quest’opera polemica e risoluta è interamente costruita sui contrasti, proprio come Galileo che era schiacciato tra il martello dei falsi dogmi cattolici e l’incudine della verità scientifica. Il contrasto tra scienza e fede, verità e menzogna, libertà di pensiero e oppressione ideologica, dottrina religiosa e suoi rappresentanti. Con un piede nel passato e uno sguardo al presente, la regista intende tracciare una vibrante requisitoria universale contro il potere arrogante, contro tutte le oppressioni, i dogmatismi e gli atteggiamenti faziosi che portano alcuni uomini a ritenersi superiori ad altri, commettendo abusi in virtù di questa posizione di privilegio. Due momenti fondamentali del film sono l’incontro tra Galileo e Giordano Bruno, eretico “impenitente” che per le sue teorie filosofiche “blasfeme” sulla natura di Dio e per il suo ostinato rifiuto di abiura sarà condannato al rogo, e l’elezione a papa del cardinale Barberini con il nome di Urbano VIII. Il cardinale, dimostrando un’apertura mentale superiore alla media, non era inizialmente contrario alle nuove teorie scientifiche galileiane ma poi, una volta salito al trono pontificio, è costretto a piegarsi al fanatismo dei teologi, sacrificando Galileo e la verità pur di mantenere il suo potere. Il cinema audace e “sotterraneo” della Cavani, costantemente basato sul dissenso, si specchia con lucidità in una delle ingiustizie storiche supreme per attualizzare se stesso, ribadendo la sua posizione di fiero disappunto nei confronti dei moralisti e dei soloni, che si sentono protetti da un pulpito di ottusa ipocrisia nella loro azione inibitoria. Ma, per fortuna, esiste un modo indipendente e non omologato di fare arte, informazione e cultura, al di là della retorica conformista e della rigidità dei benpensanti. E fino a che ci saranno le opere di registi liberi come la Cavani, Pasolini, Bellocchio o Bertolucci, la verità avrà sempre maggiori possibilità di affermazione. Perché in fondo sappiamo tutti che “e pur si muove!”.

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    Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini

    La vita di una famiglia dell’alta borghesia milanese, composta da Paolo, industriale, sua moglie Lucia, i figli studenti, Pietro e Odetta, e la domestica Emilia, viene sconvolta dall’arrivo in casa di un misterioso ospite: un giovane enigmatico di bell’aspetto, che parla pochissimo e trascorre il tempo leggendo Rimbaud. Tutti i cinque membri della famiglia risulteranno attratti dall’enigmatico ospite e tutti, a turno, avranno con lui rapporti sessuali, fino a che, un giorno, questi andrà via improvvisamente così come è arrivato. La famiglia non sarà più la stessa e, in breve, sarà disgregata, perché ciascuno dei suoi membri è stato radicalmente cambiato dall’esperienza vissuta: Odette diventa catatonica e sarà chiusa in un istituto di igiene mentale, Pietro lascia la casa per darsi alla pittura, ma resterà invischiato nella sua mancanza di talento, Lucia si abbandona ad un erotismo patologico, concedendosi a tutti, Paolo cede la sua fabbrica agli operai, si denuda degli abiti alla Stazione Centrale di Milano e finisce a vagare, nudo e disperato, in un arido deserto. La serva Emilia ritorna alla casa paterna, in un piccolo borgo rurale, dove viene accolta come una santa. Qui sceglie una vita semplice, cade in un’estasi ascetica e levita nell’aria, compiendo un miracolo. Capolavoro controverso di Pasolini, che, tra Marx e Freud, sacro e profano, misticismo e lussuria, rappresenta una delle sue opere più importanti, originali e geniali nell’utilizzo di un ideologismo dogmatico, il teorema del titolo, al servizio di una disamina arguta sulla natura umana e sulla sua incapacità di trovare Dio. Attaccato duramente dalla censura, con accuse di oscenità, e dalla Chiesa, per l’accostamento tra il sacro ed il sesso (anche omosessuale), venne sequestrato dalla Procura romana e ritirato dalle sale. Ma la vicenda giudiziaria, a cui il grande regista poeta non era di certo nuovo, si concluse con un nulla di fatto e con il pieno riconoscimento dello status artistico dell’opera, annullando il provvedimento restrittivo. Sotto la superficiale patina blasfema e libertina, si nasconde una delle opere più dense, stupefacenti, profonde e coraggiose del cinema italiano, in cui l’evidente provocazione vuol essere, come sempre in Pasolini, uno scossone morale per indurre una vigile riflessione sui reali temi dell’opera. Va anche ricordato che la predisposizione, quasi naturale, del regista allo “scandalo”, va letta sempre come forma catartica di ribellione, derivata dall’atavico conflitto interiore tra la sua elevata vocazione poetico spirituale ed i “tormenti” della carne, ovvero la sua omosessualità da tenere celata e da vivere come un “vizio” nascosto, per colpa del moralismo italiano. Tuttavia questa vena dissacratoria, per quanto sincera e connessa all’intima personalità dell’autore, non è mai volgare, mai strumentale, mai boriosa, ma, piuttosto, colta, lucida e finalizzata alla profondità dell’analisi. La spiegazione del “teorema” dimostrato in questa pellicola è alquanto ovvia, per l’osservatore non prevenuto: il film ha un’intensa valenza religiosa, sotto la coltre “oscena”, ed è una metafora scioccante dell’inadeguatezza dell’uomo (borghese) di riconoscere, accettare e vivere il Sacro. La sola che vi riesce è la serva Emilia, perché semplice, pura, appartenente a quei “bassi” ceti (contadini o sottoproletari), tanto cari all’autore e non condizionati dalle sovrastrutture ingombranti del conformismo della società consumistica. La famiglia milanese rappresenta la borghesia, ovvero quell’Italia abbiente, reazionaria, imbalsamata ed ideologicamente rigida, che ama crogiolarsi sulla vanitosa auto perpetuazione di sé stessa, celando la propria mancanza di senso e d’identità sotto una facciata di buone maniere e rituali mondani. Concetti già egregiamente trattati da Buñuel in quasi tutta la sua filmografia, e con la massima valenza polemica nel suo capolavoro: Il fascino discreto della borghesia. L’ospite è una chiara allegoria del divino che viene, inaspettatamente, tra noi, non a caso annunciato da un telegramma portato da un postino (Ninetto Davoli) dal nome emblematico di Angelo. L’ospite irrompe, all’improvviso, nella vuota ritualità di un microcosmo borghese, benestante quanto arido, e si dona a tutti indistintamente in maniera totale. Qui il sesso diventa metafora di offerta, condivisione, elargizione suprema, come solo il divino può fare. Eros e sacro in un’ardita, quanto ingegnosa, commistione emblematica. Tutti i componenti del nucleo familiare sono irrimediabilmente attratti dall’ospite misterioso, chi perché ne avverte l’aura luminosa, chi perché lo vede diverso, estraneo ed indifferente al proprio mondo di certezze prefabbricate e, quindi, ne risulta spiazzato. Ma il rapporto simbiotico che si instaura, l’ospite “possiede” sessualmente tutti ma si fa “possedere” a sua volta, determina un traumatico cambiamento in ciascuno dei membri della famiglia, perché ne svela la crisi profonda, la mancanza di senso, la debolezza dei propri dogmi, la perdita di identità civile e sociale. E, quando l’ospite andrà via per sempre, sarà il caos: la sua assenza sarà, per ciascuno, lo specchio impietoso della propria inadeguatezza, del proprio fallimento, la dolorosa presa di coscienza. Egli dirà ad Emilia, simbolo degli umili e dei semplici, prima di partire: “Tu sarai l’unica a sapere, quando sarò partito, che non tornerò mai più, e mi cercherai dove dovrai cercarmi”, e lei sarà la sola a pentirsi realmente, salvandosi dal disfacimento ed abbracciando il divino, in un percorso di mistica redenzione al di sopra delle debolezze umane. La sua ascesi viene contrapposta, beffardamente, da Pasolini all’opposto percorso, egoistico, tenuto dagli altri, prigionieri della propria individualità e incapaci di donarsi realmente agli altri. Per tutti loro ci sarà la sconfitta, l’umiliazione, la malattia, il deserto. La resa incondizionata di fronte alla propria incapacità di capire il divino, compenetrandosi con esso, è la solenne ed irrevocabile dimostrazione del teorema pasoliniano. L’autore ha spiegato benissimo tutto questo in un’intervista ad un giornale francese, dicendo: “Dio è lo scandalo. Il Cristo, se tornasse, sarebbe lo scandalo; lo è stato ai suoi tempi e lo sarebbe oggi. Il mio sconosciuto – interpretato da Terence Stamp, esplicitato dalla presenza della sua bellezza – non è Gesù inserito in un contesto attuale, non è neppure Eros identificato con Gesù; è il messaggero del Dio impietoso, di Jehovah che, attraverso un segno concreto, una presenza misteriosa, toglie i mortali dalla loro falsa sicurezza. È il Dio che distrugge la buona coscienza, acquisita a poco prezzo, al riparo della quale vivono o piuttosto vegetano i benpensanti, i borghesi, in una falsa idea di se stessi”. La famosa sequenza finale, Paolo che vaga nudo nel deserto e urla disperato, sulle note del Requiem di Mozart, è tra le più potenti del cinema di Pasolini: l’impotenza umana di fronte al divino, l’incapacità borghese di capire il sacro e qualunque cosa che sia altro da sé, con conseguente smarrimento ideologico. D’altra parte lo stesso Pasolini ha sempre affermato che l’unica possibilità di rivoluzione consiste proprio nel sovvertimento della logica che sorregge l’ideologia della società borghese o, come in questo caso, la totale assenza di essa. Nel grande cast ricordiamo Silvana Mangano (Lucia, la madre), Terence Stamp (l'ospite), Massimo Girotti (Paolo, il padre) e la “fedelissima” Laura Betti (Emilia, la domestica).

    Immagine ridotta

    Il clan dei siciliani (Le clan des Siciliens, 1969) di Henri Verneuil

    Un criminale francese, Roger Sartet, realizza un ardito furto di gioielli in una mostra itinerante, con la complicità di una famiglia di malavitosi siciliani. Tutto sembra procedere per il meglio e la polizia, malgrado abbia dei sospetti, non ha le prove necessarie per incriminare qualcuno. Ma quando il vecchio patriarca siciliano scopre di una relazione tra Sartet e la moglie di suo figlio Aldo, i rapporti tra i membri del clan si spezzano e la situazione precipita. Affascinante film gangsteristico francese, dinamico, teso e con una confezione di lusso che annovera tre divi del cinema transalpino: Jean Gabin, Alain Delon e Lino Ventura. Henri Verneuil è un onesto artigiano di cinema “basso”, ma se la cava con mestiere nel dirigere l’imponente squadra di attori, mettendosene saggiamente al servizio e dando vita ad un noir accattivante, non sempre equilibrato, qua e là stiracchiato nel tentativo di approfondimento psicologico dei personaggi principali. Per quanto non imprevedibile nello sviluppo finale, questo polar con evidenti contaminazioni provenienti dal poliziesco americano garantisce un valido intrattenimento ed è divenuto, per i cultori, un piccolo “classico” del suo genere. Nel cast “all star” Gabin è il vate, Delon il furfante, Ventura la volpe. Splendida colonna sonora di Ennio Morricone, capace di evocare atmosfere malinconiche dal sapore retrò.

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    Metti, una sera a cena (1969) di Giuseppe Patroni Griffi

    Trasgressioni proibite di una borghesia viziata, pusillanime e perennemente annoiata. Lo scrittore Michele è sposato con la procace Lisa, che lo tradisce con un attore, Max. Non pago dei giochi erotici, il libidinoso Max le procura un amante a pagamento, Ric, e tra i due sembra nascere un reale sentimento. Ma, ben presto, la noia prende di nuovo il sopravvento ed il gioco di lussuria ricomincia da capo. Patroni Griffi porta al cinema la sua omonima pièce teatrale con questo dramma erotico che intende rappresentare il vuoto interiore e la disperazione esistenziale delle classi agiate negli anni post boom economico. Il sesso trasgressivo diventa il mezzo per sconfiggere il tedio quotidiano, la risposta istintiva a quel male di vivere che affligge un’umanità capricciosa, malata di edonismo compulsivo, ma diventa solo l’ennesimo vezzo in questa triste fiera del vacuo e del falso. La messa in scena “salottiera”, egregiamente resa dalla fotografia patinata di Tonino Delli Colli, non riesce a conferire la giusta densità drammatica all’opera ed i personaggi appaiono inerti, eterei, squallidi fantasmi di un mondo illusorio, le cui acrobazie amorose sono più patetiche che realmente scandalose. Eppure il cast è notevole (Florinda Bolkan, Tony Musante, Jean-Louis Trintignant, Annie Girardot, Lino Capolicchio) e tutti recitano egregiamente, ma il problema maggiore risiede nel “manico” ovvero in una sceneggiatura cinematografica non trasposta con il medesimo patos dell’originale teatrale. Siamo dalle parti di un affresco glamour scintillante ma abulico, prigioniero del suo stesso estetismo di facciata. Da ricordare la celeberrima colonna sonora di Ennio Morricone, un’accattivante bossa nova con sequenza ascendente di tre note, ripetute in maniera ossessiva. Un tema musicale avvolgente che è rimasto nella memoria, sopravvivendo al film stesso. La pellicola fu comunque un grande successo di pubblico, soprattutto per la sua fama scandalosa.

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    L'uccello dalle piume di cristallo (1970) di Dario Argento

    Uno scrittore americano in vacanza a Roma assiste, per caso, all'aggressione di una donna in una galleria d'arte, compiuta da un misterioso individuo che viene presto associato ad un serial killer che sta terrorizzando la città con brutali delitti. L'uomo decide allora di indagare per conto proprio, anche perché è sicuro di aver visto un importante dettaglio, che però non riesce più a ricordare, che potrebbe fargli identificare l'assassino. Folgorante esordio di Dario Argento con il film che aprì la strada al successo popolare del genere "italian giallo", già fondato da Mario Bava con La ragazza che sapeva troppo e Sei donne per l'assassino, e portato da Argento al massimo livello espressivo per l'estetizzazione crudele e visionaria della violenza (il delitto nei suoi film assumerà la stessa valenza pregnante del duello nei western di Leone) e per l'esasperazione rituale dei suoi stilemi che daranno corpo a tutte le ossessioni del regista romano. Liberamente ispirato alla novella "La statua che urla" di Fredric Brown e collocato tra Hitchcock e Bava senior, questo thriller forsennato inaugura la così detta "trilogia degli animali" argentiana, ovvero pellicole nel cui titolo viene citato un nome di animale. Violento e seminale per il suo ruolo "fondante", contiene già molti elementi che saranno poi tipici del cinema di Dario Argento, autentici marchi di fabbrica poi largamente imitati da tanti registi horror: un utilizzo audace e dinamico della macchina da presa, i delitti efferati, il particolare importante che non viene in mente, il trauma del passato, i disegni inquietanti, la soggettiva sui dettagli, il montaggio serrato, l'importanza del sonoro, il voyeurismo maniacale, l'immersione nella follia del killer attraverso tecniche di distorsione delle immagini, la polizia inefficiente e l'attenzione morbosa alla figura femminile che è sempre o vittima martoriata o carnefice spietata nelle pellicole del nostro. Valori aggiunti di quest'opera prima sono le musiche sinistre di Ennio Morricone e la fotografia vivida di Vittorio Storaro, che conferisce al film un tono da incubo malsano di natura "pittorica". Sono invece ancora limitati e tollerabili gli atavici punti deboli del cinema argentiano: una sceneggiatura non sempre convincente, svolte narrative implausibili, dialoghi banali, recitazione imbambolata e l'utilizzo maldestro di intermezzi comici tendenti al trash. Chiudiamo con una curiosità: l'uccello che dà il titolo al film, l'Hornitus Novalis, in realtà è una comunissima gru.

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    Metello (1970) di Mauro Bolognini

    Vita e amori del giovane muratore Metello Salani nella Firenze del primo ‘900. Sentimentalmente irrequieto il nostro è innamorato di Viola ma finisce per sposare Ersilia, la dolce figlia del suo capo cantiere, salvo poi tradirla con la procace vicina di casa. Ma intanto Metello partecipa attivamente anche alle battaglie dei lavoratori per ottenere più diritti ed un salario onorevole, aderendo prima al movimento anarchico e poi agli ideali socialisti. Le dure lotte politiche lo porteranno anche in galera in seguito agli scontri con la polizia. Dal celebre romanzo omonimo di Vasco Pratolini, Bolognini ha tratto un adattamento di stampo classico, assai rispettoso del testo ispiratore, illustrato con preziosa dovizia di particolari, splendidamente fotografato e sontuoso nella ricostruzione storico ambientale. Nei modi raffinati di un’oleografia d’epoca, l’autore ricostruisce con efficacia la Firenze umbertina, con dei personaggi generosi nella loro esuberanza vitale a cui i protagonisti, Massimo Ranieri e Ottavia Piccolo, si donano anima e corpo. E se Ranieri è sufficientemente espressivo (ma dovette essere doppiato per ottenere l’accento fiorentino), la Piccolo è addirittura sorprendente nella sua interpretazione e venne premiata come miglior attrice al Festival di Cannes. Come affresco storico la pellicola è notevole, come melodramma sentimentale è sufficientemente spigliato, risulta invece lacunoso sotto l’aspetto politico, affrontato con troppa superficialità e senza la dovuta analisi sociale. Belle e appassionate le musiche del maestro Morricone.

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    Giù la testa (1971) di Sergio Leone

    Durante la rivoluzione messicana l'incontro tra Juan Miranda, peone ribaldo a capo di una famiglia di banditi, e John Mallory, dinamitardo irlandese dal misterioso passato, darà inizio ad un'improbabile collaborazione il cui scopo apparente è quello di svaligiare una banca. Ma le loro vite cambieranno per sempre. L'ultimo western di Sergio Leone è un superbo connubio tra romanzo picaresco, dramma storico, avventura epica, novella eroicomica, il tutto condito da un'ironia dissacrante che stinge nel tragico. Costruito su due personaggi antitetici e straordinari, con Steiger straripante e Coburn trattenuto, è ulteriormente arricchito da un'acre critica politica, assolutamente nuova per il regista romano, che, pur non rinunciando alla sua abituale contestualizzazione fantastico mitologica (il Messico rivoluzionario presente nel film è ampiamente romanzato e "dilatato" in accordo agli stilemi del cinema di Leone), finisce per tracciare un vibrante apologo anti imperialista. Invero va detto che il film va ancora oltre, forte di una caustica carica nichilista, rivolgendosi sia contro il potere reazionario che contro quello rivoluzionario, fedele all'abituale misantropia dell'autore. La celebre frase iniziale di Mao Tse-tung, voluta da Leone con valenza provocatoria, viene grottescamente smitizzata già dalla scena d'apertura di Miranda che urina sul formicaio, simboleggiando quello che il potere, qualunque potere, fa al popolo. E il concetto viene esemplificato a chiare lettere nel dialogo sulla rivoluzione, che scosse i critici di sinistra dell'epoca e rappresenta l'apice del "cinema politico" di Sergio Leone. Le imponenti scene di massa, i campi lunghi, gli orizzonti sterminati, i primissimi piani espressivi ed il senso epico raggiungono, in Giù la testa, nuove vette per il cinema di Leone, grazie anche alle solite memorabili composizioni del fido Ennio Morricone (che sono la spina dorsale di tutti i suoi western, in una sinergia di irripetibile suggestione tra musica e immagini) ed agli incredibili effetti speciali curati dal geniale "artigiano" del nostro cinema di genere Antonio Margheriti (l'assalto finale al treno). Inizialmente la pellicola era nata con Sergio Leone sceneggiatore e produttore e Sam Peckinpah regista; ma poi l'improvvisa rinuncia del grande Maestro americano, che irritò non poco il suo collega italiano, costrinse Leone ad accettare anche la regia per non far naufragare il progetto. Ma Leone, a cui non mancava un macabro senso dell'umorismo, si "vendicò" alcuni anni dopo, quando produsse il western Il mio nome è Nessuno (diretto da Tonino Valerii) in cui sbeffeggia il "mucchio selvaggio" e fa comparire su una lapide di un cimitero il nome Sam Peckinpah. Tra storia, romanzo e mitologia questo ennesimo capolavoro di Leone rappresenta l'ultima grande fiammata dello "spaghetti western".

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    Sacco e Vanzetti (1971) di Giuliano Montaldo

    Storia vera di una delle più clamorose ingiustizie giudiziarie commesse da una paese democratico. Negli anni ’20 gli immigrati italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, entrambi anarchici, furono ingiustamente accusati di rapina ed omicidio. In un processo farsa, frettolosamente sommario, i due furono condannati alla pena capitale, nonostante l’assenza di prove inconfutabili, come rappresaglia di un sistema intollerante contro le loro idee politiche, ritenute “pericolose”, e come iniquo pregiudizio nei confronti degli italiani. Nei sei anni successivi il governo americano respinse sistematicamente le numerose mobilitazioni ufficiali e popolari in favore di Sacco e Vanzetti affinché fosse riaperto il caso e i due uomini morirono sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927. Il tragico “martirio” dei due italiani diverrà un simbolo mondiale dell’ingiustizia, del preconcetto e del fanatismo ideologico governativo. Da un evento storico così doloroso, Montaldo ha tratto un film vibrante, indignato, rigoroso, commovente, ineccepibile nella ricostruzione degli eventi senza mai scadere nel patetico, nella demagogia e nel populismo. I meriti del film, oltre che storici ed artistici, sono stati anche sociali, avendo infatti pesantemente contribuito a riabilitare la memoria dei due sfortunati emigranti. Infatti, nel 1977, cinquant’anni dopo l’esecuzione della condanna a morte, lo stato del Massachusetts riconobbe, ufficialmente e pubblicamente, l’errore giudiziario commesso e l’azione volutamente dolosa da parte dei giudici dell’epoca. Grande interpretazione dei due protagonisti: Riccardo Cucciolla (Sacco) e Gian Maria Volonté (Vanzetti), di cui il primo fu premiato come miglior attore al Festival di Cannes per la sua struggente performance. Quest’opera lucida ed equilibrata, il cui unico punto debole è qualche ridondanza narrativa, andrebbe vista già solo per scopo pedagogico, e come memoria storica perenne per tutti coloro che ignorano questi tragici eventi che hanno colpito nel cuore il nostro paese. Bella e famosa la colonna sonora di Ennio Morricone, tra le sue più celebri. La canzone di chiusura “Here's to you”, scritta da Morricone e cantata da Joan Baez, diventò un autentico inno generazionale contro le ingiustizie.

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    La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri

    Ludovico Massa, detto “Lulù”, è un operaio metalmeccanico stakanovista, nelle grazie dei padroni per i suoi ritmi di lavoro instancabili. Il nostro è un convinto sostenitore del lavoro a cottimo, grazie al quale può permettersi di mantenere due famiglie e garantirsi i beni di consumo di cui non sa fare a meno. Ma quando un incidente sul lavoro gli fa perdere un dito, “Lulù” cambia completamente: si schiera con i colleghi scioperanti, entra in scontro con i padroni ed entra in uno stato di “follia” farneticante, vaneggiando l’esistenza di un paradiso per la classe operaia. Splendido “docu-dramma” di Petri che mette a fuoco, con realistico rigore, lucidità di analisi e caustico cipiglio, la condizione dei manovali nei duri anni delle lotte operaie, tra il 1966 ed il 1970. Il bersaglio dell’acre satira dell’autore è, in particolare, l’alienazione delle catene di montaggio, in cui i ritmi infernali per la massimizzazione dei profitti e la riduzione dei tempi di produzione finiscono per ridurre l’uomo ad un paranoico automa dissociato, in balia della società. Furioso nella messa in scena del rapporto uomo-macchina, polemico nel ritrarre le relazioni tra sindacati e movimenti di sinistra e allegorico nel tratteggiare la difficile convergenza tra le lotte studentesche e quelle operaie, questo tagliente apologo sociopolitico fu il primo film italiano che ebbe il “coraggio” di entrare in fabbrica, per offrircene una dettagliata panoramica dall’interno. Scomodo e beffardo, in accordo allo stile del regista, questa robusta epica del proletariato non è esente né da enfasi né da ridondanze e suscitò aspre polemiche alla sua uscita, specialmente da parte della sinistra italiana che accusò il regista di aver ritratto i sindacalisti come pavidi imbonitori e gli studenti come illusi sognatori, incapaci di un impegno sociale concreto. Il metodo critico utilizzato da Petri è conforme all’ideologia marxista, che teorizza un’analisi sociale che parta “dal basso”, ossia dalla forza lavoro, piuttosto che dagli intellettuali, la cui astrazione rischia di essere troppo distante dai bisogni reali del proletariato. La metamorfosi di “Lulù” diventa, pur nella sua iperbole, il simbolo grottesco della lotta di classe ed introduce nel film spruzzi di surrealismo fantastico, anch’essi tipici dell’estetica del grande regista romano. La fotografia grigia e “invernale” è perfetta per ritrarre gli ambienti e le tematiche di una storia “chiusa”, che si svolge tutta all’interno di una fabbrica, in cupi capannoni freddi e spartani, dove dominano i colori opachi e l’infernale rumore delle macchine induce un senso di claustrofobia. Nel cast svetta Gian Maria Volonté, come al solito straordinario trascinatore, affiancato da Salvo Randone e Mariangela Melato. Il sodalizio Petri-Volontè ci ha regalato opere memorabili, tra le più alte e importanti del cinema politico italiano. Un lascito artistico di inestimabile valore, oltre che una preziosa fotografia sociale di quegli anni turbolenti. Il film fu premiato con la Palma d’Oro al Festival di Cannes, ex aequo con Il caso Mattei di Francesco Rosi (sempre con Volonté magnifico protagonista). Quando il cinema italiano dominava la scena internazionale, per impegno civile e valore artistico. Le (belle) musiche sono di Ennio Morricone.

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    Revolver (1973) di Sergio Sollima

    Il direttore di un carcere viene ricattato da una banda di criminali che gli hanno rapito la moglie ed è costretto a liberare un detenuto di nome Milo Ruiz. Ma l’uomo capisce presto di essere finito in un losco intrigo politico ben più grande e complesso e si allea con Ruiz per cercare di venirne a capo. “Poliziottesco” d’azione spettacolare, diretto con mestiere e perizia tecnica da Sollima. In accordo ai canoni del genere è inverosimile e violento, ma meno becero del solito e con un cast di tutto rispetto: Oliver Reed, Fabio Testi, Agostina Belli, Paola Pitagora. Il regista si diverte a mischiare le carte e i generi, passando agilmente dal thriller giallo al noir, con spruzzi di “polar” e vaghe ambizioni di critica sociale, come sempre di grana grossa. Il risultato è sopra la media dei suoi simili, un prodotto di buon artigianato cinematografico, ed il finale aspro sembra guardare al cinema di Damiano Damiani. Bella e funzionale la colonna sonora di Morricone, di cui va ricordato il suggestivo tema “Un amico”, utilizzato da Tarantino nella splendida scena madre tra Shosanna Dreyfus e Frederick Zoller in Bastardi senza gloria. Nel 2015 ne è uscita un’ottima versione in DVD, che ripropone la versione integrale dell’opera, priva dei tagli presenti nelle precedenti release. E’ un’edizione tedesca ma è presente anche l’audio italiano originale ed è consigliata agli amanti del cinema di genere italiano “stracult”.

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    Mussolini ultimo atto (1974) di Carlo Lizzani

    Ultimi cinque giorni di vita di Benito Mussolini, da duce degli italiani, adorato da folle osannanti, a ricercato in fuga, braccato dai partigiani e dagli alleati. Pavidamente nascosto tra i soldati tedeschi in ritirata, insieme alla sua amante Claretta Petacci, viene riconosciuto a un posto di blocco nei pressi di Dongo e giustiziato dal capo partigiano detto Valerio nel comune di Giulino di Mezzegra. Ricostruzione accorta, molto fedele alla versione storica ufficiale, della fine di Mussolini da parte di Lizzani, che, per pudore o per viltà, decide di risparmiarci lo scempio di piazzale Loreto, facendo finire prima il film, probabilmente per evitare ulteriori polemiche in una materia notoriamente spinosa, che ancor oggi accende animi e dibattiti politici. Nonostante un cast stellare (Rod Steiger, Henry Fonda, Franco Nero, Lisa Gastoni, Lino Capolicchio) il film è innocuo, didascalico ed eccessivamente guardingo, risultando quindi inutile perché, a causa della sua scarsa personalità, nulla aggiunge né ai fatti già noti né all’annoso dibattito sull’argomento. L’autore ha scelto un cimento forse troppo alto per le sue corde e, nella sua carriera, ha sicuramente fatto di meglio. Da salvare le musiche di Morricone.

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    Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci

    In un paese della Bassa Emiliana, agli inizi del ‘900, il giorno della morte di Giuseppe Verdi, nascono due bambini maschi “predestinati”: Alfredo Berlinghieri e Olmo Dalcò. Nonostante la differenza di casta, il primo è l’erede di una potente casata di “padroni”, proprietari terrieri da generazioni, mentre il secondo è figlio di contadini e di padre ignoto, i due cresceranno insieme e diventeranno amici, attraversando insieme il secolo nei suoi eventi epocali: le lotte di classe, le guerre mondiali, il fascismo, la liberazione. La storia li dividerà, li renderà nemici e li farà scontrare più volte, ma non riuscirà mai a cancellare del tutto l’antico sentimento amicale, nato, puro e disinteressato, in età infantile. Immenso affresco storico, raccontato in forma epica, straripante nei toni, manierista nello stile di evocazione pittorica, stupefacente nelle immagini possenti, con un alto senso del meraviglioso e dell’orrido, del lirico e del tragico, del sublime e dell’infimo. Opera solenne e maestosa, della durata di oltre 5 ore (ma divisa in due atti, alla sua uscita in sala, per esigenze produttive), è il film più ambizioso di Bertolucci che vi ha dispensato, con passione ed opulenza, tutte le sue ossessioni cinematografiche: politica, sesso, storia, scandalo, amore, utopia, morte. Grande e grandioso, in tutti i sensi, nei pregi come nei difetti, a cominciare dalla formidabile, e probabilmente irripetibile, squadra di fuoriclasse messa insieme per il cast e la crew: Robert De Niro, Gérard Depardieu, Burt Lancaster, Donald Sutherland, Dominique Sanda, Alida Valli, Sterling Hayden, Stefania Sandrelli, Laura Betti, Romolo Valli, Vittorio Storaro (alla fotografia), Ennio Morricone (per le musiche). Quest’opera smisurata, forse troppo per un film solo, intende tracciare una nitida metafora di circa mezzo secolo (dal 1901 al 1945), raccontando la Storia italiana nei suoi momenti cruciali, sullo sfondo epico di un melodramma familiare che abbraccia tre generazioni, che ha un’intensa anima politica ed un’inevitabile predisposizione al tragico, il solo modo con cui può terminare la lotta di classe. E’ indubbio che il film sia indebolito dall’evidente schematismo di parte, che allontana ogni pretesa di neutralità: il comunista Bertolucci addirittura si compiace di esaltare il ruolo ed il riscatto del proletario contadino dal giogo dei padroni sfruttatori, e mette la questione, a lui cara, dello scontro di classe al centro dell’opera, caricandola, quindi, di troppo livore, con conseguente perdita di lucidità e di astrazione metaforica. Ma il rigido impianto “a tesi” alla base dell’opera, sebbene la renda ideologicamente dogmatica, non ne può oscurare gli enormi meriti stilistici, narrativi, tematici, epici, lirici, storici, artistici, per quella che è, probabilmente, l’ultima grande epopea corale del cinema italiano. In questo film magniloquente tutto abbonda, pregi e difetti, ed i momenti alti si sprecano, nel suo continuo oscillare tra dramma storico e romanzo popolare, utopia romantica e verismo crudele, erotismo sfacciato e amicizia pudica, asprezza ed eleganza, in un’opulenta sinfonia in cui l’insieme delle parti indubbiamente appassiona, nonostante qualche nota stonata qua e là. Alla sua uscita divise la critica, irritò il potere democristiano, scioccò i moralisti e fu bersagliato dalla censura per alcuni contenuti certamente forti, in termini di violenza e di sesso. In particolare, tra le sequenze “scabrose”, sono note quella del rapporto sessuale a tre tra De Niro, Depardieu e Stefania Casini, con il nudo integrale frontale dei due celebri attori, e quella in cui il sadico Attila, fattore dei Berlinghieri poi divenuto camicia nera, violenta e uccide un adolescente. Per la sua rigida impostazione politica di parte, il film segnò una battuta d’arresto nell’escalation internazionale di Bertolucci, lanciato a razzo da Ultimo tango a Parigi, ottenendo, infatti, una fredda accoglienza negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali. Tra le numerose ed eterogenee fonti d’ispirazione colte della pellicola, sia dal punto di vista estetico che tematico, ricordiamo, in modo sparso: Dumas, Shakespeare, il teatro musicale ottocentesco e quello kabuki seicentesco, e poi opere pittoriche di Ligabue, Van Gogh, Renoir, Caravaggio, Manet, tutti “piegati” alle esigenze dell’esteta Bertolucci, che distilla la storia come un alchimista, disorienta lo spettatore tra magia e “grand guignol”, per affabularlo e condurlo infine al suo talamo, sottointeso fin dall’inizio: un lavacro purificatore, e monocromatico, di bandiere rosse, tra retorica intellettuale e canti di massa, degno della rivoluzione culturale di Mao. Esistono due eccellenti documentari girati sul set di Novecento, uno di Gianni Amelio e l’altro del fratello del regista, che raccontano tutte le fasi della lavorazione del film, che durarono ben 12 mesi, tra il 1974 e il 1975. Essi sono, rispettivamente, “Bertolucci secondo il cinema” e “ABCinema” e ne consiglio la visione come arricchimento dell’opera e preziosa testimonianza storica.

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    L'eredità Ferramonti (1976) di Mauro Bolognini

    Nella Roma di fine ‘800 la bella Irene sposa Pippo Ferramonti, figlio del ricco ed avaro fornaio Gregorio. Lo scopo della ragazza, avida e procace, è la cospicua eredità del vecchio Ferramonti ed userà tutte le armi della seduzione per arrivarci. Dall’omonimo romanzo breve di Gaetano Carlo Chelli, Bolognini ha tratto un dramma storico intenso, recitato benissimo e con un’efficace ricostruzione storica della Rome del XIX secolo. Quello che il regista intende mostrare, riuscendoci perfettamente, è il passaggio storico dalla Roma umbertina a quella moderna del ‘900, mantenendo però intatte sia la meschina corruzione che la rapacità volgare. Un vizio raffigurato come atteggiamento tipico non solo del “popolino” meno abbiente ma anche delle classi più benestanti. La scalata sociale della disinvolta Irene, che usa il suo fascino erotico come scorciatoia per quel riscatto socioeconomico che la sua famiglia di umili bottegai non ha mai potuto raggiungere, diventa l’emblema di uno stile di vita ingordo e prepotente, disposto a qualunque compromesso in cambio di beni materiali. Peccato che la tagliente critica sociale dell’autore venga attenuata da un impianto troppo calligrafico nella descrizione dei personaggi e dei rapporti sociali, con il sottobosco di tradimenti, sotterfugi, connivenze ed adulteri tratteggiati in maniera troppo convenzionale. Ma Dominique Sanda è magnifica e la sua notevole interpretazione, premiata al Festival di Cannes, mise d’accordo pubblico e critica. E’ lei il punto di forza del film, che vanta comunque un cast importante e in buona forma, con Anthony Quinn, Gigi Proietti, Fabio Testi, Paolo Bonacelli. Le musiche sono di Ennio Morricone.

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    Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini

    Agli inizi del ‘900 il giovane tenente Giovan Battista Drogo viene inviato in un avamposto militare ai confini dell’impero austroungarico, sul limitare del deserto abitato dal nemico tartaro. Nell’interno del fortino tutti i soldati vivono con ansia l’attesa del minaccioso avversario che dovrebbe arrivare dal deserto, in un misto di paura e voglia di cimentarsi, per dar senso e corpo ai propri sogni di gloria militare. I giorni passano lenti e l’attesa diventa spasmodica, al punto da assumere le “sembianze” di una forza oscura che impedisce ai militi, desiderosi del combattimento, di lasciare la fortezza. Ma intanto il temuto nemico non arriva mai. Dramma storico introspettivo, realizzato con stile sontuoso e con fulgida magnificenza visiva da Zurlini, che è riuscito nell’impresa, ritenuta da molti impossibile, di tradurre in (splendide) immagini il romanzo omonimo di Dino Buzzati. Le principali difficoltà di adattamento risiedono nella dimensione atemporale e storicamente indefinibile in cui Buzzati colloca la vicenda, che vuol essere un apologo austero, con risvolti allegorici, dell’attesa dell’evento fatale, della routine che diventa il motivo stesso della vita, fino a generare, nell’uomo, una dimensione psicologica che diventa una sorta di limbo fantastico, dove è possibile “fuggire” dal tempo. Zurlini sceglie di ambientare la storia al tempo dell’impero austroungarico ed utilizza lo splendido scenario esotico della fortezza Barn, nel sud dell’Iraq, fotografandolo con tale eleganza formale da rendere il film un’esperienza visiva magica ed indimenticabile. Rimanendo assolutamente fedele al senso del testo ispiratore (l’attesa è il senso della vita e, tramite essa, ci si consuma nella malinconia), il regista bolognese realizza un affresco magnifico, affascinante, potente, metafisico, di rigorosa analisi psicologica e di ammirevole sobrietà diegetica, sospeso sullo stridente contrasto tra i silenzi delle lunghe giornate vuote all’interno della guarnigione e l’immensità degli spazi esterni al di là delle mura. L’intera pellicola intende essere una metafora straniante della vita: una lunga attesa del nemico (la morte), la cui idea stessa diventa il suo “alimento” principale in un paradossale, quanto beffardo, ciclo esistenziale. Una menzione speciale va data all’intero cast, straordinario e praticamente perfetto in tutti i suoi componenti: Jacques Perrin, Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Philippe Noiret, Fernando Rey, Max von Sydow, Jean-Louis Trintignant, Helmut Griem. E’ indubbiamente il miglior film di Zurlini e anche l’ultimo della sua carriera. La colonna sonora è di Ennio Morricone, che ha lavorato abilmente per sottrazione, in accordo allo stile dell’opera, con delle musiche brevi ma pregnanti, cariche di personalità nelle loro fugaci apparizioni. La principale differenza tra libro e film è nel finale, che Zurlini ha reso più ambiguo ed amaro.

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    L'orca assassina (Orca, 1977) di Michael Anderson

    Nolan, capitano irlandese senza scrupoli, vuol catturare un’orca marina per riscattare la sua barca con i soldi ricavati dalla vendita. Ma qualcosa va storto e l’uomo provoca la morte di un esemplare femmina, incinta, sotto gli occhi del maschio. Il cetaceo inizia a perseguitarlo, uccidendo le persone a lui vicine e provocando danni enormi nel porto cittadino, in modo da costringere Nolan ad uscire in mare per sfidarlo. La lunga caccia spingerà la barca di Nolan fino ai ghiacci polari, ma l’animale sembra possedere una diabolica malizia nel perseguire la sua vendetta. Spettacolare quanto inverosimile film d’avventura marina, fortemente voluto dal produttore Dino De Laurentiis per sfruttare l’onda lunga del successo mondiale de Lo squalo, sperando di bissarne, almeno in parte, le fortune. Come clone del film di Spielberg è pretenzioso, debole ed inutile, infatti alla sua uscita ebbe scarso successo commerciale. Il suo limite maggiore, al di là della mancanza di originalità, risiede nella grossolana commistione tra messaggio ecologista e tensione “horror” tipica delle pellicole sugli animali assassini. Ma, stavolta, il punto di vista è invertito e si finisce per parteggiare per la bestia piuttosto che per l’uomo. Negli anni il film ha avuto un discreto recupero rivalutativo da parte degli appassionati del filone, al punto che non fa più specie enumerarne gli aspetti positivi, che pure sono presenti: la buona interpretazione di Richard Harris (nel cast, insieme a lui, ci sono anche Charlotte Rampling, Bo Derek, Will Sampson e Robert Carradine), le avvincenti scene finali sui ghiacci e le suggestive musiche di Ennio Morricone, probabilmente la miglior cosa di questa coproduzione italoamericana.

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    Il vizietto (La cage aux folles, 1978) di Édouard Molinaro

    Renato e Albin sono una coppia di omosessuali, il primo italiano e il secondo francese, che vivono a Saint-Tropez dove hanno in gestione un locale notturno per travestiti. Tutto sembra filare liscio nella loro relazione, ma Renato ha un figlio, nato da un precedente rapporto con una donna, che sta per sposarsi con la figlia di un potente politico, intollerante e moralista, che intende avviare una moratoria contro i comportamenti indecenti. Invitato al matrimonio, Renato dovrà fingersi “normale” per non mettere in imbarazzo suo figlio. Celebre commedia trasgressiva di Molinaro sul tema dell’omosessualità, affrontato con garbata intelligenza senza quelle colorite concessioni al morboso o al becero che da sempre accompagnano il mondo gay quando viene tratteggiato, con supponente omofobia, dal pulpito moralista degli eterosessuali. Tratto da un’opera teatrale francese, fu un grande successo internazionale di pubblico e critica grazie ad una sceneggiatura solida, ad una regia accattivante e alla straordinaria coppia di interpreti, Michel Serrault e Ugo Tognazzi, in cui il primo giganteggia per la complessa sensibilità della caratterizzazione ed il secondo per la sorniona spavalderia. Tra dialoghi brillanti, situazioni esilaranti, equivoci spassosi e trovate comiche irresistibili, il film non disdegna un’aguzza critica di costume nei confronti delle intransigenze puritane, che ne svela l’animo “politico”. Serrault ha interpretato il ruolo di Albin anche nella commedia teatrale originale a cui il film è ispirato. Ebbe tre candidature agli Oscar (regia, sceneggiatura e costumi), ma rimase a bocca asciutta, due seguiti ed un remake hollywoodiano con il compianto Robin Williams. Le musiche briose ed avvolgenti sono di Ennio Morricone.

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    Joss il professionista (Le professionnel, 1981) di Georges Lautner

    L’agente segreto Joss Beaumont riceve l’incarico dal suo governo di uccidere Njala, un capo di stato africano inviso alla politica francese. Ma ben presto lo scenario politico cambia, la missione viene annullata e Joss, tradito dai suoi superiori, viene arrestato. Ma l’uomo ha molte risorse, riesce ad evadere e decide di uccidere ugualmente il presidente Njala, durante la sua visita ufficiale in Francia. Noir spionistico di Lautner che coniuga sapientemente azione violenta e ritmo dinamico, in un riuscito mix che garantisce un intrattenimento accattivante, senza tempi morti, spaziando dal thriller all’avventura, dal poliziesco alla denuncia sociale. Scritto su misura per il suo protagonista, il duro e affascinante Jean-Paul Belmondo, ha un’ottima confezione tecnica ed una varietà di ambientazioni che ne consolidano la dimensione “internazionale”. Non sempre verosimile e qua e là effettistico, ebbe un grande successo di pubblico alla sua uscita, specialmente in Europa. Nel cast Robert Hossein fa da degno antagonista a “Bebel” e gli tiene testa egregiamente, talvolta mettendolo addirittura in ombra. Il duello finale sotto il sole è un chiaro e dichiarato omaggio al nostro Sergio Leone. Bellissima colonna sonora di Ennio Morricone, che contiene due dei suoi temi musicali più famosi, Chi mai e Le Vent, le Cri, che ottennero un notevole successo all’uscita del film e, ancora oggi, sono tra i più gettonati della sua immensa produzione musicale.

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    Mission (The Mission, 1986) di Roland Joffé

    Sud America, XVII secolo: durante la colonizzazione del “nuovo mondo” i gesuiti si avventurano nella giungla per convertire gli indigeni locali al cristianesimo e creare delle missioni in cui questi possano vivere liberi dal giogo dei conquistadores iberici. Un prete coraggioso, Gabriel, ed un ex mercenario schiavista convertitosi al cristianesimo dopo aver ucciso il fratello, Mendoza, si adoperano per difendere una tribù di indios nella regione dell’Iguazu, cercando di creare una comunità cattolica autonoma non soggetta allo sfruttamento. Ma dovranno sfidare i pericoli della foresta pluviale e le guarnigioni dei coloni spagnoli e portoghesi. Spettacolare kolossal storico antimperialista, avventuroso, appassionante ed appassionato nella sua strenua difesa dei sacrosanti diritti dei nativi, barbaramente calpestati dall’avidità degli invasori europei. I paesaggi mozzafiato, la suggestiva bellezza selvaggia delle inquadrature, la forza emotiva dei temi trattati e il vigore pregnante delle atmosfere garantiscono un grande respiro epico ed uno stupefacente spettacolo visivo. Ma il film non è esente da retorica, specialmente nel finale così tragicamente enfatico da scadere nel sensazionalismo moralistico, progettato ad hoc per colpire i sentimenti del pubblico nel modo più grossolano. Grande prova dell’intero cast in cui svettano Robert De Niro e Jeremy Irons, ma anche tutti i caratteristi sono bravissimi. Leggendaria colonna sonora di Ennio Morricone, tra le sue più belle in assoluto, famosa anche per l’incredibile “scippo” subito agli Oscar del 1987, dove gli fu incredibilmente preferita, tra bordate di fischi di disapprovazione in sala, la soundtrack di Round Midnight di Herbie Hancock. Una delle più clamorose ingiustizie mai commesse dall’Academy Awards. Il film fu un grande successo di pubblico e critica e fu pluripremiato nel mondo: Palma d’Oro al Festival di Cannes, Oscar alla miglior fotografia (su sette candidature complessive), due Golden Globe e tre Bafta inglesi. Almeno due le sequenze memorabili che resteranno nella storia del Cinema: padre Gabriel che suona l’oboe nella giungla, tra gli indios stupiti, con le struggenti note di Morricone e la croce che precipita dalla cascata.

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    The Untouchables - Gli intoccabili (The Untouchables, 1987) di Brian De Palma

    Chicago, anni ’30: durante il proibizionismo il gangster Al Capone ha costruito un impero del crimine con la vendita illegale di alcolici, sgominando a colpi di mitra tutti i rivali e corrompendo la polizia per poter svolgere tranquillamente i suoi loschi traffici. Furbo e megalomane, Capone ha messo in piedi un’organizzazione mafiosa inattaccabile per struttura, pericolosità ed efficacia e, nonostante sia unanimemente considerato il nemico pubblico numero uno, nessuno riesce a mettergli i bastoni tra le ruote. Una squadra di quattro agenti coraggiosi (il federale Eliot Ness, il vecchio sbirro di pattuglia Jimmy Malone, la recluta italoamericana George Stone ed il contabile Oscar Wallace), denominati gli “intoccabili”, oseranno sfidarlo, ma il prezzo da pagare sarà molto alto. Dall’autobiografia del vero Eliot Ness, De Palma ha tratto un gangster movie vigoroso e potente, mescolando sapientemente storia e “romanzo”, realtà e fiction. Con il suo inconfondibile stile visivamente sontuoso, alla continua ricerca del virtuosismo stilistico, il regista del New Jersey ci regala un superbo affresco criminale, con i tempi ed i modi di un cruento western urbano, lavorando più d’accetta che di cesello ma costruendo una serie di sequenze stupefacenti, tra cui la sparatoria alla stazione centrale (che omaggia esplicitamente La corazzata Potëmkin di Ejzenštejn), che è un capolavoro di tecnica registica. Alcuni hanno storto il naso per la brutale violenza presente nel film e per l’approccio “barocco” tenuto dall’autore, ma è inconfutabile la sua mirabile capacità di amalgamare generi, ispirazioni (la pellicola tiene anche ben presente la vecchia serie televisiva omonima degli anni ’60) e citazioni (oltre a quella evidente di Ejzenštejn ce ne sono molte altre, tra cui Peckinpah, Welles e Kurosawa) in questo travolgente magma gangsteristico a tinte forti, fieramente iperrealista. Ricchissimo il cast, con Robert De Niro istrione, Sean Connery mai così intenso (premiato con l’Oscar al miglior attore non protagonista, l’unico della sua carriera) e Kevin Costner, Andy García e Charles Martin Smith giusti nei rispettivi ruoli. Splendida colonna sonora di Ennio Morricone, ora enfatica ora struggente (il malinconico tema amicale è una perla delle sue).

    La frase: “Sei solo chiacchiere e distintivo!”

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    Amleto (Hamlet, 1990) di Franco Zeffirelli

    Rivisitazione in chiave “moderna” del più celebre dramma shakespeariano, con un passo deciso, un plot narrativo più denso, una maggior risolutezza d’azione ed un principe più mascolino e meno ambiguo, costruito appositamente per le spalle forti di Mel Gibson. Zeffirelli si cimenta per la terza volta con il bardo inglese, dopo Romeo e Giulietta e La bisbetica domata, e non rinuncia al suo approccio decorativo, dove la raffinata cura del dettaglio si esplica in un apparato formale di preziosa impaginazione estetica. Tradendo in buona parte il testo sacro di Shakespeare, soprattutto per tagli ed omissioni più che per stravolgimenti effettivi, il regista toscano orchestra uno spettacolo agile e potente, che però sceglie di lavorare costantemente in superficie senza mai indugiare nello scandaglio psicologico dei tormentati personaggi. Non mancano le trovate effettistiche e le cadute di stile, così come le concessioni spettacolari di matrice hollywoodiana. Ma, tutto sommato, il cast regge bene con Gibson a suo agio in una caratterizzazione molto fisica del principe di Danimarca, e gli esperti Alan Bates, Ian Holm, Glenn Close e la giovane Helena Bonham Carter che fanno da sapiente contrappunto all’esplosivo protagonista. Peccato che l’oscura malia evocativa del testo originale, nonché il suo tormentato senso di conflitto interiore, si perdano del tutto tra le pieghe di un racconto troppo conforme ai gusti del pubblico contemporaneo e troppo attento al senso dello spettacolo più che all’essenza intima. In una produzione così imponente e con un cimento così alto come l’eccelsa prosa del bardo, era lecito attendersi qualcosa di più ed il senso di occasione perduta è difficile da mandar via. Le musiche del maestro Morricone sono, come sempre, all’altezza della situazione.

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    Bugsy (1991) di Barry Levinson

    Il gangster ebreo Benjamin Siegel, detto "Bugsy", viene inviato dai suoi soci in California per estendere il dominio criminale sul racket del gioco d’azzardo anche alla West coast. Psicopatico dal grilletto facile e rubacuori incallito, "Bugsy" perde la testa per l’avvenente attrice Virginia Hill ed elabora un ambizioso progetto visionario: fondare nel deserto del Nevada un “paradiso” del gioco d’azzardo. Le basi di Las Vegas sono così gettate ma "Bugsy" non potrà vederne le mille luci. Gangster movie atipico, decorativo, a volte prolisso, sotto forma di apologia chic sul lato oscuro del capitalismo americano. Levinson è un regista garbato, specialista in commedie, che non possiede le capacità di Coppola o di Scorsese per analizzare con rigorosa lucidità e crudo realismo l’universo criminale. Per questo il suo lavoro si limita ad una messa in scena elegante ma superficiale, ambigua perché modellata sulla personalità del suo protagonista, un nevrotico violento dall’animo romantico, capace di porsi come spietato assassino o brillante seduttore a seconda della situazione. Levinson cerca di mettere a nudo la mutevole personalità di "Bugsy", ma non riesce mai ad elevarsi al di sopra degli stereotipi, tra charme e sparatorie, amplessi e ceffoni, tradimenti e scenate nevrotiche. Nel casto sontuoso i protagonisti, Warren Beatty e Annette Bening, sono sempre sopra le righe con un’interpretazione all’insegna dell’effetto, invece Ben Kingsley, Harvey Keitel ed Elliott Gould offrono prove molto convincenti nei rispettivi ruoli. Peccato per Joe Mantegna, intenso ma poco utilizzato nei panni di George Raft. Questo romanzo criminale un po’ inerte, e a tratti macchinoso, ebbe ben dieci candidature agli Oscar, tra cui il nostro Ennio Morricone per la raffinata colonna sonora, vincendo due premi tecnici per scenografie e costumi.

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    Jona che visse nella balena (1993) di Roberto Faenza

    Jona Oberski è un piccolo ebreo olandese che, nel 1942, alla tenera età di 4 anni, viene deportato in un campo di concentramento nazista insieme ai suoi genitori. Il piccolo Jona cresce in quell’orrore, tra soprusi, ingiustizie e privazioni, e perderà entrambi i genitori, troppo provati dalle condizioni di vita inumane del lager. A 7 anni sarà liberato dall’arrivo degli “alleati” e verrà adottato da una famiglia olandese, ma il dolore di un’infanzia rubata dall’abominio nazista rimarrà per sempre dentro il suo cuore. Dal romanzo autobiografico “Anni d’infanzia” del vero Jona Oberski, poi divenuto uno stimato fisico nucleare, Faenza ha tratto un film splendido, sobrio, delicato, struggente ma senza mai varcare quella linea di confine che travalica nella retorica del dolore, nell’enfasi sentimentale o nella spettacolarizzazione lacrimevole di un’immane tragedia storica come la Shoah ebraica. Equilibrato e lucido, l’autore piemontese sceglie l’assoluta fedeltà al testo ispiratore ed affida tutte le emozioni alla forza dello sguardo puro di un bambino, il piccolo Jona, dalla cui ottica l’intero racconto ci viene narrato. Il punto di vista in soggettiva del piccolo protagonista rende il film un’esperienza unica, magica ed atroce, perché l’infanzia ha il potere inconsapevole di modificare la realtà, scegliendo i particolari da cogliere, quelli da cancellare e quelli da modificare con la forza salvifica della fantasia. Straordinaria, in tal senso, la scena in cui Jona assiste alla morte del padre nell’infermeria del lager, per poi “dimenticarsene” subito dopo perché intento a giocare con le grosse scarpe del genitore, che gli scappano dai piedi e gli fanno sbagliare strada mentre cerca di trovare sua madre. Nella seconda parte dell’opera il tono stilistico cambia radicalmente perché Jona sta crescendo e, di conseguenza, anche la sua prospettiva del mondo si va modificando, tra innocenza perduta e tenace istinto di sopravvivenza. Sebbene il tema dell’Olocausto sia stato affrontato tante volte dal cinema, questo film di Faenza ha una propria originalità, una fiera dignità artistica per l’approccio pudico, asciutto, sussurrato più che urlato, indignato e mai patetico, con una sobrietà di sentimenti che non può che lasciare ammirati. Stupendo il commento musicale di Ennio Morricone, vibrante e misurato, in perfetta armonia con l’atmosfera dell’opera.

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    La leggenda del pianista sull'oceano (1998) di Giuseppe Tornatore

    L’incredibile vita di Danny Boodman T.D. Lemon, detto “Novecento”, trovato neonato, e abbandonato, il 1° gennaio del 1900 (da cui il soprannome) sul transatlantico “Virginian”. Adottato dall’intero equipaggio del piroscafo, il bambino cresce sulla nave tra macchinisti, cuochi, ufficiali, ricchi signori che viaggiano in prima classe ed emigranti che sognano una miglior vita nel “nuovo mondo”. Quando scopre di avere un incredibile talento per il pianoforte, diverrà l’attrazione principale dell’orchestra di bordo e trascorrerà gli anni suonando la sua “musica degli dei”, senza mai scendere dalla nave. Molto tempo dopo, quando il “Virginian”, ormai dismesso, sta per essere distrutto con la dinamite, il suo miglior amico, il trombettista Max Tooney, è convinto che “Novecento” sia ancora nascosto da qualche parte, nella “pancia” di quella nave da cui non è mai sceso. Liberamente ispirato al monologo teatrale “Novecento” di Alessandro Baricco, questo magniloquente film di Tornatore è un colossale dramma intimista, denso di suggestioni malinconiche e citazioni cinefile, sospeso tra epica e ridondanza, poesia e cadute di stile. Ricercato nello stile e alla continua ricerca del colpo ad effetto, è una sontuosa fiera “pachidermica” di tutti i vizi e le virtù del cinema di Tornatore. I momenti di volo alto sono parecchi: il prologo con l’apparizione dell’America, il pianoforte che “pattina” durante la tempesta, la sfida al piano con Jelly Roll Morton, l’incontro fatale con la ragazza dal viso d’angelo. Ma la pellicola è anche spesso prolissa, insistita, artificiosa, manieristicamente compiaciuta, retorica nel costante inseguimento dell’artificio lezioso, dell’emozione visiva. In particolare il lunghissimo finale è così carico di enfasi sentimentale che se ne esce stremati. Altre pecche evidenti dell’opera sono una sceneggiatura esile, a cui l’autore cerca costantemente di ovviare con i numerosi momenti di grande cinema, un casting non del tutto azzeccato (il pur bravo Tim Roth non appare sempre la scelta migliore nel ruolo di “Novecento”) e degli effetti speciali digitali tanto grossolani da risultare maldestri. Un film così fortemente squilibrato e disomogeneo non poteva che spaccare in due la critica. Ciò che ha messo, invece, tutti d’accordo è la splendida colonna sonora di Ennio Morricone, che fa da collante all’intera opera e ne costituisce un prezioso valore aggiunto. La versione internazionale, più corta di quaranta minuti, è sicuramente un film migliore. Il giudizio finale positivo va anche letto come atto di fiducia verso il regista, che punta sempre in alto e che possiede un senso epico della visione che guarda dritto al grande cinema italiano dei Maestri.




    pace e bene!
    "Per quel che mi riguarda Morricone è il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert." (Quentin Tarantino)

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    Armandillo (19-09-16), keyser_soze60 (19-09-16), Matisse (19-09-16), wrongway (19-09-16)

  17. #350
    L'avatar di wrongway
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    Riferimento: L'Angolo del Cinefilo - 2016 (2° semestre)

    riecchime con la nuova manche che è....

     

    Gli invisibili

    ed eccovi quindi l'invisibile:

     



    e vi do già il primo indizio:

     

    (Gruppo 1) Film (Generico)



    Winona Ryder


    Riepiloghi: (click sulle immagini per ingrandirle)

     

    (Gruppo 1) Film (Generico)




     



    a voi i soliti 5 tentativi a testa, e crepi il lupo!

    (p.s.: per favore, per comodità indicate prima il titolo, poi l'interprete, thanx )


  18. I seguenti 3 utenti concordano e/o ringraziano wrongway per questo post

    keyser_soze60 (20-09-16), Matisse (19-09-16), Strider (20-09-16)

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